Siamo in declino demografico. «L’Italia non è un Paese per giovani». Lo sostiene Federico Fubini, che riflette sulla questione, esponendo il suo punto di vista sul tema. «Secondo i dati Istat, nei prossimi vent’anni – cioè, fondamentalmente, domani – la popolazione in età da lavoro calerà di 6,8 milioni di persone, la popolazione in età di pensione aumenterà di 6,6 milioni, mentre i bambini fra gli zero e i quattordici scenderanno di 1,2 milioni solo perché sono già pochi».
«Non solo l’Italia non è un Paese per giovani ma, dati gli spostamenti inesorabili della demografia, non lo sarà mai», scrive sul Corriere della Sera. «La conversazione pubblica deve dunque cambiare: non si tratta solo di chiedersi come modifichiamo il profilo demografico dell’Italia ma di come otteniamo, con questo profilo, la crescita e la tenuta sociale che ci servono a non fallire sul piano finanziario e a non andare alla deriva su quello politico».
«Perché se siamo arrivati a questo punto – un Paese popolato fra vent’anni per un terzo da “anziani” – non è stato certo un caso. Siamo arrivati dove volevamo. Nello scenario centrale dell’Istat l’Italia perde undici milioni di persone in età di lavoro nei prossimi 40 anni e 40 anni sono l’orizzonte di vita attiva dei nostri figli».
«Una riduzione di manodopera quasi paragonabile avvenne in Europa nel quattordicesimo secolo, con la peste, ma proprio quel cambio gettò le basi della rivoluzione borghese dando più potere ai pochi lavoratori rimasti. Anche il cambiamento di questo secolo, di cui faremmo volentieri a meno, può gettare le basi per qualcosa di nuovo: più rispetto della conoscenza per sostenere la tecnologia che ci serve, più apertura verso chi è diverso da noi, più rispetto del lavoro femminile che dovrà crescere. Ma lo stiamo capendo?».
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