La consistente rivalutazione del Pil nominale operata dall’Istat in settembre aveva una coda velenosa: l’abbassamento del tasso di crescita reale del 2023 (da 0,9 a 0,7%).
Il massiccio ed esoterico Piano strutturale di bilancio (dimostrazione plastica dell’accresciuta complessità delle nuove regole fiscali europee) ha fatto tesoro del rialzo del Pil nominale, avvantaggiandosi del sensibile miglioramento dei punti di partenza per disegnare (ma sarebbe meglio dire schizzare, data l’assenza di informazioni nella nebbia di tecnicismi e retorica del piano) il futuro percorso delle grandezze di finanza pubblica.
Non ha invece tenuto conto della coda velenosa.
Il governo avrebbe probabilmente dovuto rielaborare la previsione, attendendo la pubblicazione, avvenuta alla fine della scorsa settimana, dei dati trimestrali coerenti con la nuova contabilità nazionale annuale.
La diffusione dei conti trimestrali Istat porta infatti alla luce potenziali incongruenze nel quadro governativo per il 2024.
La minore crescita del 2023 implica l’azzeramento del trascinamento positivo su quest’anno quale risultava dalle vecchie valutazioni (esso era pari allo 0,2%) e finisce quindi con l’incidere, meccanicamente, sulla dinamica del Pil reale del 2024, a parità di ritmi di incremento trimestrale nell’anno in corso.
Dato il nuovo profilo del 2023, per raggiungere l’1% supposto dal governo per il 2024, il Pil dovrebbe accelerare nel II semestre.
Le informazioni congiunturali disponibili, però, non vanno in questa direzione.
Puntano semmai a una perdurante debolezza con industria ancora in regresso, esaurimento della spinta degli incentivi edilizi e servizi in rallentamento.
Se, dunque, al ridimensionamento della crescita del 2023 si aggiungesse una congiuntura che non riesce a ripartire nella seconda metà di quest’anno, l’allontanamento dall’1% potrebbe divenire apprezzabile.
La minor dinamica del Pil reale metterebbe a rischio gli obiettivi di finanza pubblica per il 2024?
Non è detto, essendo quei target in gran parte tarati sul miglioramento dei conti pubblici, superiore alle attese, già incamerato nei primi 8-9 mesi dell’anno.
Per il 2024 quindi sembra non valere, entro certi limiti, la meccanica correlazione tra meno crescita e maggior deficit.
Il vero punto di domanda riguarda, piuttosto, il futuro.
E non per i motivi di allarme circa il mancato raggiungimento degli obiettivi puntuali di finanza pubblica, su cui attualmente si concentra l’attenzione di molti commentatori, ma più sostanzialmente per le sorti della crescita in quello che diverrebbe un avverso contesto di policy.
Se la congiuntura europea e quindi italiana non si rafforzasse per l’incidenza dei molteplici fattori negativi già operanti nello scenario globale (guerre effettive e commerciali, crisi della Germania, difficoltà cinesi, insufficienze strutturali dell’Ue) si correrebbe il concreto rischio di assistere a una rappresentazione già vista: l’esercizio di un coordinato sforzo europeo di consolidamento fiscale, secondo le nuove prescrizioni e con una stretta monetaria lenta a rientrare, in una fase di frenata delle economie che si rivelerebbe, ex-post, sottostimata dalle correnti previsioni.
Sarebbe la riedizione dell’austerità fiscale, per di più in un ambiente reso complesso dal “buco nero” tedesco che richiederebbe, al contrario, azioni coordinate di stimolo del ciclo e ben disegnate politiche di sostegno al cambiamento strutturale.
Difficile dire se si è a questo punto, ma i campanelli d’allarme – tra shock geo-politici, incombenti sfide di trasformazione e afasie europee su tutto ciò che non è risanamento fiscale – di certo non mancano.








