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La produttività industriale è cresciuta grazie al boom dell’export. Ma ora rischia. Ecco perché | Lo scenario

La produzione industriale metalmeccanica, trainata dalle esportazioni, ha ripreso bene dopo la crisi del Covid, ma oggi le prospettive sono molto incerte.

La produttività è cresciuta negli ultimi anni (+15 punti percentuali in un decennio), l’occupazione ha recuperato i livelli pre covid e le retribuzioni reali sono rimaste stabili prima del crollo del 2022; la contrattazione del settore è infatti riuscita, fino allo strappo inflazionistico, a determinare miglioramenti in termini reali.

Ritorno dell’inflazione, invecchiamento della popolazione lavorativa, criticità crescenti sui mercati internazionali e rischio recessione sono fattori nuovi che rischiano di rimettere in discussione i livelli di tutela che i metalmeccanici hanno conquistato. È questo il quadro tracciato dal “Cruscotto del lavoro nella metalmeccanica” della Fim Cisl.

 Lo studio stima una caduta dei salari reali nella metalmeccanica intorno al 5 per cento nel 2022, una perdita che rischia di mettere in difficoltà molte famiglie. In una situazione come quella attuale, “la moderazione salariale mette tutto il carico dello shock inflazionistico sulle spalle dei salari. Una situazione difficilmente sostenibile”.

Con gli attuali tassi di inflazione si ripresenta poi in misura allarmante – si legge nel Cruscotto – il fenomeno del fiscal drag.

Sulla base di ipotesi di inflazione formulate dall’Istat per il biennio 2023/24 è possibile prevedere un aumento della pressione fiscale tra 1,5 e 1,8 punti per la retribuzione media e per quelle più basse e di circa 1 punto per quelle più alte non soggette alla diminuzione delle detrazioni.

“In questo quadro stride il confronto tra il trattamento fiscale riservato ai lavoratori dipendenti metalmeccanici (e dipendenti in generale) e i lavoratori autonomi. Con l’ultima legge di bilancio il regime della flat tax è stato portato a 85.000 euro di fatturato.

Va ricordato che non solo chi rientra in questo regime gode di un’imposta piatta del 15% e sfugge alla progressività dell’Irpef, ma gode anche dell’esenzione dalle addizionali regionali e comunali, non partecipando quindi al finanziamento della sanità regionale e dei comuni.

I vantaggi in termini di minori carichi fiscali sono pari a circa 7.000 euro per un professionista con un fatturato di 85.000 euro rispetto a un impiegato di 7 livello e di 4.000 euro per un professionista con un fatturato di 65.000 euro rispetto a una retribuzione media di un lavoratore metalmeccanico”.

Fondamentale quindi secondo la Fim, il ruolo della contrattazione: un lavoratore metalmeccanico – fa notare il segretario generale Fim, Roberto Benaglia – guadagna in media oltre 40 mila euro ed i salari, anche grazie agli accordi cosiddetti separati, sono aumentati fino al 2021 più dell’inflazione.

Inoltre, i differenziali retributivi di genere sono più bassi dell’economia in generale anche se rimangono consistenti: le donne guadagnano per ora lavorata oltre il 10 per cento in meno degli uomini, a cui si aggiunge il minor numero di ore lavorate. Inoltre, secondo il Cruscotto, l’incidenza del lavoro precario è stata in marginale crescita negli ultimi trimestri, ma sotto i picchi precedenti.

“Nella metalmeccanica – sottolinea Benaglia – sono presenti tassi di lavoro precari o a termine ben più bassi di quelli dell’intera economia”.

La stabilità dell’occupazione nell’intera industria metalmeccanica è una sintesi di andamenti differenziati fra i diversi comparti: considerando la media dei quattro trimestri terminanti nel secondo 2022, rispetto al dato medio del 2019 si registrano perdite di occupati nei settori dei mezzi di trasporto (-20 mila occupati) e nella parte più a monte della filiera (circa 18 mila occupati in meno nella metallurgia).

Nel 2022 le imprese del settore hanno programmato un numero di assunzioni che supera i dati pre-pandemia del 2018 e del 2019, ma per quasi la metà delle assunzioni programmate le imprese dichiarano di incontrare difficoltà di reperimento.

Il problema della scarsità di manodopera rispetto ai bisogni delle imprese, specie per alcune professionalità è esploso e la partecipazione alla formazione continua, sebbene recentemente migliorata, resta non brillante e sotto gli obiettivi: la formazione non appare sufficiente rispetto all’accelerazione della innovazione tecnologica.

“Il lavoro, soprattutto se sicuro, tutelato, correlato a crescenti forme di benessere delle persone che lavorano, è destinato comunque nel mondo metalmeccanico ad essere un investimento da coltivare – afferma il leader Fim Benaglia – Il lavoro metalmeccanico vale di più e il sindacato si deve sbilanciare per aumentare il tasso di partecipazione e di investimento sul lavoro da parte delle imprese”.

“Non ci basta vedere in questo “cruscotto” dati migliori rispetto al passato, ad altri paesi europei o ad altri settori. Creare e contrattare più lavoro giusto è la missione della Fim, che abbiamo rinnovato anche nel recente congresso nazionale, e che anima l’azione sindacale quotidiana, la contrattazione nazionale ed aziendale ed il tanto lavoro sindacale “di prossimità” che facciamo ogni giorno insieme”.

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