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L’Europa cambiata e il rischio flop del megapiano. Non conta quanti soldi avrà l’Italia, ma quanti di questi saranno a fondo perduto

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La partita decisiva si gioca questa settimana.

Il summit europeo che, fra giovedì e venerdì, sarà chiamato a definire il mega piano per la ripresa post-Covid non basterà, probabilmente, a chiudere l’accordo a cui sono appese gran parte delle speranze di rilancio dell’economia italiana.

La diplomazia di Bruxelles conta però di arrivare ad una bozza abbastanza delineata da poter essere esaminata nelle 27 capitali della Ue e varata entro fine mese, in un nuovo vertice, dedicato solo a qualche rifinitura.

Un rinvio a dopo le ferie estive avrebbe pesanti conseguenze sul decollo concreto degli interventi, ma anche sul clima, sia all’interno della Ue che sui mercati finanziari.

In realtà, i futuri storici dell’integrazione europea concluderanno, probabilmente, che il vertice di questa settimana arriva quando il grosso della svolta, maturata in questi mesi, si è già consumato.

Quale che sia il punto di caduta della trattativa di venerdì, l’Europa è già cambiata: i dogmi dell’austerità sono stati accantonati, le dimensioni degli aiuti ai paesi più colpiti dall’epidemia sono senza precedenti, il piano sarà finanziato in nome di una comune solidarietà, materialmente espressa in titoli di debito condiviso.

Sei mesi fa, tutto questo sarebbe stato sostanzialmente impensabile. Ma la Storia ha tempi lunghi.

Il rischio, nelle prossime due settimane, è, invece, che una Europa cambiata non impedisca un mezzo flop dello stesso megapiano che dovrebbe incarnare il cambiamento.

Le scelte che verranno compiute sui problemi ancora aperti possono infatti modificare in modo significativo l’impatto del piano sulle economie in difficoltà.

La relativa suspense riguarda, soprattutto, l’Italia.

Per giudicare i risultati del vertice, bisognerà, dunque, guardare due cose: la modalità degli interventi e il loro monitoraggio.

Saranno 500 miliardi di euro, come avevano suggerito Merkel e Macron? Oppure, 750, come aveva rilanciato la Commissione di Bruxelles?

A ben vedere, non è la quantità il nodo decisivo, se non sul piano della propaganda nazionale: il governo Conte canterà vittoria se saranno 750. Quello olandese, capofila dei governi “frugali”, se saranno 500.

Secondo la maggior parte degli economisti, però, quello che conta davvero è la proporzione dei prestiti, rispetto alle sovvenzioni a fondo perduto.

Perché il rilancio decolli veramente occorre, infatti, che non esploda il debito pubblico, già gonfiato dagli interventi messi in campo a livello nazionale.

Quindi meno prestiti e più sovvenzioni possibile, il contrario di quanto chiedono olandesi e soci.

La linea Merkel-Macron (500 miliardi a fondo perduto), dunque, sembra meno ricca, ma sarebbe un successo.

Meno importante, invece, il braccio di ferro sui criteri di ripartizione dei fondi fra i vari paesi richiedenti. 

I parametri messi in campo dalla Commissione di Bruxelles (popolazione, Pil pro capite, andamento della disoccupazione negli ultimi cinque anni) sono stati variamente contestati, perché non fotograferebbero l’effettivo impatto dell’epidemia, ma fragilità precedenti, magari imputabili a scarso spirito riformatore dei governi in causa.

D’altra parte, per avere statistiche economiche affidabili, bisogna aspettare. Il compromesso sul tavolo prevede che, almeno per il 2021 e il 2022, si utilizzino quei criteri e, poi, dal 2023 ci si basi piuttosto sull’effettivo andamento dell’economia.

Per l’Italia, tuttavia, probabilmente, cambia poco. Anzi, di fronte alla prospettiva di un crollo del Pil, nel 2020, che alcuni stimano al 13 per cento, anziché il 9 delle previsioni ufficiali, i fondi europei a cui Roma potrebbe attingere sarebbero anche di più di quanto preventivato finora.

