Difficile che una guerra non abbia conseguenze economiche.
Difficilissimo se la guerra scoppia in Medio Oriente, dove si produce e transita, tramite lo Stretto di Hormuz, una grande quantità del petrolio e del gas liquefatto che gira per il mondo.
Infatti, subito dopo il primo attacco dei bombardieri e razzi israeliani in Iran, nella notte tra il 12 e il 13 giugno, il prezzo del petrolio e, in misura maggiore, i futures sul petrolio si sono impennati.
Ma la risalita dei futures (con qualche oscillazione) dai minimi (55$) era iniziata già ai primi di maggio.
Dopo oltre una settimana di attacchi israeliani e USA e risposte coi missili iraniani, i prezzi non hanno ancora aggiunto i picchi dello scorso gennaio (80 $), ma si sono avvicinati (circa 74$ il 20 giugno), mentre un prolungamento della guerra e il possibile blocco dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran potrebbero far superare di slancio quei livelli, semplicemente perché causerebbe un crollo dell’offerta.
Un nuovo shock ai prezzi dell’energia favorisce gli azionisti delle grandi compagnie petrolifere multinazionali, il governo russo e i vari sceicchi mediorientali.
L’impatto sull’inflazione ci sarà (soprattutto se i picchi di questi giorni persisteranno o verranno superati), ma non dovrebbe esserci una ripetizione della stagflazione degli anni 1973-74 e 1979-80, se non altro perché la quantità di petrolio consumata per unità di PIL è diminuita ovunque nel mondo.
Grazie a quel po’ di transizione energetica già avvenuta che ci aiuta a isolarci dagli shock dovuti alle guerre in Medio Oriente.
Non c’è speranza che lo capisca Trump.
Speriamo lo capiscano i governanti europei, purtroppo sempre più propensi a riporre la transizione energetica nel cassetto dei propositi per il futuro.








