Sanità, riforme e Mezzogiorno. Da qui dovrebbe ripartire il Paese, almeno secondo il Gruppo dei 20, il pool di economisti creato nel 2013 presso la Fondazione Economia Tor Vergata per iniziativa di Luigi Paganetto, coordinatore dell’ensemble che lavora con l’obiettivo di dare un contributo per «rivitalizzare un’Europa Anemica». Il Gruppo ha pubblicato un documento programmatico il 28 gennaio, in cui analizza il Pnrr, analizzando lacune e mancanze.
Si parte ovviamente dalla prima necessità, che la pandemia ci ha fatto capire, e cioè un sistema sanitario migliore. «La questione sanitaria (come diciamo fin dai primi giorni) è una priorità da cui non si può prescindere e che non può essere ridotta alla sola questione, pur importante, dell’ammontare di risorse che le sono dedicate nel PNRR, ma quella di un Piano organizzativo dell’impegno sanitario sul territorio che ancora non c’è, in particolare rispetto all’intervento vaccinale, assolutamente necessario per fronteggiare i dati epidemiologi attuali e prospettici».
In particolare l’eccesso di mortalità, secondo gli esperti, «ha molte ragioni, a cominciare dalla difficoltà di assicurare nella pandemia le risorse e le cure riservate in precedenza agli anziani fragili. È certo che bisogna modificare un sistema troppo ospedalecentrico con un impegno su punti di assistenza distribuiti sul territorio e l’assistenza domiciliare, una sorveglianza epidemiologica informatizzata, un tracciamento che funzioni, con interventi che anziché rincorrere la pandemia ne precorrano le fasi di maggiore virulenza. Il piano vaccinale, allo stato attuale, è del tutto insufficiente».
Serve, insomma, un piano vaccinale con tempi e logistica certi e preordinati. Ma serve soprattutto un deciso aumento delle risorse dedicate alla sanità e di personale medico. Ciò che è accaduto dal 2010 in poi, ha accentuato la gravità della pandemia che ci ha colpiti. Serve quindi anche un deciso investimento nelle nuove tecnologie, per cui sulla telemedicina, ma anche su ospedali più flessibile rispetto alla domanda di assistenza e cura e, nel medio periodo, di un impegno decisamente maggiore sull’attività di prevenzione.
In linea generale gli economisti giudicano «largamente insufficiente» il Pnrr proposto dal governo nella sua versione, approvata di recente dal Cdm. «Nella sua impostazione generale, è inadeguato rispetto al compito che deve sostenere, quello di indicare un percorso capace di portare il nostro Paese su un sentiero che innalzi nei prossimi anni, in maniera “permanente”, benessere e tasso di crescita potenziale, nel rispetto dei criteri di sostenibilità dello sviluppo, in maniera da evitare un ulteriore distanziamento dai principali paesi europei». Manca una struttura decisa di riforme strutturali, richieste dall’Europa. «Alla richiesta che viene dalla EU di riforma della nostra PA, della Giustizia civile e della Scuola e formazione, non si può rispondere, come accade nel PNRR di recente approvato, con misure episodiche».
Sul Sud è forte il parere del pool di economisti: valorizzare il territorio e il suo capitale umano. «Il Mezzogiorno, per la sua centralità nei rapporti con la sponda sud del Mediterraneo, è l’area che può offrire, più di altre che hanno già avuto il loro take-off, la possibilità di un innalzamento del nostro tasso di crescita. Perché ciò avvenga occorre puntare sui veri fattori di vantaggio del Mezzogiorno che non sono quelli modesti e soprattutto effimeri offerti dal Piano con la decontribuzione degli oneri sociali (7% di vantaggio competitivo), con 4 miliardi di spesa annua a carico del bilancio pubblico». Vincente potrebbe essere ad esempio investire sul sistema portuale e, soprattutto, sulle aree di retroporto, o «sul sistema dei trasporti tra Tirreno e Adriatico (dorsale Napoli-Bari), sulle autostrade del Mare che, oltre ad alleggerire il traffico via terra, potrebbero incentivare l’entrata in servizio di navi con motori innovativi per tecnologia e meno inquinanti (quelli a gas metano) delle acque del Mediterraneo. Né va dimenticata l’importanza di un salto di qualità nell’impegno di risorse per le zone economiche speciali, che hanno rappresentato un fattore di traino per lo sviluppo. Di tutto questo non c’è gran traccia nel PNRR».








