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L’industria rialza la testa con la farmaceutica mentre l’auto resta in panne | Lo scenario

Farmaci, ancora una volta. Ma non solo. Novembre consegna all’industria italiana un dato migliore delle attese e, soprattutto, il più robusto degli ultimi tre anni.

Secondo l’Istat, la produzione industriale cresce dell’1,5% rispetto a ottobre e dell’1,4% su base annua, riportando l’indice destagionalizzato a quota 94,8.

È il massimo dal 2022, un segnale incoraggiante che però va letto con il righello in mano: siamo ancora quasi cinque punti sotto i livelli medi del 2021, l’anno preso a riferimento prima che la realtà si incaricasse di complicare tutto.

La farmaceutica mette a segno un balzo dell’8,7% e continua a recitare il ruolo di locomotiva della manifattura tricolore.

Ma questa volta non corre da sola. Segnali positivi arrivano anche da elettronica, macchinari e metallurgia, settori che tornano a dare profondità al rimbalzo e a rendere il dato meno episodico.

Il quadro, insomma, appare più “allargato” rispetto ai mesi precedenti.

Restano però le zavorre. La più ingombrante è sempre la stessa: i mezzi di trasporto, in calo del 3,1%, trascinati giù dagli autoveicoli (-7,6%).

Una frenata che pesa sulle medie e che racconta di una filiera ancora in apnea.

In rosso anche la chimica (quasi tre punti), mentre l’alimentare arretra di un punto e il tessile-abbigliamento è ancora spettatore di una ripresa che passa altrove.

Il bilancio degli undici mesi migliora ma resta negativo (-0,5%) e, con all’appello ormai solo dicembre, prende corpo l’ipotesi che anche il 2025 si chiuda con un segno meno.

Sarebbe il terzo anno consecutivo di arretramento dopo il -2% del 2023 e il -4% del 2024.

Un dato che ridimensiona l’entusiasmo e ricorda che il recupero di novembre è un passo avanti, non il traguardo.

A rendere il quadro ancora più prudente è lo scenario internazionale.

L’Istat segnala che l’avvio del 2026 è segnato da nuovi focolai di instabilità, tali da sostenere le previsioni di un rallentamento dell’attività economica globale.

Le imprese lo avvertono: se l’indice di fiducia complessivo (considerando anche commercio e costruzioni) migliora a dicembre, quello della manifattura scende, con tutte le variabili orientate al ribasso e una flessione superiore al punto.

In questo contesto, la ripresa italiana resta appesa a un filo che passa da Berlino.

L’economia tedesca continua a mandare segnali contrastanti: il Pil 2025, secondo l’istituto di statistica di Berlino, cresce dello 0,2%, così come il quarto trimestre, una dinamica da stagnazione vigilata.

A novembre, però, la produzione industriale tedesca segna un +0,8% sia su base mensile sia annua, spinta in particolare dalle auto.

Un rimbalzo timido, dopo tre anni di frenata quasi continua, con un indice ancora sette punti sotto i livelli del 2021 e un bilancio degli undici mesi a -1,2%.

Qualche luce potrebbe arrivare da dicembre, almeno guardando alla produzione interna di vetture in Germania, cresciuta del 17% e capace di portare il totale annuo a 4,15 milioni di unità, due punti sopra il 2024.

Numeri che restano lontani dai 5,7 milioni del 2015 e certificano un gap produttivo del 27%.

Ma, come spesso accade, il confronto più impietoso è con l’Italia: in dieci anni la produzione nazionale di auto si è ridotta di quasi il 70%, scendendo a poco più di 200mila unità.

Un ventesimo di quella tedesca. Per trovare livelli inferiori bisogna tornare al 1954.

Tornando ai numeri di novembre, l’Istat conferma che, al netto degli effetti di calendario (20 giorni lavorativi come un anno prima), l’indice generale cresce dell’1,4% su base tendenziale.

Un risultato che rafforza l’idea di un quarto trimestre più tonico.

È la lettura di Confcommercio: “Il dato consolida la percezione di un quarto trimestre sostenuto sotto il profilo dell’economia nel complesso”, sottolinea l’Ufficio studi, intravedendo la possibilità di entrare nel 2026 con “un’eredità positiva” e con una crescita potenzialmente vicina all’1%.

Senza enfasi, avverte l’associazione, ma con un segnale importante: l’arresto del ridimensionamento dell’attività industriale e una diffusione del miglioramento che coinvolge anche i beni di consumo, possibile anticamera di una domanda delle famiglie in ripresa.

Sulla stessa linea Paolo Mameli, economista di Intesa Sanpaolo che parla di un recupero “assai più marcato del previsto”, con la variazione annua tornata positiva e al massimo da quasi tre anni.

In termini macro, questo significa un contributo positivo dell’industria al Pil 2025, stimato ora allo 0,6% invece dello 0,5%, e un effetto di trascinamento di due decimi sul 2026, che potrebbe attestarsi allo 0,8% al netto del calendario.

Il dato di novembre rompe l’inverno dell’industria. La farmaceutica corre, il resto prova a seguirla, l’auto resta indietro. E l’Italia, come sempre, guarda alla Germania.

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