L’altra “linea rossa” per l’Italia, come è stata definita, riguarda il monitoraggio degli interventi e le loro condizioni: il rischio è che rispuntino i veleni che hanno inquinato tutto il dibattito sul ricorso, per la sanità, al Mes, il Fondo Salva-Stati.

Nello schema di Ursula von der Leyen, le leve erano tutte nelle mani della Commissione. Sarebbe toccato a Bruxelles valutare i piani di riforma, sborsare i soldi, verificare i risultati, salvo un riscontro finale, in larga misura formale, a livello di governi, con il Comitato economico e finanziario, ovvero i direttori generali del Tesoro dei 27 paesi.

Le resistenze dei paesi meno convinti dello sforzo comune europeo stanno modificando questo schema.

I passaggi cruciali (valutazione dei piani di riforma, monitoraggio dei risultati) avverrebbero a livello politico, nell’Ecofin, dunque davanti ai ministri del Tesoro e non ai funzionari.

Anche se i parametri da seguire nella valutazione (e cioè la “coerenza” con le Raccomandazioni inoltrate, ogni anno, da Bruxelles ai singoli paesi) fanno riferimento alla supervisione della Commissione, la logica politica è diversa e, anche, assai più scivolosa.

A decidere sugli interventi nei singoli paesi sarebbe, infatti, un voto a maggioranza qualificata. In altre parole, un No di paesi che rappresentano il 35 per cento della popolazione europea potrebbe bloccare la concessione degli aiuti.

L’Italia avrebbe già fatto sapere che, in caso di voto a maggioranza qualificata, dovrebbe valere, se mai, il principio contrario: il No avrebbe valore, solo se sostenuto dal voto di paesi che rappresentano il 65 per cento della popolazione della Ue.

Tuttavia, parlare di “linee rosse” è, probabilmente, eccessivo.

Il rischio è che, in Italia, si finisca per battersi contro i fantasmi.

L’elemento fondamentale del Next Generation Ue, come è stato battezzato il Fondo per la ripresa, dal punto di vista dei suoi effetti complessivi sulle economie è la corposa presenza delle sovvenzioni, piuttosto che dei prestiti.

Visto come Angela Merkel si è spesa per le sovvenzioni a fondo perduto è difficile non pensare ad un esito in cui saranno queste ad avere un peso preponderante.

Le altre questioni contano sul piano dei principi e dei rischi futuri, ma poco sembrano poter incidere nell’immediato.

Evocare una minoranza di blocco del 35 per cento trascura il fatto che i quattro paesi frugali, tutti insieme, non arrivano al 10 per cento della popolazione europea.

Se si aggiungessero i quattro paesi dell’Est, quelli del patto di Visegrad, non si arriverebbe, nonostante la Polonia, al 20 per cento.

Bisogna che si aggiunga un paese medio-grande per dare corpo alla minoranza di blocco: con l’uscita dalla scena europea della Gran Bretagna, da sempre in sintonia con i paesi “frugali”, e la conversione a U di Angela Merkel, almeno fino ad oggi questo requisito manca.

Insomma, una gestione tutta nelle mani della Commissione darebbe più certezze e sarebbe meno esposta a ripicche o calcoli elettorali dei singoli governi, ma le conseguenze di un ingresso in scena dei governi – una volta sancito il principio della solidarietà ai paesi in difficoltà – possono essere gestite, se il governo italiano attua davvero le riforme che promette.

Quelle elencate nelle Raccomandazioni della Commissione, che dovrebbero essere il parametro di riferimento, non sono, infatti, molto diverse da quelle che il governo italiano già dice di voler fare: burocrazia, giustizia, meno tasse sul lavoro.

L’eccezione sono le pensioni: ma quota 100 verrà comunque fatta scadere alla fine del prossimo anno.

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