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Fintech: sono 345 le startup italiane, il primato alla Lombardia

Le fintech sono una realtà ormai anche in Italia. Hanno resistito alle conseguenze dell’emergenza, che anzi ha dato una spinta irreversibile alla digitalizzazione. Ma il settore resta connotato da alcune fragilità. Questo il resoconto dell’indagine condotta da Ey. Ricerca che ha portato a censire 345 startup nel comparto. Un numero non trascurabile raggiunto grazie a una crescita vertiginosa. Basti pensare che erano appena una decina nel 2011.

Società quindi giovanissime, dove la finanza e la tecnologia sono combinate in modo indissolubile, con approcci completamente diversi rispetto a quelli tradizionali. Alla Lombardia, come prevedibile, spetta, il primato. La Regione da sola ne conta 169. Guardando alla specializzazione, il panorama italiano è guidato dalle startup di crowdfunding (71), seguite da quelle che si occupano di analisi dei dati, apprendimento automatico e intelligenza artificiale (35), pagamenti smart (34) e servizi di lending, ovvero di credito (30).

La questione, ben nota a tutto il tessuto imprenditoriale italiano, gira intorno alla dimensione di queste società. La taglia resta “ancora piccola”, avverte il partner di Ey, fintech leader, Andrea Ferretti, presentando il report ‘The Italian FinTech wave’, realizzato insieme a Fintech District, la community nata a Milano tre anni fa. “I fondi raccolti sono ancora troppo pochi: 700 milioni in 10 anni. Un dato che non ci può soddisfare”. E il valore mediano si ferma a 8,5 dipendenti per startup.

Certo, pesa il fattore anagrafico: “il 75% si trova nelle fasi iniziali del proprio sviluppo nel ciclo di vita aziendale”, spiega Ferretti. Per l’head of Fintech District, Alessandro Longoni, “sono tante le aziende che sono tuttora fragile ma il 95%, secondo una nostra survey, ha dichiarato che ha continuato ad operare anche durante il lockdown e il 20% ha dichiarato di aver avuto una certa accelerazione”, rileva. Non va però, aggiunge Longoni , sottovalutata la debolezza di alcune di loro, che vista la situazione generale, potrebbero andare in difficoltà. E le strade sono due: tagliare il costo dell’ufficio o in alternativa servire altre fintech e incumbent”.

Il rapporto con le banche, con il canale tradizionale, non è d’altra parte solo di concorrenza. il “dialogo c’è”, conferma la responsabile dell’Abi per l’Innovazione, Silvia Attanasio “C’è un grandissimo interesse da parte della banche. È chiaro che c’è tanto da imparare da questo mondo e non ha senso opporre resistenza”.

Il ceo di PostePay, Marco Siracusano, è d’accordo nel considerare il fenomeno come “una realtà e non più una scommessa” e vede le fintech come uno strumento importante per dare supporto a quelle “infrastrutture” di cui il Paese ha bisogno.

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