“Crediamo di non aver sbagliato nell’aver rallentato le acquisizioni maggiori nel corso dell’ultimo biennio per concentrarci su operazioni di dimensione inferiore ma caratterizzate dalla presenza in settori molto innovativi.
Nel 2022 abbiamo comunque investito circa 130 milioni e tra commitment dei club deal già varati e disponibilità presenti in Tip abbiamo oltre un miliardo da investire”.
Così Giovanni Tamburi si rivolge agli azionisti di Tip, la società di partecipazioni da lui fondata e condotta, per spiegare nella tradizionale lettera ai soci le linee fondamentali della strategia che ha seguito nel corso del 2022.
“Iniziamo il 2023 con la consapevolezza dei dati fin qui espressi dalle partecipate e delle plusvalenze potenzialmente monetizzabili, anche a breve.
La stella polare per la nostra crescita di valore resta nelle possibili aggregazioni, nel m&a, prova ne sia che, da quando Tip è entrata nel capitale delle attuali partecipate, esse hanno portato a termine 180 operazioni di questo genere.
Questa è una settimana difficile, ma da ottobre Piazza Affari era cresciuta del 38%.
Come definire questa fase di borsa?
Una normale boccata d’ossigeno dopo vari mesi di rialzi.
Come sanno tutti gli operatori con i nervi saldi, a volte il mercato ha bisogno di alibi e per quanto Svb o Credit Suisse poco abbiano a che fare con la maggior parte dei titoli che sono scesi nei giorni scorsi, fa comodo a molti incutere paure per poi ricominciare a comprare.
A suo parere circola troppo pessimismo attorno alle prospettive delle economie.
Quali sono gli argomenti a sostegno dell’ottimismo?
Certamente continua un pessimismo incomprensibile.
Come abbiamo visto per i dati di fine 2022, già adesso si è più sereni di alcuni mesi fa.
Le ragioni per restare positivo, non ottimista, sono nei portafogli ordini di molte aziende, che continuano a essere vicini ai massimi di sempre.
Poi ci sono molte materie prime che sono scese, i costi di logistica che si stanno normalizzando e anche quelli energetici spaventano meno.
Quali sono invece, realisticamente, le incognite maggiori sulle prospettive dei mercati?
Se si investe in aziende sane, leader, con pochi debiti, non ci sono incognite, anzi potenziali sorprese positive, come è sempre successo.
Anche temi come il rialzo dei tassi da parte delle banche centrali mi sembrano metabolizzati.
E tra l’altro questi recenti episodi sicuramente rallenteranno la volontà dei cosiddetti falchi di provare a combattere l’inflazione con strumenti vecchi e poco utili.
Private equity e venture capital sono guardati con preoccupazione dopo l’andamento brillante degli ultimi anni.
Come vede la situazione in questo caso?
Il private equity tradizionale, cioè quello dei fondi e dei leverage buyout, sta soffrendo per l’improvvisa prudenza che si riscontra sul fund raising, per i forti aumenti per oneri finanziari di molte partecipate indebitate e per la rarefazione del debito dedicabile a queste operazioni.
Mesi fa era addirittura scomparso dai mercati, come possibilità concreta; ora è possibile in alcuni casi specifici, ma a tassi raddoppiati o triplicati.
Come se non bastasse il fallimento di Svb e la situazione del Credit Suisse stanno facendo diventare le banche e i sottoscrittori di corporate bond molto più prudenti e selettivi.
E i primi a farne le spese non sono altro che i deal a maggior rischio e a maggior leva.
Comunque tutto il m&a mondiale sta rallentando, se non altro perché i venditori ragionano con lo specchietto girato a qualche mese, mentre i compratori devono fare i conti con ritorni e multipli ben più bassi, quelli di sette-otto mesi fa.
La sua ultima iniziativa, Itaca, sta muovendo i primi passi con molta gradualità.
In pratica il solo investimento effettuato è quello in Landi Renzo.
Cosa ha frenato i suoi progetti?
Tra moratorie, finanziamenti garantiti e strumenti simili qualunque impresa che abbia anche solo un minimo di stress finanziario sta vivendo una stagione di relativa tranquillità, per cui evita di cercare equity specializzato e aspetta lo sviluppo futuro, concentrandosi più sul business che sulla finanza.
Ma per queste stesse ragioni mi parrebbe logico che prima o poi arrivi un redde rationem, specie per le società che hanno visto espandersi il circolante e per i fondi impossibilitati ad immettere finanza fresca in operazioni che fanno fatica a chiudere.
