Secondo le prime proiezioni emerse dal dossier appena liberato dai cda delle società coinvolte nell’operazione, la Rete unica è appena nata e vale già quasi 40 miliardi di euro. La firma tra Cdp e Tim per la creazione della nuova società è un primo passo fondamentale, ma adesso viene il difficile e la corsa contro il tempo. Abbiamo di fronte a noi «5 mesi importanti, i cda delle aziende interessate devono trovare insieme le formule pratiche per realizzare questo progetto», ha commentato ieri Vittorio Colao, ministro per l’Innovazione tecnologica, aggiungendo poi che «il governo tiene d’occhio queste cose, è un settore strategico, ovviamente lo seguiamo, però sta alle aziende lavorare». In realtà, una delle aziende coinvolte è un pezzo del governo, ossia Cdp, azionista con il 10% in Tim e con il 60% in Open Fiber.
Nel dettaglio, scrive MF, Cdp Equity, Kkr, Macquarie, Open Fiber e Tim hanno firmato un accordo per avviare il processo di integrazione delle reti di Tim e Open Fiber. L’obiettivo è creare un unico operatore di reti di tlc, non verticalmente integrato (ossia la cui maggioranza azionaria non sia in mano a Tim), controllato da Cdp e partecipato da Macquarie e Kkr, che consenta di accelerare la diffusione della fibra ottica e delle infrastrutture Vhcn (Very High Capacity Networks) sull’intero territorio nazionale. Le parti hanno condiviso che l’operazione possa articolarsi mediante la separazione delle attività infrastrutturali di rete fissa da quelle commerciali di Tim (mediante un’operazione societaria o combinazione di operazioni societarie da definirsi) e l’integrazione delle prime con la rete controllata da Open Fiber.
Gli aspetti «da definirsi» rimangono quindi molti. In primis il valore dell’infrastruttura, considerando che l’opzione considerata al momento più probabile è che sia Open Fiber ad acquistare e integrare la rete di Tim. Quindi, quanto vale quest’ultima? Un recente impairment test su Fibercop (la società cui fa capo la rete secondaria e la ex Flash Fiber) avrebbe assegnato un valore di 10 miliardi, cui vanno sommati la rete primaria e Sparkle, che secondo le simulazioni dovrebbe far parte degli asset infrastrutturali della NetCo.
È chiaro che da ora in poi molto si giocherà sulle valutazioni dei vari asset. Alcune fonti indicano a MF-Milano Finanza un valore dell’equity di NetCo stimato fino a 20 miliardi cui andrebbero aggiunti almeno 10/13 miliardi di debito (anche se è evidente che da qui a qualche mese i calcoli potrebbero cambiare) mentre l’EV di Open Fiber è di 7,3 miliardi; da qui i quasi 40 miliardi totali.
Open Fiber prepara perciò le munizioni finanziarie per l’operazione. Ci sarebbe un programma di emissioni obbligazionarie per ripagare il debito bancario che accompagnerà l’operazione, che originariamente era pensato strutturato in due anni ma che potrebbe essere ridotto a uno, causa aumento dei tassi. Resta infine da capire la struttura dell’affare. Open Fiber potrebbe pagare in contanti l’acquisto della rete Tim oppure proporre come corrispettivo di accollarsi una parte consistente del debito di oltre 29 miliardi di euro accumulato negli anni da Telecom, versando una quota minima in cash. Intanto, il primo effetto positivo si è avuto sul titolo Tim: ha chiuso sui massimi da un mese in rialzo del 3,14% a 0,2892 euro.








