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Francesco Grillo (economista): «Recovery Fund da rivedere. Serve un “polmone finanziario” che aiuti lavoratori e imprenditori in difficoltà»

Francesco Grillo prova a ragionare, un anno dopo, sulla strada fatta riguardo il Recovery Fund. L’economista è intervenuto sul Messaggero firmando un editoriale, in cui cerca di rispondere ad alcune domande.

«A che punto è Next Generation Eu? Cosa rimane, dopo un anno, dell’intuizione che fu di Emmanuel Macron e di Angela Merkel? Può essere questo lo strumento per rendere, davvero, più resistente agli shocks l’economia europea e irreversibile il processo di integrazione?».

Lo strumento sarà importante per il futuro dell’Europa, ma le criticità non sono mancate. Sopratutto a causa di un grosso difetto, che l’Ue si porta dietro da troppo tempo. «Dopo un anno l’Unione Europea dimostra, ancora una volta, un suo vecchio difetto: alla potenza di certe intuizioni segue una capacità di implementazione insufficiente. Il problema di Next Generation Eu sembra, infatti, di due tipi. Innanzitutto di tempistiche: come previsto, dopo un anno non abbiamo ancora speso un euro del Recovery Plan; ma il ritardo rischia di dilatarsi. In secondo luogo, la dimensione complessiva della risposta prevista sembra, oggi, insufficiente ed è la stessa inevitabile lentezza del processo che rende un pacchetto le cui cifre furono definite nel maggio 2020, inadeguato rispetto ad una pandemia che ha fatto registrare l’80% dei decessi nei mesi successivi all’accordo. Il processo avviato lo scorso anno va, dunque, sicuramente completato, ma, anche, rivisto profondamente. Persino prima di vederne i risultati definitivi nei Paesi che faranno la differenza: Italia e Spagna, innanzitutto».

Secondo Grillo ci sono due strade per migliorare il Recovery. «La prima: dei tre strumenti proposti dall’Unione Europea – il Recovery Plan; il finanziamento del Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes) destinato ai sistemi sanitari e che nessuno ha usato; e lo Sure per interventi di sostegno al lavoro – il terzo è quello che sta funzionando meglio. L’idea potrebbe essere quella di costruire a livello europeo, nei prossimi mesi, un polmone finanziario che vada a coprire – in maniera universale – tutti quelli che si ritrovano a perdere un lavoro per effetto di uno shock improvviso o delle ristrutturazioni che le tecnologie inducono. In secondo luogo, non sarebbe sbagliato immaginare, in futuro, un approccio più pragmatico, agli stessi Recovery Plan. Piuttosto che aspettare che gli Stati producano una strategia di cambiamento palingenetico di un’intera società, si potrebbe chiedere di presentare, anche in tempi diversi, tre – quattro cantieri di innovazione e di riforma. Essi non necessariamente andrebbero integrati in uno stesso Recovery Plan (laddove, ovviamente, il ritardo avrebbe un costo); potrebbero concentrarsi su obiettivi specifici o problemi da risolvere (meno generali di quanto non rischia di esserlo la ‘transizione ecologica’); e funzionerebbero da modello da estendere ad altri strumenti di programmazione». 

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