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[Intervista esclusiva] Claudia Fiaschi, portavoce Terzo Settore: «Siamo gli scontenti d’Italia perché occorre sanare l’ingiustizia sociale. E’ questo il vero investimento per far ripartire il Paese»

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Il miglior investimento per ripartire dopo la dura esperienza del Covid-19 l’Italia lo può fare investendo di più nell’economia sociale del Terzo Settore.

Si ha infatti l’occasione storica per mettere a fuoco questo aspetto integrante del modello italiano di società. Recepito nella Carta costituzionale, è rimasto marginale nella contesa tra economia e politica.

In realtà senza lo sviluppo della cittadinanza attiva, distintivo del Terzo Settore, la Costituzione resta incompiuta e i cittadini – donne e uomini –  dimenticano di essere essi stessi l’Italia, paese di radicate tradizioni solidaristiche e accoglienti. Perciò si reclamano istituzioni e servizi per la felicità pubblica di tutti, spezzando l’assedio della corruzione e della criminalità che fanno apparire lo Stato unico responsabile del nostro scontento. Senza Terzo settore l’Italia non riparte o riparte male, perpetuando il malessere sociale che né la politica né l’economia, da sole e in crisi, sono in grado di guarire.

Ne è convinta Claudia Fiaschi, portavoce del Forum Terzo Settore, una realtà vitale per il buon andamento dell’Italia che la gente comune, però, capisce al volo e sente dalla propria parte soltanto se riesce a identificarlo con il volontariato organizzato.

Ossia con quei cittadini che si attivano per reclamare, non soltanto per sé ma per tutti, politiche amministrative o economiche che vadano incontro alle giuste attese della gente stanca di sentirsi fagocitata, logorata da minuzie burocratiche e vessatorie che non lasciano vivere serenamente. Caratteristica del Forum è la capacità di analisi e la visione umanistica globale che anima la richiesta di più economia sociale. Nel tempo del Covid-19 – rileva Claudia Fiaschi – il Terzo Settore ha percepito una positiva convergenza con papa Francesco e le sue indicazioni sociali e ambientali.

Ugualmente ha colto la necessità di politiche sociali comuni a livello europeo e mondiale. E ha capito il passaggio necessario alla solidarietà digitale che può affrettare il patto di solidarietà tra generazioni. Così anche fenomeni come l’immigrazione – agitata quale spauracchio nelle democrazie occidentali –  che viene vissuta come una minaccia, diventa una possibilità da non perdere. Il Terzo Settore – ripete Claudia Fiaschi nella sua intervista esclusiva a Ripartelitalia – è una delle forme con cui la cittadinanza libera, protagonista della costruzione del bene comune si esprime.

Viene da pensare quello che pensano tanti cittadini: che voi del Terzo Settore siete un po’ gli scontenti d’Italia e gli inattuali d’Italia. Perché non somigliate né alla destra, né al centro, né alla sinistra?

Se per scontenti d’Italia si intende che il mondo del Terzo Settore è sempre pronto a cogliere gli elementi di giustizia sociale ancora irrisolti, e su cui è necessario fare un investimento in termini di scelte normative, di investimenti istituzionali, di impegno civico… beh, allora benvenuta la scontentezza, perché è quell’inquietudine sociale che produce progresso, evoluzione, prospettive di uguaglianza, di prosperità e anche di coesione sociale nelle nostre comunità. Inattuali? Sicuramente l’economia sociale non è mai di attualità, perché non fa notizia l’economia che produce valore giorno per giorno con una costruzione lenta, senza grandi exploit, fatta dal lavoro di molte persone e dedicata a generare crescenti guadagni di progresso in termini di maggiore felicità pubblica.

Ma economia sociale, Terzo Settore sono attuali soprattutto in termini di prospettiva, in quanto interpreti di un modello di sviluppo più sostenibile e inclusivo, in cui il protagonismo delle persone è centrale, attento alla comunità, capace di ridurre le diseguaglianze tra persone e territori. Questo rende il Terzo Settore un punto nodale della ripartenza del paese e la prospettiva di concorrere in modo fattivo e operoso alle prospettive di felicità pubblica. È il punto di convergenza di tante organizzazioni generate da matrici culturali molto diverse, ma capaci di convergere questo obiettivo comune.

Di questi scontenti, tuttavia, se ne sente il bisogno. Se non ci foste bisognerebbe inventarvi. Ma cosa è che vi rende necessari?

