Indispensabile per affrontare le sfide presenti e future, l’innovazione è la chiave per la competitività industriale.
Va quindi maggiormente valorizzata in primis attraverso “una tutela più chiara, certa e accessibile per le imprese”.
La recente modifica del codice della proprietà industriale, a cui manca solo il voto del Parlamento per entrare in vigore, si muove nella giusta direzione ma la disciplina del codice da sola non può garantire “l’effettiva tutela della proprietà industriale, anzi rappresenta solo uno dei plurimi aspetti che contribuiscono al suo funzionamento”.
Questa l’opinione di Giovanni Guglielmetti, partner di BonelliErede e avvocato di lunga esperienza in materia di proprietà industriale, che ha ricostruito con MF-Milano Finanza gli aspetti più significativi della riforma e gli ambiti in cui si deve ancora lavorare.
Innanzitutto, il disegno di legge punta sulla semplificazione amministrativa e la digitalizzazione delle procedure.
La rimozione di vincoli e ostacoli burocratici, quindi di costi da affrontare, “rappresenta sempre una buona notizia per le aziende e certamente può contribuire a incentivarle a proteggere la proprietà industriale”.
Similmente il testo prevede che i diritti di deposito della domanda di brevetto possano essere versati non solo al momento alla consegna ma anche successivamente, entro un mese, riconoscendo la protezione fin dalla presentazione della domanda.
Una norma del genere è interessante “soprattutto per le startup e le pmi che sono una parte importante del tessuto produttivo italiano e che tendenzialmente hanno meno risorse a disposizione”.
Secondo Guglielmetti tra le novità introdotte ce n’è un’altra da evidenziare: la titolarità dei diritti a brevettare le invenzioni fatte all’interno delle università o degli enti di ricerca non apparterrà più in prima battuta al singolo professore o ricercatore bensì all’Ateneo o all’Ente di ricerca di appartenenza.
A questo si aggiunge la possibilità per le Università e gli Istituti di Alta formazione di dotarsi di uffici interni per il trasferimento tecnologico, che dovrebbero contribuire a colmare quel gap tra “il mondo della ricerca universitaria e quello produttivo così da consentire alle università di cogliere concrete opportunità di sfruttamento, rimediando a quello che finora è stato il tallone d’Achille del sistema italiano”.
Così gli istituti dovrebbero essere più propensi a investire in innovazione e le imprese a stringere legami con il comparto della ricerca universitaria.
Il ddl brevetti compie dei passi nella giusta direzione ma resta da affrontare l’atavico problema italiano: l’effettiva applicazione delle norme.
In questa direzione “va rafforzata la giustizia, per renderla sempre più specializzata e veloce” e fatto un lavoro di consapevolezza sull’importanza della proprietà industriale sulle imprese, in particolare piccole e medie, ha evidenziato Guglielmetti.
Per avvicinare le pmi ai brevetti risultano d’aiuto gli incentivi fiscali, ne è un esempio il patent box negli ultimi anni.








