Il Sole 24 Ore dedica un’analisi, a firma di Giuliano Noci sul disequilibrio della situazione economica cinese: “Doveva prima o poi capitare, ma leggere ieri sul rapporto della Banca mondiale che le previsioni per il 2023 vedono la Cina crescere meno di un certo numero di Paesi asiatici fa una certa impressione. E dunque particolarmente rilevante comprendere le ragioni alla base di questa previsione; a mio avviso, le possiamo ricondurre a due ordini di fattori.
È del tutto naturale – scrive Noci – che alcuni Paesi asiatici entrino in una fase di crescita accelerata (senso relativo rispetto alla Cina): molti di questi vantano spazi molto ampi di crescita per il fatto di essere assimilabili a Paesi in via di sviluppo.
Vi sono, in secondo luogo, ragioni strutturali – frutto di politiche del passato – alla base del rallentamento. Provo a delinearne tre, tra le altre.
1- La Cina non può più ambire ad essere la fabbrica del mondo: la crescita del costo dei fattori di input (persone, in primis) e il rischio politico ad essa associato la rendono una destinazione meno attrattiva rispetto al passato per molte imprese straniere: va in questa direzione l’intervento del presidente della Camera di Commercio delle imprese europee in Cina, che ha evidenziato, proprio la settimana scorsa, quanto sia difficile oggi operare nel Dragone.
2- La Cina è un sistema non più in equilibrio: l’elevato livello di indebitamento (oltre il 300% del Pil) e la crisi del settore immobiliare (in cui sono confluiti molti dei risparmi delle famiglie) rendono pressoché impossibile il ricorso a manovre di stimolo infrastrutturale quali quelle che hanno contraddistinto la storia recente della (vorticosa) crescita cinese.
3- L’export sarà sempre meno in grado di sostenere la crescita cinese: la perdita di immagine conseguente alla diffusione della pandemia nonché la guerra commerciale con gli Usa rendono impossibile il mantenimento dei ritmi di crescita degli interscambi commerciali del passato; la domanda interna non è peraltro ancora in grado di rappresentare un volano importante di traino del Pil: l’incertezza che vivono i consumatori e l’assenza di adeguati strumenti di welfare ne sono le principali cause.
Visto in questa prospettiva – sottolinea Noci – il rallentamento della crescita cinese non è solo dovuto alla dinamica naturale di un Paese non più emergente, rappresenta piuttosto la spia di una serie di criticità la cui risoluzione richiede un cambio di rotta da parte del Partito Comunista: a questo riguardo, il varo di misure per la crescita della domanda interna e l’adozione di una postura internazionale meno assertiva saranno fondamentali. Ed è anche in questa chiave – conclude – che dovrà essere letto il XX Congresso del Partito di metà ottobre”.