Il Terzo Settore è un pezzo dell’architettura delle nostre comunità: come tale è un pilastro fondamentale senza il quale non avremmo accesso a molte delle opportunità e dei servizi che sono fondamentali per la qualità della vita delle persone. Spesso non ce ne rendiamo conto, molte di queste attività sono realizzate da sempre in collaborazione tra le nostre istituzioni e il mondo del Terzo Settore: nel mondo della sanità, nel tempo libero, nello sport, nella cultura, nell’educazione dei bambini, nell’assistenza alle persone.

In tutti i 27 settori di interesse generale identificati dalla riforma del Terzo settore, il modello italiano prevede una sana e strutturale collaborazione tra istituzioni e Terzo Settore nelle sue diverse forme: volontariato, promozione sociale, impresa sociale. Presenza capillare in ogni comunità soprattutto in quelle più fragili, partecipazione della comunità alla creazione di soluzioni a problemi emergenti, sussidiarietà con le istituzioni, un ruolo centrale nella struttura del welfare mix made in Italy, sono pezzi di quella resilienza comunitaria e di quella costante capacità di innovazione sociale, fondamentali e irrinunciabili per guardare con fiducia al futuro. Per questo siamo convinti che l’investimento sul Terzo Settore sia un ottimo investimento, non solo sociale, ma anche economico e occupazionale.

Par di capire che non vi piace affatto come sta andando la politica e l’economia. Nel senso che pensano a breve e pensano ai garantiti. E voi, invece?

Noi con la politica e l’economia stiamo dialogando e siamo più ascoltati che in passato. Siamo convinti che è compito della politica armonizzare sogni, bisogni e non solo interessi degli uomini e delle comunità e che è compito della rappresentanza sociale dare voce a persone e comunità, restituendo la lettura sociale che il contesto restituisce ogni giorno alle nostre organizzazioni. Il risultato del buon governo è sempre il risultato di una dialettica democratica ricca e plurale.

In questa fase post emergenza, di rilancio del paese siamo convinti che non dobbiamo perdere l’occasione di scegliere con cura gli investimenti a medio e lungo termine per il Paese senza disperdere gli apprendimenti duri ma importanti di questi mesi: importanza di economia, sanità, socialità di territorio e comunità, centralità dei settori economici “utili ed essenziali”, utilità sociale delle tecnologie, importanza di comunità resilienti, creative e ricche di cittadinanza attiva, capace di solidarietà e mutualità anche a livello internazionale.

Voi pensate dunque al territorio ma inserito in un orizzonte europeo?

Per questo riteniamo importante varare un piano articolato di sviluppo dell’economia sociale in Italia, cercando di valorizzare questo patrimonio di esperienza e di potenzialità che è rappresentato da questo mondo in tutti i suoi diversi settori di intervento. Siamo convinti che questo tema riguardi anche l’orientamento rispetto all’uso delle risorse a livello europeo, perché se una cosa ci ha insegnato questa emergenza è che se ne esce globalmente.

E’ tempo di spingere anche la nostra Europa a investire sull’economia sociale, con un piano d’azione europeo che dialoghi con quello italiano e con quello di altri paesi. Dotare le comunità di questo grande potenziale di civismo attivo in grado di trasformare una comunità in una realtà più coesa e prospera anche dal punto di vista economico, e con una maggiore capacità occupazionale deve rappresentare non solo una grande iniziativa dei cittadini, ma anche una intenzionale politica delle nostre istituzioni ai vari livelli.

Trova naturale o un po’ strana la vostra alleanza con papa Francesco? Gli organismi che fanno parte del Forum sono credenti e non credenti, cattolici, evangelici, laici. Come mai riuscite a parlare in consonanza con Francesco?

Ci sono dei linguaggi universali che riguardano le persone e che si incrociano ormai da molti anni. Il linguaggio degli obiettivi 2030 delle Nazioni Unite e il linguaggio della Laudato sì sono due linguaggi differenti per forma ma fortemente convergenti per contenuti: raccontano le priorità in modo semplice, diretto, chiaro alle persone; hanno raccolto il sentimento comune, hanno rimesso al centro in modo semplice il valore della persona, e accanto all’uomo il pianeta, il giardino in cui siamo chiamati a vivere, quel desiderio di pace e prosperità che spinge l’uomo a farsi alleato di altri uomini, popoli a costruire alleanze con altri popoli.

