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Giovanni Gorno Tempini (Presidente Cdp): «L’economia tiene, non falliamo sul Pnrr»

Nonostante il momento storico si presenti pieno di incognite, l’Italia ha dimostrato una capacità di adattamento su cui vale la pena scommettere. La Cdp «non è una cassaforte», ma è pronta a svolgere la sua opera di «intelligence finanziaria», di sostegno e consulenza all’economia, soprattutto sul territorio.

«Non siamo un magazzino di cose», ricorda a chi è sistematicamente tentato di bussare alla sua porta per invocare un aiuto in salvataggi spesso impossibili: «Bisogna che ognuno faccia ciò che può e deve fare». Lo afferma in una lunga intervista alla Stampa il presidente della Cassa, Giovanni Gorno Tempini. Il manager cerca di evitare «per opportunità istituzionale» le domande su Tim, ancora una volta il caso dell’anno. Ma una cosa la dice: come si è visto con Open Fiber, «il ruolo dello Stato nella gestione delle reti deve essere rilevante e, anzi, lo è già».

Quanto alle preoccupazioni per il 2023, «viviamo tempi di grande incertezza. Però mi rassicura vedere che l’economia italiana ha saputo reagire bene alla pandemia e a ciò che ne è seguito. Ha dimostrato una capacità di adattamento straordinaria. Il prodotto cresce, le imprese lavorano bene, l’occupazione si è ripresa, il turismo vive una stagione straordinaria. I numeri dimostrano la resilienza dell’economia», spiega Gorno Tempini aggiungendo che «oltre a questo, due segnali invitano a non essere pessimisti».

«Il primo è il venture capital. un indicatore di innovazione a cui non si bada mai abbastanza. Siamo ancora indietro rispetto a francesi e tedeschi, ma il mercato cresce a ritmi esponenziali. positivo. Vuol dire che l’imprenditoria si sta rinnovando. Anche nelle regioni del Sud, particolarmente in Campania e Lazio». Il secondo, «la produzione industriale italiana è tornata ai livelli pre-pandemici con un consumo di gas che, nel 2022, è calato del 20%. Ne deriva che le imprese hanno saputo adattarsi ad un contesto difficile e sono riuscite a continuare il lavoro e realizzare i loro progetti. Un segno incoraggiante», sottolinea.

Quindi niente pessimismi, anche se la tranquillità è un’altra cosa. «Ci sono forti venti contrari, a partire dalla pandemia che non è finita per arrivare alla guerra in Ucraina che ha portato il conto dell’energia in Europa nel 2022 a un trilione di euro. stato uno choc incredibile. E non aiuta l’inflazione che ci ha colto di sorpresa, nessuno si aspettava fosse così rilevante. Mentre ora che c’è un rallentamento del ritmo di incremento dei prezzi, la preoccupazione è più alta di quanto fosse all’inizio», continua il presidente di Cassa.

Alla domanda se ritiene la ricetta antinflazione troppo decisa, «non si deve abbassare la guardia davanti a numeri così alti. L’attenzione deve essere massima. Però mi chiedo se non si stia eccedendo con la cura», afferma Gorno Tempini precisando che «non è un momento facile per fare il banchiere centrale, mestiere fondato sui modelli di previsioni econometrici. Nei due anni di pandemia, complicati dalla guerra, l’affidabilità di questi modelli è stata messa in discussione, potrebbe non essere più quella di prima. Anche la possibilità che si possa avviare una spirale prezzi-salari che porti a un’ulteriore accelerazione dell’inflazione è da dimostrare alla luce delle significative trasformazioni del mercato del lavoro».

La crisi ha rimesso al centro la politica economica. Il Pnrr è la vera manovra di sviluppo. La Cdp ha «almeno» tre ruoli. «In certi casi siamo destinatari diretti delle risorse. In altri siamo gestori di fondi del Pnrr. Infine, siamo consulenti, in particolare degli enti locali e delle amministrazioni nella realizzazione del Piano. Nel 2023 ogni attenzione deve andare alla realizzazione dei programmi. Perché un conto è presentare un progetto, un altro è realizzarlo e ottenere le rate di finanziamento dall’Europa. La questione fondamentale è che comincino ad aprirsi i cantieri. La novità del Pnrr è che ci sono delle rendicontazioni da fare sui progetti e sulle modalità di spesa. Importante quindi è avviare i lavori», spiega.

