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Francesco Billari, rettore dell’Università Bocconi: “I laureati sono penalizzati: con i salari più alti i cervelli resterebbero qui”

L’inflazione che svuota il carrello della spesa e taglia le buste paga, gli stipendi più bassi di altre economie avanzate, ilaureati che sono troppo pochi e troppo poco pagati, come ha rilevato appena giovedì il governatore della Banca d’Italia. Tutto si tiene, a partire appunto da un paese che sembra poco capace di pensare al suo futuro e in certi casi considera l’essere giovani quasi una colpa.

“I giovani, appunto. Il governatore della Banca d’Italia Panetta cita dati che colpiscono: un laureato su dieci che emigra; e lo stesso laureato in Germania guadagna in media molto di più che in Italia.”

Perché?

“La bassa produttività della nostra economia e una competizione che spesso si gioca più che altro sul costo del lavoro, spiegano in parte il fatto che i salari italiani restino bassi. Ma in Italia si aggiunge una grande enfasi, derivata da un mondo che in realtà non c’è più, sull’anzianità lavorativa. Così passa l’idea che quando uno entra nel mondo del lavoro possa farlo a qualsiasi livello di retribuzione, anche prossimo allo zero, e magari venire aiutato dalla famiglia di origine per lungo tempo, perché tanto poi, piano piano, con l’anzianità si andrà su. È una vecchia idea, quasi da posto fisso.”

E all’estero, partendo appunto dalla Germania?

“Là, ma non solo là, il profilo delle retribuzioni è più piatto. I salari all’ingresso sono meno bassi rispetto a quelli di chi è al picco della carriera. E in un mondo del lavoro dove soprattutto per i laureati esiste una reale alternativa al mercato nazionale, l’effetto è appunto quello dei laureati che se ne vanno verso mercati più attrattivi.”

Perché hanno la “colpa” di essere giovani?

“A volte qui in Italia c’è davvero l’idea che i giovani debbano pagare pegno per il solo fatto che sono tali: ‘Sei ancora troppo giovane, devi metterti in coda’. Perfino a me, alle volte dicono: ‘Ma lei è giovane per fare il rettore’. Io ringrazio per il complimento, ma ho 55 anni. E se continuiamo così, il resto del mondo ci ruberà i giovani. Allora dobbiamo ribaltare l’idea che si debba cominciare a salari bassi, sperando poi in aumenti successivi. È un tema che dovrebbe interessare anche chi firma i contratti collettivi, così come il fatto che in Italia non ci sia un salario minimo. Bisognerebbe pensare a forme di salario minimo, come ci sono in altri paesi.”

Ci sono altri fattori che spingono i nostri – pochi – laureati ad andare via e non ne attrae tanti a lavorare qui?

“Contribuisce anche un sistema produttivo dove le grandi imprese, anch’esse non numerose, non cercano più di tanto persone uscite dall’università o addirittura con qualifiche che vanno oltre la laurea. E poi il fatto che il mondo delle startup, delle imprese innovative, da noi va a rilento rispetto ad altri paesi. In generale l’università è poco centrale nella vita italiana, compresa la vita economica. E invece dobbiamo mettere l’università e l’istruzione al centro di tutto. I paesi di successo, e penso di nuovo alla Corea del Sud, ma anche alla Cina, sono quelli che si stanno muovendo in questa direzione.”

Pochi laureati e inverno demografico avanzato non sono un buon viatico per la crescita…

“L’Italia ha in effetti una situazione particolarmente negativa. Il calo delle nascite colpisce tutti i Paesi occidentali e ora anche la Cina. Ma noi eravamo al livello più basso di fertilità a metà anni ‘90 e lo siamo ancora. Allo stesso tempo, lo scorso anno in Italia si è laureato poco più del 31% dei giovani in età di farlo: è stato il record positivo per il paese. Peccato che questa percentuale sia la penultima dell’Unione europea, davanti solo alla Romania, che la media dei paesi Ocse stia andando al 50% e che la Corea del Sud, anch’essa in rallentamento demografico, veda i suoi giovani laureati al 70%. Insomma, noi combiniamo il fatto di avere pochi bambini da tanto tempo – quindi ormai pochi giovani – con quello di non tenere il passo con un’istruzione avanzata che è sempre più necessaria per la produttività.”

Responsabilità del sistema universitario o di altri?

“Abbiamo ancora un sistema che vuole fare selezione nelle scuole superiori, o addirittura a livello della terza media, quindi non è adatto alla demografia. Un sistema che andrebbe cambiato, rafforzando come risorse e metodi una scuola che sia generalista ma fornisca i saperi adatti, rimandando il momento della scelta ai diciotto anni, come avviene in molti altri paesi.”

Da demografo le chiedo: come si frena il crollo della fertilità?

“Intanto aumentando la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Oggi è impossibile avere un figlio se in una coppia non lavorano entrambi i genitori. E poi contando anche sull’immigrazione, ad esempio potenziando i permessi che non siano legati al singolo lavoratore ma che consentano anche di portare la sua famiglia, incoraggiare l’integrazione e rivedere le regole per l’accesso alla cittadinanza. In generale, diventare genitore è un investimento di lungo periodo, una scelta irreversibile che si prende solo quando si è sicuri di avere una buona vita per sé e una buona vita per i figli. Insomma, un investimento sul futuro, la scelta di un progetto di lungo periodo che anche l’Italia dovrebbe fare quando si tratta dei suoi giovani. La mancanza di progettualità non è un tema genetico degli italiani, perché a volte l’abbiamo avuta, come quando siamo entrati nell’euro. Sarebbe ora di ritrovare un po’ di quello spirito anche per i temi dell’istruzione e della formazione.”

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