Le stime di crescita dell’anno corrente per l’Italia stanno subendo aggiustamenti il rialzo da parte dei previsori. Tre mesi fa si era formato allora un consenso circa una crescita del Pil 2023 prossima allo 0,6%, ora le previsioni si stanno spostando verso l’1%. Si vedrà a breve che cosa ipotizza il Governo nel Def. Certo, il calo della produzione industriale a gennaio, comunicata oggi dall’Istat (-0,7%), può essere percepito come non molto incoraggiante, avendo cancellato quasi del tutto il balzo (rivisto peraltro al ribasso) di fine 2022.
Tuttavia, gli indicatori congiunturali qualitativi sono quasi univocamente positivi, suggerendo un’attività produttiva tornata in graduale espansione nel I trimestre tanto nell’industria che nei servizi, a fronte però di una frenata nelle costruzioni. Il rientro dallo shock energetico (minori costi di produzione e disinflazione), nonché la prosecuzione dello smobilizzo del risparmio accumulato dalle famiglie spingono la congiuntura sui lati sia dell’offerta che della domanda.
Queste forze endogene a sostegno della crescita dovrebbero durare ancora per un po’ di tempo. Dovrebbero essere anche abbastanza robuste da contrastare gli impulsi opposti provenienti dalle politiche macroeconomiche, con il materializzarsi degli effetti dei rialzi (passati e futuri) dei tassi di interesse e l’avvio dell’aggiustamento dei saldi di finanza pubblica. Sul quadro incombe, peraltro, l’improvviso riemergere dell’instabilità finanziaria col fallimento delle banche californiane. Non sembra un nuovo 2008, ma le bruciature prese dai previsori ai tempi dei subprime (è una crisi circoscritta, si diceva) inducono ad essere prudenti. In definitiva, la congiuntura è in miglioramento e ciò giustifica un rialzo delle stime, ma sussistono venti contrari che occorre tener d’occhio.








