“Il governo non ha ascoltato i moniti che sono venuti da autorevoli istituzioni e dalle agenzie di rating a esercitare un sovrappiù di prudenza, anche alla luce di ciò che sta succedendo in Israele. Questo quanto emerge dal Consiglio dei Ministri. Si conferma infatti che nei prossimi tre anni il rapporto debito/Pil non scenderà. Il che per i mercati significa che con tutta probabilità il debito aumenterà, perché il progetto di bilancio è basato su varie ipotesi un po’ ottimistiche, in particolare sulla crescita del Pil (oltre il potenziale sia nel 2024 sia nel 2025) e sulle privatizzazioni (oltre 20 miliardi nel triennio)”.
Lo spiega l’economista Giampaolo Galli dalle colonne del magazine digitale Inpiù.net
“È vero che sul debito pesano gli esborsi per il superbonus edilizio, ma è anche vero che nel 2024 e 2025 questi esborsi sono sopravanzati da un effetto “palla di neve” (crescita del Pil meno tasso di interesse medio sul debito) positivo. Non si capisce quindi perché non sia questo il momento di avviare l’aggiustamento dei conti pubblici. Il punto chiave è che nessuno (nemmeno lo stesso governo nelle simulazioni della NADEF) si aspetta che dopo il 2026 le condizioni di contesto saranno migliori di quelle attuali. Dunque, il messaggio è che l’aggiustamento è rimandato sine die, il che per gli investitori è un problema serio” prosegue.
“L’altro messaggio è che le due misure chiave (la proroga della riduzione del cuneo fiscale e la riduzione dell’Irpef) per le quali il governo ha chiesto uno “scostamento di bilancio” per 15,7 miliardi nel 2024 valgono solo un anno. Questo è un problema perché viene ipotecata la manovra dell’anno prossimo, che partirà sottozero, esattamente come accadeva quando si mettevano le famigerate clausole di salvaguardia IVA. Inoltre, saranno probabilmente modesti gli effetti positivi su consumi ed economia perché i consumatori, non sapendo che accadrà fra 12 mesi, tenderanno a risparmiare i bonus invece che a spenderli.
Si può forse argomentare che il bonus contributivo per i redditi più bassi, pur essendo una tantum, ha il pregio di aiutare ad evitare l’avvio di una rincorsa prezzi-salari. Ma l’abolizione dello scaglione Irpef al 25% per i redditi fra 15 e 28 mila euro, pur essendo di per sé benvenuta, non è compatibile con le condizioni della finanza pubblica. E se c’è una cosa da non fare in materia di fisco è aggiungere instabilità al sistema; una riforma per un anno, salvo proroghe future, non nasce sotto i migliori auspici. Ulteriore incertezza genera l’abolizione dell’Ace, che molto ha fatto per la patrimonializziamone delle imprese; l’auspicio è che la sua sostituzione con riduzioni di imposta per chi investe e chi assume sia altrettanto efficace e abbia carattere strutturale” conclude Galli.








