Il primo a lanciare il sospetto è stato l’ambasciatore americano in Israele David Friedman. Intervistato dal “Jerusalem Post” ha dichiarato che “la Cina userebbe progetti di investimento per ”infiltrarsi” nei Paesi del Medio Oriente. Poco dopo è toccato al Segretario di Stato americano Mike Pompeo dichiarare che “Israele ha annunciato il rifiuto di un’offerta cinese per un importante progetto di desalinizzazione”. Ora una fonte americana, citata dal ‘Washington Post’, ha affermato che gli “Stati Uniti hanno avuto colloqui simili con tutti i nostri alleati e partner”.
Insomma, gli Stati Uniti hanno paura che la Cina investa nel mercato Mediorientale. Ma non è una cosa dettata dalla pandemia di Coronavirus. Già un anno fa, lo stesso Mike Pompeo aveva avvertito del fatto che crescenti investimenti cinesi in Israele avrebbero potuto danneggiare la collaborazione con gli Stati Uniti nell’ambito della sicurezza.
Una cosa appare certa agli analisti. La pressione americana di respingere progetti cinesi potrebbe portare molti Paesi del Medio Oriente a scelte difficili e potrebbero nascere pericolose competizioni. La Cina, infatti, ha come strategia quella di collaborare con chiunque. Già nel 2016 Pechino ha firmato un accordo di partnership strategica con l’Arabia Saudita e con l’Iran. La Cina ha anche rapporti con gli Emirati Arabi Uniti e con il Qatar e afferma di sostenere sia i Territori palestinesi, sia Israele.
Situazione controversa e sembra quindi improbabile che Washington riesca a convincere qualcuno ad opporsi a Pechino, sia per questioni di influenza, di relazioni bilaterali asimmetriche nel Medio Oriente che per ragioni commerciali essendo la Cina il principale partner commerciale di diversi paesi del MO e la più grande fonte esterna di investimenti diretti.








