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Ex Ilva: nel Nord-Ovest gli operai sono già in fuga | Il caso

“Domani se non saldano le bollette il Tar rischia di chiuderci il gas e fermare gli impianti.

E allora sarà davvero la fine”, dice cupo Moreno Vacchina, da quasi trent’anni operaio all’ex Ilva di Novi Ligure, uno dei poli dell’acciaio che stanno collassando appresso a Taranto.

Il Piemonte trattiene il fiato.

Ballano mille posti di lavoro, quasi 3.000, considerando l’indotto: due stabilimenti (Novi e Racconigi, nel cuneese) più un terzo, la Sanac di Gattinara, che di fatto lavora soltanto per Ilva, pressoché fermi da mesi, scrive La Stampa.

Sgretolati. “Manca tutto: utensili, benzina, pezzi di ricambio.

Persino l’acqua nei distributori automatici”, racconta Vacchina, delegato per la Fim-Cisl.

Un pezzo d’industria che si consuma di giorno in giorno, molto vicino al punto di non ritorno.

In Piemonte nessuno si aspettava molto dal vertice di ieri.

“I 320 milioni che lo Stato voleva immettere servivano a tenere a galla gli stabilimenti”, spiega Maurizio Cantello, segretario della Fiom ad Alessandria.

“Ora c’è un’amministrazione straordinaria alle porte, una gestione che rischia di rallentare ulteriormente i ritmi produttivi”.

Che sono già bassi, bassissimi: a Novi Ligure 150 persone al giorno in cassa integrazione su meno di 600, a Racconigi sono nemmeno cento e ogni giorno in dieci sono a casa; il venerdì, poi, si ferma tutta la fabbrica.

“Con il commissario abbiamo già dato, è durato tre anni e non è andata bene”, ricorda Vacchina.

“Ma stavolta andrà peggio: allora almeno avevamo i magazzini pieni di ricambi e le fabbriche erano in ordine perché i Riva avevano investito; adesso gli stabilimenti sono a pezzi e i ricambi finiti da un pezzo.

C’è stato un momento in cui recuperavamo i pezzi dai rottami, ora non c’è più niente: finiti pure quelli”, spiega.

La fabbrica è vicina all’implosione.

E i rischi per chi è dentro aumentano: “c’è un problema di sicurezza sempre più grave, dai carroponte agli impianti d’illuminazione”, rivela Cantello.

“Dopo mesi di agonia sentirsi dire che Arcelor non è disposta a ricapitalizzare nemmeno come socio minoranza fa rabbia.

È da irresponsabili, una presa in giro verso i lavoratori e il Paese”, protesta il sindaco di Novi Ligure Rocchino Muliere.

“E’ un epilogo molto triste, bisogna cercare di dare continuità alla produzione altrimenti per il territorio si apre una fase davvero critica dal punto di vista sociale ed economico”, aggiunge.

Anche qui si viaggia sul crinale: all’Ilva gli stipendi arrivano regolari, la cassa interazione anche; alla Sanec, invece, aspettano ancora quella di dicembre.

Giovedì i sindacati vedranno il governo.

“Ma non abbiamo aspettative”, dice Cantello.

Da più parti si cerca una strada per salvare il salvabile: “Adesso si apre una partita delicatissima”, spiega Muliere.

“Bisogna cominciare a ragionare, con la Regione, sull’ipotesi di cercare un altro acquirente per Novi”.

È la stessa linea che sostiene da mesi il segretario piemontese della Cgil Giorgio Airaudo.

Intanto negli stabilimenti Ilva continua la grande fuga: “da undici anni manca un piano industriale, siamo senza un futuro certo e chi trova si licenzia e va a lavorare altrove”, è l’analisi spietata di Marco Ginanneschi, delegato della Uilm, 55 anni di cui 33 passati dentro una fabbrica che si sta decomponendo.

“Nella settimana prima delle vacanze si sono licenziate altre due persone”, rivela Salvatore Pafundi, segretario della Fim-Cisl di Alessandria.

Senza acciaio, senza pezzi, senza manutenzione.

Tra due giorni forse anche senza gas.

A questi ritmi una fabbrica lavora in perdita.

E chi sta dentro rischia di non avere più un lavoro da un momento all’altro.

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