Sui possibili ritardi, «per quello che vediamo dal nostro osservatorio, le milestone sono state rispettate, ma non significa che non ci siano incognite. Il problema è che, rispetto al momento in cui si è cominciato a parlare di Pnrr, le materie prime e i costi in generale si sono modificati in modo rilevante», aggiunge Gorno Tempini precisando che «bisogna tenerne conto nel controllare l’attuazione del Pnrr. E parlarne con l’Europa. Il Piano va di qui al 2026. La sua attuazione impone di ragionare in una logica pluriennale, occorre essere realistici e pragmatici».

Pochi anni fa la politica voleva trasformare la Cdp in un nuovo Iri, la considerava una cassaforte a cui attingere per togliere le imprese di Stato dai guai. Secondo il manager, «cassaforte è un termine riduttivo rispetto alla nostra missione. Ci sono tante cose che Cdp può fare con le proprie risorse e con il proprio bilancio, si va dalle politiche di investimento alle attività tradizionali di finanziamento. Ciò che facciamo con i nostri bilanci è importante. Ma abbiamo anche dei limiti di legge e regolamentari precisi», mette in evidenza.

Per arricchire l’attività della Cassa ci vuole una intelligenza che vada oltre il concetto di «cassaforte e che si confronterà con la capacità di attrarre capitale privato che affianchi il nostro per un maggior impatto complessivo, basandosi sulla nostra capacità progettuale», afferma. Nel futuro, Gorno Tempini vede Cdp come «un’istituzione che lavora per il Paese, con i vincoli citati, sempre più in una chiave che va oltre il rischio rendimento, con l’obiettivo aggiuntivo fondamentale che considera l’impatto delle sue operazioni. Le cose sono cambiate. Non basta pensare al mero ritorno per gli azionisti. Il parametro è la creazione di valore per tutta la comunità. E occorre farlo in modo sostenibile per persone, ambiente e territori».

In merito al fatto che per ogni crisi – da Alitalia a Tim – la politica cerca di tirare la Cassa per la giacchetta, Gorno Tempini precisa che «non è più così». Lo spettro teorico di azione della Cassa è meglio capito, e rispettato, dalla politica. Si è compreso che possiamo fare tante cose, ma non tutto. Quello che lei chiama «essere tirato per la giacchetta» lo vedo più come normale dialettica fra azienda e azionisti in vista della definizione di piani industriali. Succede in ogni azienda, anche nel settore privato.

Oggi siamo meglio capiti. In casi come l’operazione Ita non siamo stati chiamati in causa. La nostra missione è far sì che un’istituzione vecchia di 170 anni esista anche nei prossimi 170. La Cassa è al servizio di una crescita intelligente del Paese. Non solo per le partecipazioni azionarie ma anche per favorire l’accesso al credito e le capacità di consulenza. Non è un magazzino di cose o partecipazioni». In questa fase, la dialettica con la politica «è nei parametri già osservati in passato. In linea con le aspettative, direi».

Su Tim, «ci sono molte ragioni per non parlare dei dialoghi in corso. Sarebbe inopportuno, anche come consigliere di Tim oltre che presidente di Cdp. Quello che mi sento di dire è che la necessità che il paese si doti e possa contare su infrastrutture digitali all’altezza delle sfide è più alta che mai». Il lavoro è «continuo perché le tecnologie cambiano senza sosta. Sino a qualche anno fa, lo Spazio non era contemplato dai discorsi sul futuro delle Tlc. Oggi abbiamo una società che si occupa di lanciatori, come SpaceX che, attraverso la propria rete di satelliti, sta diventando una rete di telecomunicazione. Il tema delle infrastrutture è un lavoro mai finito. Guai a chi sta fermo».

Alla domanda se ritiene che nelle telecomunicazioni e nelle reti il ruolo dello Stato debba essere rilevante, «certamente» risponde. «Noi siamo già l’esempio che lo Stato è rilevante. Se non ci fossero stati la Cassa Depositi e Prestiti e il progetto Open Fiber, l’Italia non sarebbe dove è oggi nelle Ngn, le reti di ultima generazione. Tuttavia, questo è nulla se la tecnologia non è usata: questa è la chiave in un sistema come il nostro caratterizzato dalla frammentazione delle imprese e da una minore propensione a investire in nuove tecnologie».

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