Almeno 6 miliardi di euro d’investimento, senza peraltro avere alcuna certezza di contare qualcosa nella governance o di avere un rappresentante in consiglio. Tanto dovrebbe spendere lo Stato italiano per pareggiare il peso che la Francia (tramite Bpi) ha in Stellantis. Venerdì 2 la casa automobilistica a Piazza Affari valeva 67,4 miliardi. Lo Stato francese ne possiede il 6,1%, ma ne è socio da tre anni e per questo ha appena potuto portare i suoi diritti di voto al 9,6%. Rastrellare un 6,1% costerebbe 4,1 miliardi all’Italia, che poi dovrebbe aspettare tre anni prima di poter pesare come Parigi. In alternativa, per avere subito lo stesso peso, Roma potrebbe comprare il 9,6% delle azioni sul mercato.
Sulla carta, scrive Milano Finanza, costerebbe 6,5 miliardi, indicazione che però non tiene conto del fatto che è impensabile riuscire a costruire in un solo giorno una quota del genere. Stellantis a Piazza Affari ha avuto un turnover (livello di scambi) medio dello 0,25% negli ultimi tre mesi. Ciò significa che se anche lo Stato riuscisse a portarsi a casa ogni giorno tutte le azioni scambiate quotidianamente (lo 0,25% del capitale) di Stellantis, ne farebbe aumentare i corsi borsistici.
Di conseguenza il giorno successivo spenderebbe di più per continuare ad acquistare, innescando un circolo vizioso. Ipotizzando che il governo riesca a comprare tutti i titoli in vendita, servirebbero poi almeno 38 giornate di borsa aperta per salire al 9,1%. Almeno due mesi, considerando cinque giornate di borsa aperta a settimana.
Inoltre dovrebbe via via comunicare a Consob il superamento del 3% e del 5%. In ogni caso, anche pareggiare il peso francese, che opera in accordo con Exor e i Peugeot, non garantirebbe alcunché. L’impressione è che il treno sia ormai passato: un eventuale impegno pubblico nel capitale andava deciso quando Psa e Fca concordarono le nozze.








