Intervento dell’economista Sergio De Nardis.
Nel 2022 – in quello che per l’industria colpita dallo shock energetico avrebbe dovuto essere annus horribilis – la produzione manifatturiera è aumentata dello 0,8% (dopo un rimbalzo del 12,8 nel 2021). Il quasi raddoppio del prezzo del gas ha inciso in misura contenuta nel II semestre, con una marginale contrazione dell’attività (-0,4% tra il II e il IV trimestre). Le manifatture di Germania e Francia hanno sofferto di più: a fine 2022 avevano livelli produttivi ancora inferiori al periodo pre-Covid. L’Italia manifatturiera si è invece portata sopra quei valori, nonostante il lieve regresso degli ultimi mesi.
La più robusta dinamica italiana è confermata dai dati dell’export di beni, in crescita più che nelle altre due economie e più della domanda mondiale. Sulla scarsa incidenza di uno shock che un anno fa si temeva avesse effetti devastanti sull’apparato produttivo ha influito la capacità di adattamento del settore, concretizzatasi in un calo dell’intensità energetica. Modifiche di composizione (contrazione dei comparti energivori), sforzi di risparmio e, presumibilmente, una elasticità di sostituzione tra fonti energetiche più elevata di quel che si presumeva hanno consentito l’aggiustamento. Tuttavia, la riduzione del fabbisogno di energia per unità di output, che ha schermato l’impatto dello shock, non è specifica all’Italia: è riscontrabile anche nelle altre economie.
Vi è dunque dell’altro alla base dei risultati italiani e viene da lontano. Tra il 2007 e il 2020, la nostra manifattura ha perso circa 112.000 imprese, quasi un quarto della sua iniziale consistenza. E’ stato un processo continuo e doloroso di erosione della base produttiva, non riscontrabile nelle altre economie. In Francia la diminuzione è stata del 7% (-16.000 imprese), in Germania si è avuta addirittura un’espansione (20.000 in più). Tale evoluzione probabilmente non si è esaurita: l’Italia continua ad avere più imprese manifatturiere della Germania, in misura sproporzionata nel segmento micro comparativamente meno produttivo di quello tedesco.
E’ un mutamento in meglio. L’assottigliamento della popolazione dei produttori si è accompagnato all’innalzamento della produttività del settore per lo spostamento di risorse dalle unità peggiori alle più efficienti. Che vi sia stato un miglioramento di composizione è verificabile nell’aumento della quota di imprese esportatrici, caratterizzate da più elevata produttività, sul totale dei produttori: è passata in un decennio dal 20 al 23%. Nelle altre economie non si assiste a un simile fenomeno: in Francia il peso degli esportatori è stabile, in Germania si è ridotto. La resilienza manifatturiera ha dunque in Italia una coloritura specifica. E’ frutto di un aggiustamento strutturale di lungo periodo, tuttora in corso. Per questo motivo è sbagliato dire che i buoni risultati sono dovuti alla solita piccola pattuglia di imprese “super”, con una restante massa arretrata. Non è mai stata un’immagine adatta, meno che mai ora: è l’intero settore che si muove.








