A oltre un anno dall’adozione di una politica commerciale protezionista e ondivaga dell’amministrazione statunitense, mai ci saremmo immaginati di commentare un dato delle esportazioni così brillante riferito al 2025 e ancor più a questi primi mesi del 2026.
Prima di esaminare aspetti positivi ed eventuali criticità che il nostro sistema export potrebbe presentare in futuro, partiamo da alcuni dati.
A fine dicembre i 643 miliardi di export evidenziano una crescita anno su anno del 3,3% in termine di valore, dato che permane in territorio positivo, seppur in minor misura, anche lato volumi.
Un altro risultato che ci conforta ancor più è quello del primo quadrimestre 2026 (+3,2%), raffrontato al pari periodo del 2025.
Con riferimento al 2025 non si deve dimenticare l’effetto positivo della cantieristica navale, che ha segnato numeri non facilmente replicabili, così come la crescita generalizzata del comparto farmaceutico, con un picco di quello made in Toscana che auspichiamo possa consolidarsi; non vanno sottaciuti i numeri dei metalli e dei prodotti in metallo.
Un aspetto che ci fa ben sperare è che le tre regioni a maggior vocazione export (Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto), e che rappresentano lo zoccolo duro, hanno confermato performances eccellenti e da sole hanno contribuito per oltre il 51% del totale senza l’incidenza di fenomeni estemporanei.
Il 66% dell’export è diretto verso l’Europa, dato che scende al 51% se consideriamo l’Unione Europea a 27 paesi.
Destinazione Europa ancor più presente nei primi mesi del 2026.
Nonostante la politica dei dazi, l’export verso gli Stati Uniti ha pesato per il 10,8% nel 2025 (+0,4) e nei primi tre mesi del 2026 raggiunge l’11,6%.
Appare chiaro che è difficile rinunciare all’unicità dei nostri prodotti da parte del destinatario finale, così come è probabile che l’importatore americano si sia sobbarcato una parte dell’aumento a scapito della marginalità.
Un risultato conseguito grazie alle nostre imprese, in particolare le PMI, caratterizzate da resilienza e capacità di riorganizzare e rimodulare in tempi rapidi, funzionalmente alle nuove regole e alle mutate condizioni di mercato.
Se fino a oggi la dimensione media delle nostre imprese ci ha premiato, non si può affermare che lo sarà altrettanto in futuro.
In un paese come il nostro, a demografia piatta, le imprese, per continuare a essere competitive, non possono che investire, prima di tutto in tecnologia e in capitale umano, così da aumentare la produttività e il valore aggiunto.
Dovremo essere vincenti sulla qualità, sinonimo oggi di innovazione, e non sulla quantità.
Ovvio che le imprese più strutturate avranno, da un lato maggiori capitali propri, dall’altro una migliore capacità di rivolgersi al mercato e di accedere al credito.
Risulta, quindi, più che mai urgente l’adozione di una serie di strumenti, anche di natura fiscale, volti a incentivare le acquisizioni e le aggregazioni, per favorire la crescita della dimensione media delle nostre imprese.
Meno imprese ma più strutturate.
Fronte capitale umano, è vitale interrompere la fuga dei nostri giovani, per altro quelli più qualificati, sempre più indispensabili per governare e utilizzare tecnologia e in particolare l’intelligenza artificiale.
Si dovrà studiare e attuare una collaborazione pubblico/privato per incentivare anche il rientro di coloro che se ne sono già andati, agevolando nuove intraprese imprenditoriali innovative; li abbiamo formati, utilizziamoli, anche perché gli iscritti alle scuole primarie sono in progressiva diminuzione, in particolare nelle regioni che sviluppano un importante valore aggiunto.
Elementi, questi ultimi, indispensabili per raggiungere l’obiettivo di 700 miliardi nell’export e per aggredire nuovi mercati, a partire dal Mercosur, il cui recente accordo raggiunto consentirà di meglio approcciare una platea potenziale di circa 700 milioni di persone.
Le opportunità ci sono, il tempo scarseggia.








