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In Italia la crisi post-Covid potrebbe far rischiare 4 imprese su 10

L’Istat ha pubblicato un report sulla situazione e sulle prospettive delle imprese  nell’emergenza sanitaria Covid-19. Ne emerge che la pandemia ha avuto e avrà anche una volta finita, gravi ripercussioni sul fatturato di almeno quattro imprese su dieci che nei  mesi di marzo-aprile hanno registrato un calo del 50%. Secondo l’Istat il 70,2% delle imprese ha fatto ricorso alla Cassa Integrazione o a strumenti analoghi,  mentre sale all’8,8% la quota di personale in lavoro a distanza (dall’1,2%  di gennaio/febbraio) con punte del 31,4% nelle grandi imprese.

IL REPORT ISTAT
Oltre la  metà delle aziende prevede una mancanza di liquidità per far fronte alle  spese che si presenteranno fino alla fine del 2020, mentre il 38% (circa 4  imprese su 10) segnala rischi operativi e di sostenibilità della propria attività e il 42,8% ha chiesto il sostegno per liquidità e credito. Delle imprese che hanno fatto richiesta di un prestito con le misure messe in campo dal governo, solo un terzo lo ha ottenuto. Difficile il rapporto  con le banche per il 23,6% delle aziende soprattutto per i tempi lunghi necessari a ottenere i finanziamenti. Le imprese dichiarano una forte attenzione alle misure di precauzione e contrasto all’epidemia di  Covid-19: la quasi totalità delle aziende (96,7%) ha provveduto a  sanificare gli ambienti di lavoro e ha dotato i propri dipendenti di  dispositivi di protezione individuale.

LIQUIDITÀ
Sul fronte della liquidità, la frequenza delle richieste di  finanziamenti è più elevata per le imprese di dimensione minore (43% di  micro imprese) rispetto alle grandi (23,6%). Nel fare richiesta di accesso  alle misure di sostegno alla liquidità, le difficoltà legate ai tempi di risposta delle banche risultano preponderanti, essendo riscontrate dal  23,6% delle imprese. Ancora una volta sono le imprese più piccole e  localizzate nel Centro-Sud a lamentare tali difficoltà, anche per le  peggiori condizioni finanziarie cui sono soggette. Le piu’ colpite sono  quelle operanti negli altri servizi alle persone.    

CALI DI FATTURATO

Durante il lockdown, oltre il 70% delle imprese (pari al 73,7% degli  occupati) dichiara una riduzione del fatturato nel bimestre marzo-aprile 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019: nel 41,4% dei casi il  fatturato si è più che dimezzato, nel 27,1% si è ridotto tra il 10% e  il 50% e nel 3% dei casi meno del 10%; nell’8,9% delle imprese il valore  del fatturato è invece rimasto stabile. Il 14,6% delle imprese dichiara  di non avere registrato alcun fatturato, ma la quota è molto più elevata  tra quelle attive nell’ambito delle attività sportive, di intrattenimento  e divertimento (58,2%), tra le agenzie di viaggio e i tour operator  (57,1%) e i servizi di alloggio (50,9%). Seguono le imprese che si  dedicano ad attività creative e artistiche (42,5%), le case da gioco  (36,6%) e ai servizi di ristorazione (35,4%). Inoltre, non hanno  registrato fatturato un quarto delle imprese degli altri servizi alla  persona (28,9%), delle attività culturali (28,7%), dell’istruzione  (26,3%) e dell’assistenza sociale non residenziale (24,8%). Il fatturato  del bimestre marzo-aprile 2020 e’ aumentato soltanto per il 5% delle  imprese (che pesano per il 7,5% in termini di occupazione), di cui l’1,4%  per meno del 10% e il 3,6% per oltre il 10%. Si tratta di circa 50 mila  imprese, nella maggior parte dei casi appartenenti al settore del  commercio (24 mila), tra le quali la quota di imprese con un fatturato in  aumento sale al 9,8%. Se tra le micro e piccole imprese la contrazione maggiore si registra  tra quelle che operano nei servizi alla persona e alle imprese, tra le  medie e le grandi il settore più coinvolto è il commercio. Le  motivazioni alla base della riduzione del fatturato sono per il 45,9%  riconducibili alla riduzione delle settimane lavorative dovute alla chiusura, per il 50,5% al calo della domanda, per l’8,3% a difficoltà di approvvigionamento e per il 5,5% a un calo della produttività dovuta alle  nuove condizioni lavorative.    

MISURE DI EMERGENZA
Per affrontare l’emergenza, il 70,2% delle imprese ha fatto ricorso alla  Cig o a strumenti analoghi come il Fondo integrazione salariale (Fis).  Alcune delle misure più frequentemente applicate presentano poi una  evidente connotazione dimensionale: lo smart working, ad esempio, introdotto o esteso dal 18,3% delle microimprese (3-9 addetti) e dal  37,2% delle piccole (10-49 addetti) è la misura piu’ diffusa -anche più  del ricorso alla Cig/Fis- tra le unità di dimensione media (50-249  addetti) e grande (250 addetti e oltre) che l’hanno adottata nel 73,1 e  nel 90% dei casi.    

