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Claudio Di Donato (InPiu.net): «Superbonus, ecco come trasformare un incentivo in doping»

“Il Superbonus, ideato per dare impulso alle riqualificazioni degli immobili, si trova di fronte a un paradosso. Il complesso dei bonus edilizi ha generato una spinta consistente all’economia (i lavori incentivati sono passati da 28 a oltre 50 miliardi l’anno scorso), ma oggi decine di migliaia di imprese sono sull’orlo della crisi di liquidità perché non riescono a vendere i crediti d’imposta per aver praticato lo sconto in fattura. Un copione già visto con il conto energia”.

Lo spiega il giornalista esperto di economia Claudio Di Donato.

“Al massimo degli incentivi, tra il 2009 e il 2011, sono stati installati 6 GW di rinnovabili l’anno. Ma il meccanismo non era sostenibile e da qualche anno la nuova potenza non arriva a un GW l’anno. Incentivi troppo modesti non hanno impatto, ma troppo generosi e soprattutto disponibili per un periodo limitato sono l’equivalente di una sostanza dopante” ragiona dalle colonne del magazine digitiale InPiu.net.

“Il Superbonus e gli altri incentivi sono destinati ad esaurirsi senza bisogno di una norma che ne indichi la fine. La vera molla dei bonus non è tanto la dimensione, quanto la possibilità di ottenere lo sconto in fattura (per il 110% significa che il cliente non anticipa nemmeno un euro). È curioso che forze politiche (grillini in primis) che ritengono la finanza la madre di tutti i mali del mondo abbiano partorito un meccanismo per la cartolarizzazione dei crediti, in sostanza la finanziarizzazione dell’economia delle costruzioni” prosegue Di Donato.

“La differenza è che tali crediti non hanno un mercato e ad ogni passaggio di mano scendono di valore. Negli ultimi giorni circolano ipotesi di soluzione che in realtà non offrono una risposta al problema. Prorogare di un anno la possibilità di cessione dei crediti non offre alcun sollievo a un’impresa che ha il cassetto fiscale pieno ma la cassa vuota per pagare dipendenti e fornitori. L’alternativa di offrire titoli di Stato con durata pari a quella del credito sarebbe un onere per le casse pubbliche. L’exit strategy comporterà un costo salato, resta da decidere chi pagherà il conto. In ogni caso, un’altra occasione persa” conclude.

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