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Ex Ilva: perché dopo trenta decreti e 30 miliardi il salvataggio resta ancora lontano | L’analisi di Angelo Colombini

Ancora non si intravede una soluzione positiva per l’ex Ilva di Taranto, nonostante i provvedimenti adottati e le risorse stanziate.

Nei giorni scorsi la Corte di Cassazione ha confermato il sequestro dell’altoforno 1 dell’ex Ilva di Taranto, rigettando i due ricorsi presentati da Acciaierie d’Italia dopo i provvedimenti della Procura di Taranto e del Gip eseguiti nei primi mesi di quest’anno che avevano confermato i sigilli all’impianto.

Nonostante questa decisione, all’azienda è stato permesso di avviare i lavori per il rifacimento dei refrattari dello stesso forno, fermo da tredici mesi e senza facoltà d’uso, in seguito a un incendio avvenuto nel maggio dello scorso anno, che fortunatamente non aveva provocato danni ai lavoratori.

Tra trenta giorni si conosceranno le motivazioni della decisione della Suprema Corte e l’azienda, una volta lette, deciderà cosa fare.

Davanti a un sequestro probatorio anomalo che dura da oltre un anno, con una perdita per l’azienda di circa due miliardi di euro come affermato dal ministro Urso, gli investitori italiani e stranieri hanno un’ulteriore conferma che vi è una realtà (enti locali, politici, associazioni ambientaliste, parte della magistratura e dei mass media) che vuole la chiusura dello stabilimento di Taranto.

Ma contrariamente alla posizione “da decrescita felice”, c’è chi nel nostro Paese chiede al Governo di assumere una decisione concreta e definitiva sulla decarbonizzazione dell’acciaieria e la bonifica di tutto il territorio.

Nell’agosto dell’anno scorso il ministro Urso ha presentato il piano sulla produzione dell’acciaio green.

Come ricordato in articoli precedenti, la proposta prevede, entro il 2033, la chiusura progressiva dell’area calda e l’installazione di 4 forni elettrici (3 a Taranto e 1 a Genova, quest’ultimo potrebbe diventare un asset autonomo o parte di un polo del Nord Italia, separato da Taranto), 4 impianti DRI a Taranto e la garanzia della fornitura di gas, anche attraverso un rigassificatore.

I 4 impianti DRI o preridotto (modo alternativo di produrre ferro, sviluppato per superare le difficoltà degli alti forni convenzionali), hanno come obiettivo di ridurre drasticamente l’impronta di carbonio e di altri fattori climalteranti, di migliorare la qualità dell’aria e tutelare la salute delle comunità vicine agli impianti produttivi.

È la stessa proposta industriale emersa nel 2014 (cioè 12 anni fa) dopo il commissariamento dell’acciaieria, affidato a Enrico Bondi e all’ex ministro dell’Ambiente Edo Ronchi, i quali avevano messo a punto un piano per il passaggio dell’acciaieria al forno elettrico alimentato dal “ferro preridotto”, la materia prima per la “decarbonizzazione” della siderurgia che avrebbe anticipato di molti anni le mosse dei rivali europei.

Purtroppo a oggi nessuna decisione sulla produzione di acciaio sostenibile è stata assunta, da un lato perché il continuo intervento della Magistratura ha fatto allontanare imprenditori italiani e stranieri da Taranto, dall’altro perché sono in corso le trattative per la vendita del gruppo siderurgico ai due potenziali acquirenti.

Per gli indiani Jindal Steel International i nodi principali riguardano le garanzie occupazionali rispetto ad un piano che rischia di produrre migliaia di esuberi, mentre il fondo americano Flacks Group sta lavorando su un tavolo tecnico con le società Danieli e Metinvest Adria sulla sostenibilità finanziaria per l’eventuale acquisizione.

Senza dimenticare quale potrebbe essere il ruolo dello Stato nella nuova compagine, ora presente in società con i Commissari nominati dal Governo.

Nel frattempo anche il Consiglio d’Europa si è espresso sulla situazione del Polo di Taranto, chiedendo all’Italia di intervenire velocemente affinché “lo stabilimento non costituisca più un pericolo per la salute dei cittadini e per l’ambiente”.

La richiesta è stata fatta in seguito alle quattro condanne inflitte al nostro Paese dalla Corte europea dei diritti umani tra il 2019 e il 2022 per “non aver adottato misure sufficienti a proteggere la popolazione dall’inquinamento prodotto dal siderurgico”.

Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Pichetto Fratin, dopo la decisione del Consiglio d’Europa, ha ribadito che l’obiettivo del Governo è “realizzare uno degli impianti più moderni per la produzione di acciaio verde”.

Ancora un altro auspicio, perché la decisione non è stata presa.

Così come le dichiarazioni del presidente della Regione Puglia Decaro, quando afferma che serve una nuova azienda siderurgica che proceda alla decarbonizzazione e un intervento di Palazzo Chigi, sono parole scontate e senza nessun impegno concreto, perché il presidente dovrebbe innanzitutto chiarire quale politica industriale propone per il Polo di Taranto, visto che una parte delle forze politiche che sorreggono la sua giunta ha ancora posizioni ambigue sulla vicenda.

Nel frattempo la ministra del Lavoro Calderone ha confermato la disponibilità a proseguire il sostegno economico ai lavoratori attraverso gli ammortizzatori sociali.

A oggi è autorizzata la Cassa integrazione per non oltre 4.450 lavoratori dipendenti del gruppo, di cui 3.150 a Taranto fino a febbraio 2027, su un organico di poco meno di 10.000 dipendenti diretti e oltre 8.000 dell’indotto.

Invece il risultato della produzione con un solo altoforno in marcia (il 2), scende a due milioni di tonnellate su una capacità di oltre otto milioni.

Come abbiamo visto, la vicenda dell’ex Ilva resta ancora in stallo, con la trattativa per la cessione dell’azienda che ad oggi non ha trovato soluzione e con il Governo che non intende mettere ulteriori risorse.

Del prestito di 349 milioni, 250 sono già stati spesi e non vi sarà nessuna possibilità di aumentare quel prestito.

Questo è l’esito del tavolo tenuto nei giorni scorsi al ministero delle Imprese con i sindacati metalmeccanici.

Da quando è scoppiata l’emergenza ambientale, ormai oltre 13 anni fa, i governi che si sono alternati, prodigandosi in sterili tentativi per evitare il tracollo del siderurgico più grande d’Europa, hanno fatto 30 decreti legge (il Governo Meloni ne ha prodotti dodici), senza che in tutto questo tempo nessuna maggioranza politica sia venuta a capo del salvataggio di un’industria che da sinistra a destra è definita strategica per il nostro Paese.

Inoltre, dal 2012 al 2025 sono stati versati nelle casse dell’ex Ilva oltre 30 miliardi di soldi pubblici senza risolvere il conflitto tra lavoro e salute.

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