MICRO E PICCOLE IMPRESE
Il lockdown ha inciso soprattutto sull’attività delle micro e piccole  imprese. Nella fase 1 dell’emergenza sanitaria (tra il 9 marzo e il 4  maggio) il 45% delle imprese con 3 e più addetti (458 mila, che assorbono  il 27,5% degli addetti e realizzano il 18% del fatturato) ha sospeso  l’attività. Per il 38,3% (390 mila imprese) la decisione è stata presa a  seguito del decreto del governo mentre il 6,7% (68 mila) lo ha fatto di  propria iniziativa. Sono invece il 22,5% le imprese che sono riuscite a  riaprire prima del 4 maggio dopo un’iniziale chiusura, spiegando la  decisione in diversi modi. Oltre tre imprese su 10 (32,5%) sono rimaste  sempre attive (331 mila); questa quota di imprese è la più rilevante dal  punto di vista economico e dell’occupazione in quanto rappresenta il 48,3%  degli addetti e il 60,9% del fatturato nazionale.  Le microimprese (3-9 addetti), sono quelle più coinvolte nella  sospensione delle attività: 48,7% contro 32,7% delle piccole (10-49 addetti), 19,2% delle medie (50-250 addetti) e 14,5% delle grandi (250  addetti e oltre), per una quota complessiva del 69,4%, considerando anche  le imprese minori inizialmente ‘sospese’ che poi hanno riaperto.  Anche le piccole imprese risultano particolarmente interessate dalla  sospensione delle attività (62,1% rispetto a 46,7% delle medie e al 36,0%  delle grandi) ma si distinguono per un’elevata incidenza di riapertura nel  corso del lockdown (29,4%); seguono le imprese di medie dimensioni (27,5%  contro 20,7% delle micro e 21,5% delle grandi). Al contrario tra le medie  e ancora di più tra le grandi imprese prevalgono le realtà rimaste  sempre attive (rispettivamente 53,3% e 64% contro 30,6% delle micro e  37,9% delle piccole).

DETTAGLIO DELLE IMPRESE
Tra marzo e aprile sono state sospese le attività per oltre la metà delle imprese nelle costruzioni e nei servizi, rispettivamente il 58,9% e  il 53,3%, rispetto al 36% dell’industria in senso stretto e al 30,3% del commercio. Nell’ambito dei servizi, quote particolarmente elevate di  imprese chiuse durante il lockdown si riscontrano tra le agenzie di viaggio e tour operator (95,6%), nell’assistenza sociale non residenziale  (91,6%), nelle attivita’ creative ed artistiche (88,5%), sportive (87,2%)  culturali, come  biblioteche e musei (83,5%), nelle altre attività di  servizi alla persona, come parrucchieri e centri benessere (80,9%), nei  servizi di alloggio (79,2%) e ristorazione (76,8%) e nel settore  dell’istruzione (71,7%).  All’interno dell’industria in senso stretto, la produzione di beni  d’investimento (automotive, macchinari, apparecchiature elettriche, ecc.) registra la quota più elevata di imprese che hanno ripreso l’attività prima della fine del lockdown (58,9%) soprattutto a seguito di una  richiesta di deroga (39,9%).  Il commercio è il comparto rimasto più attivo, con il 46,7% di imprese sempre operative nel corso del lockdown e il 23,1% che ha ripreso l’attività prima del 4 maggio. In particolare, il commercio al dettaglio  presenta la quota più elevata di imprese sempre attive (52,4%) rispetto  al commercio all’ingrosso (40,6%) dove invece e’ significativa la quota di riaperture nel corso del lockdown (29,1% contro 15,1% del commercio al  dettaglio).   L’emergenza da covid-19 ha portato le aziende medie e grandi a rinviare  i piani di investimento (26,7% e 22,2%), in particolare quelle che  producono beni d’investimento, e quelle attive in settori connessi alle  filiere internazionali della produzione e del commercio, con punte nella  fabbricazione di autoveicoli, rimorchi e semi rimorchi (28,4%), nella  fabbricazione di altri mezzi di trasporto (25,9%) e nella fabbricazione di  macchinari e apparecchiature (24,7%).

A livello geografico sono le imprese  del Nord-est ad aver scelto di piu’ tale soluzione. Per oltre una impresa  su tre (36,5%), la reazione non implica azioni di carattere strategico.  Questo comportamento, diffuso soprattutto tra le unita’ di minore  dimensione (39,2% tra le micro e 27,4% tra le piccole), è più frequente  tra le imprese rimaste aperte durante il lockdown (39,5%) e tra quelle orientate al mercato domestico (38,1%). Modifiche di rilievo nell’utilizzo del lavoro riguardano una minoranza  delle imprese. La riduzione sostanziale del numero dei dipendenti, segnalata dall’11,8% (il 9,5% in termini occupazionali) risulta più frequente nelle piccole e micro imprese specie se attive nel commercio, trasporti e magazzinaggio, attivita’ di alloggio e ristorazione (19,6% e  16,0%), con punte elevate nei servizi di alloggio (36,9% e 47,2%). Nei  settori rimasti aperti la propensione verso strategie di cambiamento è maggiore. Tra queste spiccano l’accelerazione della transizione digitale e  il maggiore utilizzo di connessioni virtuali verso interno ed esterno,  (quasi una impresa su 10 con netta prevalenza di unita’ più grandi).

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