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[L’intervento integrale] Francesco Petracchini (direttore Dipartimento Qualità dell’aria CNR): «Ogni anno muoiono in Italia 80 mila persone per colpa dell’inquinamento. I fondi per il climate change ci sono, ma c’è incapacità»

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Francesco Petracchini, direttore del Dipartimento qualità dell’aria del CNR, è intervenuto sul tema “Ecologia e Lavoro” al “Corso di Formazione all’impegno politico e sociale” organizzato a Monterotondo dall’Ufficio della Pastorale Sociale e del Lavoro della Diocesi di Sabina Poggio Mirteto. Riportiamo di seguito il suo intervento integrale.

Il punto di svolta

“Siamo davvero ad un punto di svolta o di non svolta a livello globale e locale. Quello che è accaduto a Glasgow sulla Cop2 da alcuni è stato indicato come una sconfitta e da altri come un punto di svolta. Il tema fondamentale è quello che oramai siamo già all’interno di un cambiamento climatico in corso. Ormai la scienza non ha più dubbi, la correlazione fra emissioni antropogeniche e l’incremento della concentrazione dei gas serra, quindi anidride carbonica, metano e protossido di azoto, è acclarata da tutta la comunità scientifica.

Il punto è capire in che modo e quanto riusciremo a gestire questo cambiamento, è la questione dei fatidici 1,5 gradi o 2 gradi. Questo comporterà nei prossimi decenni sicuramente dei cambiamenti. Tutta quell’anidride carbonica che abbiamo emesso da quando ci siamo sviluppati rimane nella stratosfera, blocca i raggi che si rifrangono comunque dal suolo e comporterà degli effetti.

Pertanto dobbiamo lavorare per le prossime generazioni. Quello che stiamo cercando di fare e che a livello globale si cerca di fare è impostare un rallentamento di queste emissioni. Ma è una situazione complessa.

La situazione attuale dopo la Cop26

Se facciamo un’analisi del tempo attuale, la CO2 che viene emessa per esempio dalla Cina è più alta di quella emessa dagli Stati Uniti. Facendo però un rapporto sui livelli di carbonio emessi a livello pro-capite, non è così. Per esempio l’anidride carbonica emessa dagli Stati Uniti è in questo caso superiore a quella emessa dai cinesi, che sono 1,6 miliardi. Se andiamo poi a considerare i gas serra emessi nel corso degli anni e della storia, è ancor più distante il paragone tra gli stati che si stanno sviluppando e quelli che si sono già sviluppati.

Chiaramente è un discorso molto complesso, che ha riflessi anche finanziari. Vediamo le tre soluzioni che sono state in parte non raggiunte a Glasgow: la prima è quella dei 100 miliardi a disposizione di tutta la finanza globale per interventi di decarbonizzazione a livello globale e ancora non si è raggiunta questa cifra, e questo è un punto importante. L’altro aspetto importante è il phase-out del carbone; finalmente si è detto che dobbiamo smetterla di finanziare le fossili e puntare sulle rinnovabili, però sul tempo zero di quando questo avverrà alcuni stati hanno ancora opposto la loro posizione. In alcuni casi, in India o in Cina hanno aumentato la produzione di carbone.

L’ultimo aspetto riguarda i piani di decarbonizzazione dei singoli Stati. Da questo punto di vista l’Europa è abbastanza avanti, abbiamo un piano ambizioso, noi puntiamo a una società che sarà carbon neutral nel 2050. Abbiamo poi un obiettivo al 2030 che è davvero ambizioso, come Italia. Abbiamo infatti previsto una riduzione delle emissioni al 55%, facendo riferimento agli anni ’90, significa che dobbiamo stravolgere i sistemi produttivi in 10 anni, dobbiamo triplicare la produzione da fotovoltaico, raddoppiare la produzione da eolico, chiudere le centrali a carbone esistenti e dobbiamo anche efficientare tutto. Quindi oltre al parco veicolare, che è la parte più complessa su cui intervenire, anche tutto il parco residenziale e industriale.

