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Ecco la ricetta sulle telecomunicazioni | Lo scenario

La prospettiva è di quelle preoccupanti: dal 2020 al 2026 i ricavi medi per utente mensili (Arpu) mobile e fisso corretti in base all’inflazione delle compagnie di telecomunicazioni europee caleranno del 22%.

Dai 35,9 euro ai 33,4 euro del 2026 reali, con un calo quindi di poco più del 4%, a cui si aggiunge la zavorra del carovita che farà crollare il dato in base alle previsioni di inflazione da 35,6 euro a 27,2 euro.

Una situazione che, scrive MF-Milano Finanza, unita agli alti investimenti in infrastrutture 5G che verranno richiesti alle società tlc europee – che secondo le previsioni dovrebbe arrivare a 95,9 miliardi di dollari a livello globale, con un tasso di crescita annuale del 34,2% – non può far dormire sonni tranquilli ai vertici delle compagnie.

Nel “Global Telecommunications Study 2023” realizzato da Simon-Kucher che Milano Finanza può anticipare, emergono una serie di dati europei e italiani sul cambiamento dei comportamenti dei consumatori nel mercato delle tlc da cui emergono delle evidenze su come poter difendere i ricavi.

Cosa dicono i numeri.

Il confronto dell’Arpu tra il Vecchio continente e il resto del mondo è impietoso, soprattutto lato mobile.

Le compagnie tlc europee hanno visto ridursi i ricavi medi per utente da 19,2 euro a 14,4 euro dal 2012 al 2022.

Nel 2020 la differenza era già enorme: Europa a 14,4 euro con la Corea del Sud (25 euro), Giappone (31,1 euro) e Stati Uniti (37,9 euro) distantissime.

Lato fisso – dove i dati però sono meno precisi, perché non scorporano le offerte voce per chi le ha ancora attive – mostrano comunque un’Europa in grado di difendersi: 21,5 euro di Arpu nel 2020, superiore alla Corea del Sud (13 euro) ma inferiore al Giappone (29,2 euro) e agli Usa (49,1 euro).

“L’Italia è pienamente inserita in questo trend europeo di perdita del valore e mancato riconoscimento del servizio che viene offerto, con l’aggravante nel mobile di una base di ricavi per cliente già significativamente più bassa della media”, spiega Giovanni Lovat, partner dell’ufficio di Milano di Simon-Kucher.

Nell’ultimo anno la tariffa media del mobile è diminuita dell’8% malgrado i gigabyte inclusi siano cresciuti del 42%.

Nonostante ciò, la ricerca mostra che il 28% degli intervistati italiani sta valutando di cambiare la propria offerta internet e il 27% quella mobile.

Dati leggermente inferiori a quelli mondiali (rispettivamente 32% e 31%), ma preoccupanti perché in netta crescita dal 23% in entrambi i settori dall’anno precedente.

“Questo mostra che malgrado l’impatto sul bilancio familiare del settore tlc sia di poche decine di euro al mese, con l’aumento dell’inflazione, sia una delle voci dove gli italiani pensano di poter tagliare molto più che nel resto del mondo”, evidenzia Lovat.

A testimoniarlo un dato raccolto dalle interviste effettuate: il 63% del panel ha detto che il carovita sarebbe un fattore importante nell’eventuale decisione di ridurre i servizi della propria offerta o cambiare per una tariffa più bassa.

Come potersi difendere.

In un processo di riduzione del valore quali sono le strategie che le tlc italiane dovrebbero adottare per invertire il trend le suggeriscono gli stessi dati presenti nello studio di Simon-Kucher.

Non basta, secondo Lovat, portare a conclusione le grandi partite di cui si parla da tempo: consolidamento del settore con riduzione del numero degli operatori e rete unica, con cessione di Netco da parte di Tim.

“In primo luogo è necessario cambiare il paradigma del mercato del settore – riflette il partner dell’ufficio milanese di Simon-Kucher -.

Non più un modello acquisitivo come fatto negli ultimi anni che va a distruggere valore, ma una differenziazione e ottimizzazione del portafoglio di offerta per migliorare i ricavi e la marginalità sui clienti già a disposizione”.

Ampio margine su cui lavorare è quello dei bundle mobile e fisso (e potenzialmente anche tv).

Secondo la ricerca di Simon-Kucher solo il 35% degli intervistati italiani possiede questo tipo di offerta, una percentuale nettamente inferiore a quella mondiale (49%).

Questo nonostante ben il 60% dei rispondenti abbia detto che anche con solo il 10% di sconto sarebbe disponibile a valutare l’opzione.

Percentuale che salirebbe fino al 72% se la diminuzione della tariffa applicata aumentasse al 20%.

Collegato a questo c’è il tema dei servizi aggiuntivi, in particolare quello dei servizi Ott televisivi insieme a un decoder.

Per oltre la metà degli intervistati in Italia (53%) si tratterebbe di un’offerta attrattiva.

Anche per quanto riguarda il trend del 5G gli italiani mostrano disponibilità a pagare un prezzo aggiuntivo pur di avere a disposizione una connessione più performante.

In base ai dati a disposizione i consumatori valuterebbero un incremento tra i 5 e i 9 euro mensili per avere una connessione 5G. Infine, oltre 6 clienti su 10 sarebbero disposti a valutare di pagare fino al 10% in più per un abbonamento “green”, che includa o energia proveniente

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