Serve «un tavolo complessivo presso la Presidenza del Consiglio» su Tim e il settore. A firmare la lettera indirizzata al presidente del Consiglio, Mario Draghi, sono segretari generali di Cgil Maurizio Landini, Cisl Luigi Sbarra, Uil Pierpaolo Bombardieri, e da Fabrizio Solari di Slc Cgil, Vito Antonio Vitale di Fistel Cisl e Salvatore Ugliarolo di Uilcom Uil.
«Per dipanare questa complicata situazione per il bene del Paese e delle lavoratrici e dei lavoratori occupati nel Gruppo Tim» considerando il ruolo di protagonista che ha lo Stato in questa vicenda essendo il secondo azionista del gruppo Tim ed il primo in Open Fiber, ambedue coinvolte nel percorso di realizzazione della Rete unica.
Da parte dei sindacati c’è «fortissima preoccupazione in merito al futuro assetto societario del gruppo Tim, degli attuali livelli occupazionali e del suo futuro industriale. Futuro che non può non interessare il generale assetto del mercato Tlc del Paese».
«Il 26 gennaio scorso il nuovo a.d. di Tim, Pietro Labriola ha illustrato al Cda di Tim le linee guida del piano industriale 2022-2024, che presenterà al Consiglio il prossimo 2 marzo» scrivono i sindacati. «Nell’incontro svoltosi il 10 febbraio con i sindacati delle tlc, Labriola non è ancora stato in grado di fugare i dubbi circa la decisione di cessione della rete. Ha anzi evidenziato gli evidenti, a suo dire, vantaggi dell’operazione in termini di recupero di competitività commerciale dell’azienda. Per quanto ci riguarda questa eventualità continua ad essere sbagliata sotto ogni profilo».
In Europa, aggiungono i sindacati, «di fatto solo la Danimarca ha deciso di scorporare la rete dall’ex monopolista. I più grandi Paesi del continente continuano a vedere negli ex incumbent delle aziende di sistema, capaci di competere sui mercati esteri, anche in una ottica di aggregazione europea come risposta alla competizione dei colossi asiatici ed americani, ed essere punto di riferimento interno, sebbene in un contesto di libero mercato. Non è con la costruzione di tante piccole reti in fibra che l’Italia di doterà di una infrastruttura inclusiva, aperta, capace di garantire a tutte ed a tutti il diritto alla connettività».
«Ad oggi, a distanza di due mesi, non abbiamo avuto riscontri ufficiali da parte dei componenti del Governo. L’atteggiamento interlocutorio delle Istituzioni ed una decisa accelerazione dell’azienda che stringe i tempi per arrivare al più presto ad un piano industriale, non fanno che aumentare le nostre preoccupazioni ed il disagio degli oltre 42.000 lavoratrici e lavoratori occupati nel Gruppo Tim e degli altrettanti dell’indotto, angosciati dal loro futuro occupazionale. I tempi sono strettissimi», aggiungono. «Sono in gioco» concludono «circa 40.000 posti di lavoro nel prossimo anno fra i maggiori player del settore ed il composito mondo degli appalti (installazioni telefoniche, call center, information tecnology)».
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