Già noi siamo all’interno di una scommessa immane, che peraltro non stiamo neanche percorrendo in modo corretto. Immaginate che ci sono 350 GW di impianti rinnovabili bloccati ai ministeri in termini di autorizzazioni perché non ci sono le autorizzazioni da parte delle Regioni o delle Sovrintendenze. L’Italia, insieme all’Europa, sta dando l’esempio di una direzione.

L’inquinamento a livello locale

L’altro aspetto è quello più locale, che è quello dell’inquinamento. Ogni anno considerate che per cause legate all’inquinamento abbiamo i morti equivalenti di Covid che ci sono stati nel passato: 80 mila persone in Italia, 500 mila in Europa, muoiono di patologie correlate agli inquinanti che respiriamo. Questo è un aspetto su cui è innegabile che bisognerà intervenire se vogliamo trasformare il sistema e vivere in una società salubre.

Per farlo non possiamo dire da domani che non si va più a lavoro con la macchina, si spengono i riscaldamenti… davvero siamo all’interno di una situazione critica da un punto di vista, ma dall’altro promettente e potenzialmente valida. È una situazione in cui per la prima volta ci sono grosse quantità economiche da spendere sui territori, sia a livello centrale che a livello locale. È chiaro che quello che manca in Italia, e noi lo vediamo come scienziati, è la capacità di applicare questi progetti a livello locale.

Nel nostro dipartimento abbiamo 10 persone che supportano le amministrazioni pubbliche nella realizzazione dei progetti, quindi ora siamo arrivati al punto in cui l’Italia dispone di quasi 200 miliardi di finanziamenti potenzialmente attuabili, perché già sono uscite le call, e non c’è a livello di politica la capacità da parte delle amministrazioni locali di poterle cogliere in ottica di progettazione e soprattutto di realizzazione, e poi gestione. Questa è una grande scommessa, a cui forse non siamo ancora pronti perché veniamo da decenni di penalizzazione della Pubblica Amministrazione, di penalizzazione di noi stessi scienziati. Voi immaginate che al CNR sono 20 anni che ha un turn over negativo, 20 anni che la scienza non ricevi investimenti seri e consistenti da parte del pubblico.

Cosa possiamo fare?

A livello territoriale abbiamo quindi una situazione di luci e ombre. In questo ragionamento l’ultimo aspetto riguarda il cosa possiamo fare, cosa possono fare le amministrazioni e i singoli cittadini.

Le amministrazioni devono unirsi, cresce, aumentare le sinergie con il mondo scientifico che può dare alcune risposte e supportare alcune scelte.

I cittadini devono generare una spinta dal basso, perché è importante che vi sia una spinta rivolta al cambiamento che dobbiamo sicuramente attuare, perché altrimenti ci estingueremo. Il Sistema Terra è un sistema a sé stante, indipendente da noi, al di là della nostra estinzione che magari avverrà prima o poi il Sistema Terra rimarrà comunque un sistema che magari si assesta su diversi equilibri termodinamici, quindi temperature più alte o come è successo nel passato. Pertanto sta a noi capire se vogliamo mantenerci in vita.

Il ruolo dei cittadini

La cosa è importante è anche la corretta informazione al cittadino, perché a volte il cittadino diventa nemico del cambiamento. A noi è capitato diverse volte di proporre progetti sul territorio e di trovare diffidenza, paura e nascita di Comitati che nascono su progetti. È vero che a volte i progetti vengono calati dall’alto senza una condivisione sul territorio, quindi il lavoro da fare è duplice. Da una parte una condivisione concettuale con chi sul territorio poi dopo dovrà attuare questi progetti, ma dall’altra far capire alle amministrazioni locali e ai cittadini tutti che è arrivato il momento di cambiare prospettiva.

Faccio l’esempio del rifiuto. A noi è capitato di prendere un finanziamento importante dalla Regione Lazio per alcuni comuni della bassa Sabina, fra cui due comunità montane e un’unione di Comuni, per realizzare un impianto di riutilizzo della parte organica dei rifiuti: al posto dell’allocazione del rifiuto in discarica volevamo produrre sul territorio biogas e compost. La prima cosa che è successa, pur a progetto finanziato dalla Regione, è stata la nascita di un comitato contro: il Comitato No-Compost. Alcune amministrazioni, impaurite, hanno siglato la rinuncia al finanziamento da parte della Regione. Ci sono stati diversi cittadini che si sono detti disponibili a pagare più soldi purché il rifiuto fosse smaltito altrove.

