L’elenco delle imprese italiane ancora attive in Russia – a quasi quattro anni dall’inizio della guerra in Ucraina – è più lungo di quanto si potrebbe pensare.
Una lista pubblicata online dal Ministero degli Esteri censisce 160 società, comprese alcune sedi di rappresentanza, mentre il database Leave Russia del Kse Institute (Kyiv School of Economics) ne conta circa 140, tra chi rimane a tutti gli effetti operativo e chi sta uscendo dal Paese in modo graduale.
Nell’elenco ci sono intanto le prime due banche italiane: Intesa Sanpaolo e Unicredit.
La prima ha ridotto significativamente l’operatività, ma mantiene il controllo della sussidiaria Banca Intesa Russia che, al 30 giugno, contava 16 filiali e 696 persone (a fine 2024 aveva 22 sedi e 797 dipendenti).
Il gruppo ha un’esposizione netta complessiva verso il paese di 318 milioni che comprende sia i crediti erogati dalla sussidiaria (36 milioni) che quelli cross-border (282 milioni).
Anche Unicredit ha ridotto fortemente l’operatività nel paese: a giugno i crediti complessivi erano scesi a 1,02 miliardi con depositi per 3,38 miliardi.
L’intenzione della banca è quella di chiudere con il settore retail nella prima metà di quest’anno.
In Russia sembra poi restare un nutrito gruppo di società industriali.
In questo caso si spazia dai prodotti chimici di Mapei all’acciaio di Marcegaglia.
Anche un’altra compagnia siderurgica, Danieli, rimane presente in Russia, dove la controllata Danieli Volga gestisce uno stabilimento produttivo.
Tuttavia, i progetti con controparti russe sono stati sospesi, come emerge dall’ultimo bilancio del gruppo, e il portafoglio ordini non include, per motivi di prudenza, alcun valore relativo a commesse in Russia.
Al 30 giugno 2025 Danieli Volga ha registrato ricavi operativi per 76,5 milioni di euro e una perdita di 4 milioni.
Poi c’è il caso di Ariston.
Il gruppo ha ripreso il controllo della sussidiaria Ariston Thermo Rus nel marzo dello scorso anno, dopo 11 mesi in cui la gestione della società era stata trasferita dal Cremlino alla russa Gazprom.
Dal 1° aprile al 30 giugno 2025 Ariston Thermo Rus ha generato ricavi per 19,8 milioni di euro.
Nello stesso periodo del 2024, prima del sequestro, il fatturato era stato di 28,1 milioni.
La lista prosegue con una serie di marchi noti dell’agroalimentare italiano: Ferrero, De Cecco, Parmalat, Colussi, Zuegg.
Ferrero, in particolare, dal 2008 produce alcuni dei suoi dolciumi – come i cioccolatini Raffaello e i Kinder Surprise – in Russia, nella fabbrica di Vladimir, quasi 200 chilometri a nord di Mosca.
Per avviare il sito sono stati spesi oltre 250 milioni di euro e altri 60 milioni di investimenti sono stati annunciati nel 2018, con l’intenzione di spalmarli sui successivi 10 anni.
Infine, un altro colosso italiano che compare nell’elenco è Campari, ma in questo caso si tratta di una presenza commerciale attraverso la divisione Campari Rus.
Dunque niente fabbriche o magazzini, ma solo distribuzione.