Quali sono le possibili exit più prossime per Tip?
No comment.
Siamo quotati e abbiamo circa 1,5 miliardi di investimenti in società quotate.
Invece tra i dossier più complessi che Tip sta gestendo ci sono Eataly e Alpitour.
Può darci un aggiornamento?
Gli alberghi e gli aerei di Alpitour stanno facendo i risultati record di sempre e la parte tour operating è arrivata a processare anche 40mila preventivi al giorno e a fatturare, talvolta, oltre 8 milioni in un solo giorno.
Salvo sorprese finiremo l’anno con un ebitda molto superiore all’anno record pre-Covid.
In Eataly, che comunque pesa poche decine di milioni su asset totali di Tip per 2,4 miliardi ai prezzi di oggi e oltre 3 miliardi secondo le nostre valutazioni, Andrea Cipolloni sta facendo un lavoro eccezionale, tant’è che il secondo semestre 2022 è andato molto meglio del primo e la redditività è in ulteriore accelerazione, per cui le prospettive sono molto buone.
Peraltro gli accordi con gli attuali e i futuri soci prevedono che Clubitaly possa abbassare il valore medio di carico tramite un acquisto di azioni in contemporanea all’aumento di capitale da parte di Investindustrial.
Infatti Tip non vende, compra.
Per cui anche questi due investimenti sono soddisfazioni, non sono certo problematici, e si inseriscono in un quadro, quello di Tip, che ha fatto rendere i propri titoli -dati Bloomberg- il 428% a 10 anni, cioè oltre il 40% medio annuo, dando vita a un gruppo con caratteristiche di unicità ed eccellenza che tutti ci riconoscono.
Perché ritiene sottovalutato il titolo Tip e cosa potrebbe risvegliarlo a suo parere?
Perché il mercato in questa fase sembra non apprezzare adeguatamente gruppi come il nostro.
Già dopo la Star conference che ci sarà la settimana prossima, nel corso della quale incontreremo circa 60 investitori, mi aspetto che la faccia del titolo cambierà.
Anche perché i target price dei vari broker sono tra 10 e 12 euro per azione, la nostra ponderata valutazione in senso dinamico -che nel tempo abbiamo sempre raggiunto- arriva a 14 euro.
Ci vuole pazienza, specie in queste stagioni.
E noi che siamo vero patient se non permanent capital, dobbiamo continuare a spiegare che chi investe sul nostro titolo ha rischi limitatissimi e un equilibrio settoriale e dimensionale tra partecipazioni che pochi hanno.
E più che altro un’eccellenza di portafoglio più unica che rara.
Avete rilevato partecipazioni da alcuni club deal.
Qual è il senso di queste operazioni?
Abbiamo un’ottica di lungo o lunghissimo termine, come con Interpump, dove siamo soci da circa 20 anni, mentre i partecipanti ai club deal a volte preferiscono monetizzare prima.
Il titolo Interpump ad esempio è più che raddoppiato da quando è uscito l’ultimo dei partecipanti al club deal iniziale.
In ogni caso finora chi ha investito nei nostri club deal quando è andata male ha triplicato i propri investimenti.
Tip ha già circa il 10% di azioni proprie e la quota è destinata a crescere.
Qual è lo sbocco più probabile di questa scelta?
Per ora le teniamo, consci del fatto che sono sempre stati un ottimo investimento, poi si vedrà.
Lei sa bene quanto Tip sia flessibile e market friendly, per cui lo valuteremo in futuro.
Al momento stanno bene lì e anche su queste, pur ai prezzi attuali, c’è un’ottima plusvalenza implicita.
Se non fosse per il dinamismo dell’Egm, il numero di titoli quotati a Milano sarebbe simile a quello di 37 anni fa.
E i delisting superano le nuove quotazioni.
MF-Milano Finanza conduce una campagna per l’introduzione di forti incentivi che avvicinino gli investitori alle società quotate e quotande.
Qual è la sua ricetta?
Semplice, con tanti risparmi e troppe imprese sottocapitalizzate è obbligatorio premiare fiscalmente chi si quota, chi fa aumenti di capitale e chi tiene in portafoglio azioni per almeno tre anni.
Poi ci potrebbero essere incentivi alle fusioni, una ripresa convinta di ace e/o super-ace.
Credo basti poco, ma con la promessa che certe leggi restino, non come i vecchi Pir, che dopo aver avuto grande successo sono stati stravolti e, di fatto, resi impraticabili.