Una visione desiderabile del futuro su cui è naturale costruire un dialogo ecumenico centrato su quei valori di solidarietà e di cittadinanza in cui buona parte del Terzo Settore si riconosce, quei valori comuni che ne fondano iniziativa e slancio. Esistono linguaggi che parlano in modo straordinario al cuore di persone e organizzazioni.

C’è stato un periodo, specialmente iniziale, in cui nel Terzo Settore le donne sembravano di complemento. Ora sono normale classe dirigente. Vi capita come per la messa cui partecipano le donne in prevalenza e gli uomini si sfilano?

Il ruolo delle donne è sempre stato centrale nel Terzo Settore, la componente femminile storicamente è molto forte. Le componenti di genere sono tutte un grande valore per le organizzazioni in quanto mettono a disposizione uno sguardo plurale e più ricco rispetto alla realtà e strategie creative differenziate, fondamentali per quel ruolo di innovazione sociale che il Terzo Settore svolge sempre nelle comunità. Il talento delle donne e il talento degli uomini, la possibilità di poter far convergere su riflessioni e azioni questi sguardi e sensibilità differenti rende migliore la capacità di mettere a fuoco le priorità, di individuare le modalità di azione, di costruire risposte e soluzioni efficaci.

Sicuramente c’è un grande lavoro di evoluzione, di maturazione delle donne anche ai livelli del management del Terzo Settore, dove la formazione deve giocare una sua parte importante. Anche nel Terzo Settore le donne devono imparare a farsi avanti, a giocare le proprie capacità, a superare pregiudizi su ruoli e potere e gli uomini a riconoscere e promuovere le leadership femminili, laddove riconoscano un talento.

L’esperienza Covid-19. Cosa vi ha lasciato e come vi cambierà?

L’emergenza Covid-19 ci ha lasciato alcuni insegnamenti che è necessario consolidare. Innanzitutto è stato finalmente sdoganato nel Terzo Settore l’uso degli strumenti tecnologici a beneficio di nuove forme di solidarietà di prossimità, ed è stato sdoganato il ruolo delle nuove generazioni che, avendo una maggiore familiarità digitale, hanno avuto un ruolo determinante per costruire forme e modi di questa solidarietà digitale all’interno delle organizzazioni anche di lunga storia, quelle che facevano più fatica a cavalcare la transizione digitale.

Altri temi: valore e ruolo della prossimità, del territorio, in un momento in cui non era più possibile giocare la solidarietà attraverso la prossimità fisica, ma anche l’importanza di costruire alleanze stabili con altri soggetti di Terzo Settore, con le istituzioni, e anche con il mondo delle imprese di sostegno alla comunità. Tutti apprendimenti che dovremo incorporare perché comunque dovremo imparare a convivere con potenziali emergenze e adottare modelli di intervento compatibili con i vincoli determinati da queste emergenze. Questo richiederà una grande innovazione all’interno del Terzo Settore sia in termini di strumenti sia in termini di modalità operative, ma anche in termini di formazione delle persone, sia dei volontari che degli operatori professionali, per poter consolidare questi apprendimenti dentro le pratiche organizzative.

Perché il dibattito politico su immigrati e sussidiarietà, fagocitato dai partiti, si trova ancora dentro a un tunnel senza apparente via di uscita mentre voi ritenete questi due obiettivi capisaldi di una Italia per tutti?

I grandi movimenti dei popoli in ogni epoca nascono per la legittima aspirazione a una vita migliore: ci si muove perché le condizioni climatiche sono inaccettabili, perché non c’è lavoro, perché non c’è possibilità di sfamare i propri figli, perché c’è la guerra. La capacità di progettare uno sviluppo ecologico integrale, quindi la capacità di costruire una prospettiva di sviluppo equilibrato tra popoli, è anche la sfida per far sì che ciascuno possa vivere con piacere dentro la propria comunità. Nessuno parte dal proprio paese senza avere in testa il desiderio di tornarci un giorno avendo migliorato le proprie prospettive. Ma evidentemente per fare questo è necessario fare investimenti anche a livello di cooperazione internazionale per lo sviluppo.

Non è possibile ridurre il tema dell’immigrazione soltanto alle politiche dell’accoglienza, è necessario riequilibrare il dibattito, adottare piani e politiche condivisi e coordinati a livello internazionale, fare adeguati e necessari investimenti per lo sviluppo dei paesi più fragili: ridurre la disuguaglianza sociale ed economica tra i popoli, è la via maestra anche per ridurre o contenere il numero di quelli che abbandonano il proprio paese col desiderio di cercare fortuna altrove.

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