“Gravano seri dubbi sulla politica economica del governo, espressa nella Nadef e nella bozza di legge di bilancio”.
Così scrive Carlo Bastasin su Repubblica osservando che “le difficili condizioni dell’economia internazionale e l’intrinseca debolezza della finanza pubblica italiana mettono in questione il realismo degli impegni dichiarati dal governo, con implicazioni per la stabilità finanziaria del Paese.
Le previsioni del governo su crescita e debito restano troppo ottimistiche.
Il governo inoltre ha ottenuto in Parlamento l’autorizzazione a fissare un nuovo scostamento di bilancio privo di giustificazioni economiche (calamità naturali o grave peggioramento congiunturale) ma motivato dalla propria agenda politica.
Si tratta di obiettivi che hanno suscitato preoccupazione a Bruxelles e a Francoforte e che hanno indotto gli investitori in titoli ad allontanarsi dalle obbligazioni pubbliche italiane.
Lo spread – sottolinea l’editorialista – è ormai attorno ai 200 punti e il livello a cui vengono emessi i nuovi titoli è molto superiore alla crescita nominale stimata per i prossimi anni, una condizione che mette a rischio la sostenibilità della finanza pubblica.
Il governo riconosce che l’Italia dovrà far fronte nei prossimi anni a un aumento degli interessi passivi sul proprio debito pubblico (fino al 4,6% del Pil nel 2026), ma la stima è stata fatta nelle settimane precedenti alla pubblicazione della Nadef.
Da inizio settembre i tassi sono aumentati di quasi 100 punti.
È stata anche trascurata l’eventualità che, per contenere l’inflazione, la Bce debba mantenere elevati i tassi ancora per almeno un anno provocando sia un onere aggiuntivo per la spesa per interessi dello Stato, sia un ulteriore freno a consumi e investimenti, cioè alla crescita del Pil.
Al governo non resta che rivedere i propri calcoli e modificarli nella bozza di legge di bilancio sottoposta a Bruxelles.
Alzare il disavanzo dello 0,7% del Pil per ottenere una crescita dello 0,3% si ‘giustifica’ d’altronde solo con l’agenda elettorale ma a rischio di provocare instabilità finanziaria.
Il deficit programmato – conclude – va invece ridotto stabilmente e in misura convincente”.