Questo è quindi un aspetto importante, serve anche da parte nostra di dipendenti pubblici di andare sul territorio e informare che effettivamente ci sono delle opportunità e non bisogna sempre vedere il cambiamento come un nemico, perché così non è.

Un caso di insuccesso dal territorio: il bosco di Leonessa

Abbiamo fatto un bel progetto su Leonessa finanziato dalla Regione Lazio. Abbiamo analizzato la parte relativa alla gestione del bosco. In queste comunità uno dei problemi è proprio l’assenza di gestione del territorio anche in termini di bosco. I boschi non vengono più gestiti dalle persone, ma vengono dati dai comuni, tramite i piani di assestamento, in gestione ad aziende che molto spesso non sono locali, anzi spesso sono estere dove hanno la tradizione della gestione del bosco. Queste aziende prendono il legno, lo tagliano, il Comune percepisce la sua parte di vendita, dopo di che il legno prende e se ne va, non rimane sul territorio.

Con questo progetto volevamo costruire sul territorio una filiera legno-energia, ovvero il legno che è un valore aggiunto per il territorio e che se non curato può generare incendi. Volevamo quindi creare una cooperativa locale di ragazzi, che con i finanziamenti della Regione creino un impianto che possa essiccare e trattare il legno facendolo diventare pellet, e sul territorio andiamo a incentivare una rete di installazioni, non più di camini, ma di caldaie ad alta efficienza che possano creare anche una filiera di persone locali che gestiscono il territorio, che lo riscoprono, e che da un prodotto del territorio ne generano un altro positivo in termini di energia.

Dico positivo in termini di energia perché abbiamo fatto delle indagini sulla qualità dell’aria e in inverno a Leonessa la qualità dell’aria è peggiore che a Roma in alcune situazioni, perché nei termini di alcuni inquinanti che si chiamano IPA, sono nel particolato e sono cancerogene, abbiamo rilevato che in termini di concentrazione erano maggiori che a Roma. Questo perché tutti bruciano sui camini, la combustione nei camini è incontrollata, c’è eccesso di ossigeno, quindi non è una combustione perfetta e abbiamo rilevato un’importante concentrazione.

Tutto questo ci ha portato a installare un impianto a Terzone, ma alla fine non ce l’abbiamo fatta. Non abbiamo infatti trovato dei ragazzi disponibili a fare questa scelta. C’è difficoltà a dire rinuncio e rimango. Ce ne sono di persone che amano il territorio e vogliono rimanere però è sempre complesso e questa transizione è davvero difficile da attuare nelle aree interne.

Il compito della scienza sul territorio

Come nazione abbiamo una strategia sulle aree interne che secondo me è scritta davvero benissimo e che potrebbe essere riscoperta e potrebbe davvero portare a soluzioni efficaci.

Dal punto di vista della scienza e del nostro lavoro l’indicazione è di continuare a fornire informazioni agli amministratori sulle possibili soluzioni e su quello che si può fare sul territorio attraverso la tecnologia. Abbiamo toccato prima il tema dei rifiuti che è fondamentale e che è un giacimento in termini di lavoro e di produzione. La transizione ecologica, senza un’economia circolare che chiude tutti i cicli non si realizzerà mai. Pensate che il 90% dell’impatto sulla biodiversità in termini di habitat e di specie deriva dal ciclo di estrazione, condensazione, utilizzo e getto in discarica.

Per cui dobbiamo anche cambiare la prospettiva, dobbiamo riciclare, dobbiamo utilizzare più a lungo, e dobbiamo riconsiderare quello che attualmente consideriamo un rifiuto e che rifiuto non è.

Sul territorio noi ricercatori dobbiamo essere a disposizione. Esiste un patto a cui dobbiamo tornare tra gli amministratori, chi sa di materie tecniche e i cittadini che sono coloro che poi sul territorio devono utilizzare, approvare e diventare loro stessi soggetti del cambiamento.

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