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[L’analisi] Target mancati sul PNRR, la Meloni cambia i tecnici del Piano

Una rivoluzione dentro i ministeri. Un reset delle strutture che finora non avrebbero funzionato, avrebbero arrancato o peggio frenato la realizzazione del Pnrr.

Il governo Meloni è pronto a sfoderare l’arma più estrema, come estremo è il ritardo che affligge il Piano.

Lo scrive Repubblica spiegando che la attiverà presto, con una norma inserita nel decreto che sarà varato tra metà dicembre e metà gennaio.

Darà ai ministri in carica – e alla struttura centrale che fa capo a Palazzo Chigi – la possibilità di azzerare le unità di missione del Piano nazionale di ripresa e resilienza attive in ogni dicastero. Non necessariamente tutte. Anzi, sicuramente non tutte.

Perché c’è la consapevolezza che ripartire da zero rischierebbe di rallentare, anziché accelerare. E infatti la norma sarà motivata dalla necessità di sbloccare un ingorgo che rischia di travolgere la destra al potere.

Dunque, dotarsi della possibilità di sostituire chi non va servirebbe anche da strumento di pressione, per spingere tutti a darsi da fare.

L’azzeramento degli incarichi si sommerà tra l’altro a un rafforzamento dei poteri sostitutivi del governo nei confronti delle amministrazioni in ritardo. Ma perché partire proprio dalle unità di missione?

Perché è in questi organismi che adesso, dopo alcune settimane di ricognizione, i ministri hanno individuato la prima strettoia in cui perde vigore l’implementazione del Pnrr.

Di fatto, si imputa ad alcune di queste strutture di coordinamento un grande attivismo in convegni, momenti di studio e approfondimento, ma una scarsa capacità operativa. I ministri si sarebbero trovati spesso spiazzati, spersi in un dedalo di informazioni, oppure impantanati a causa di estenuanti ping pong burocratici.

Sono ore di rincorsa a perdifiato verso traguardi ancora lontani, intanto. Il ministro incaricato di gestire il dossier è Raffaele Fitto, che ha già acquisito, col decreto sui Ministeri, la possibilità di “interloquire” direttamente, senza passare dal ministero dell’Economia, con il Servizio generale per il Pnrr guidato da Carmine Di Nuzzo presso la Ragioneria.

Ha in mano la macchina da quarantacinque giorni e ha già chiarissima l’entità del problema. Evita sortite pubbliche, tratta con l’Europa su diversi capitoli delicati – Pnrr, appunto, ma anche fondi di coesione e il pasticcio del Pos.

Fitto si prepara poi ad agire su due fronti. Il primo è un decreto che potrebbe rendersi necessario entro Natale, per recuperare quegli obiettivi del Piano che non si riuscirebbe altrimenti a raggiungere.

Sui 55 previsti entro fine anno, ne mancano 30 ma le criticità più allarmanti riguarderebbero tre o quattro.

In ballo c’è una rata da 19 miliardi, che si sommerebbero ai 69 miliardi già ricevuti dall’Italia. Sono da chiudere progetti su ambiente, digitale, sanità, istruzione, concorrenza, con i nodi ad alta tensione politica di trasporto e servizi pubblici locali.

Venerdì 16 dicembre è in agenda una cabina di regia: se le mancanze dovessero essere confermate si rimedierà con il decreto, che a quel punto potrebbe contenere anche la riforma della governance del Pnrr.

Ma l’esecutivo spera di evitarlo. E di rimandare il decreto a metà gennaio, garantendosi tre settimane in più per limare un intervento radicale di semplificazione normativa e di governance.

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