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Cultura: teatri, piazze e festival pieni ma l’industry arretra con -10,4% di valore aggiunto e 2.318 occupati in meno | La nota di Ccia Umbria

In Umbria riempie teatri, piazze e festival ma l’industry arretra rispetto al 2019: valore aggiunto reale giù del 10,4% e 2.318 occupati in meno.

Il calo non è nel cuore degli spettacoli, ma nella componente data-driven dove la cultura diventa filiera, digitale e impresa.

Il confronto con l’ultimo anno prima del Covid mette a fuoco il paradosso umbro: la regione è prima in Italia per densità di spettacoli rispetto alla popolazione, con 79 eventi ogni mille abitanti contro una media nazionale di 57, ma tra il 2019 e il 2024 perde peso economico nel Sistema produttivo culturale e creativo.

Nel 2024 il comparto vale 1,049 miliardi di euro e 18.882 occupati, ma al netto dell’inflazione arretra rispetto all’ultimo anno pre-covid e mostra il nodo strutturale della filiera: molta partecipazione culturale, ancora poca trasformazione industriale”.

Così una nota della Ccia dell’Umbria.

Il confronto con l’ultimo anno prima del Covid – prosegue la nota – mette a fuoco il paradosso umbro: la regione è prima in Italia per densità di spettacoli rispetto alla popolazione, con 79 eventi ogni mille abitanti contro una media nazionale di 57, ma tra il 2019 e il 2024 perde peso economico nel Sistema produttivo culturale e creativo.

Nel 2024 il comparto vale 1,049 miliardi di euro e 18.882 occupati, ma al netto dell’inflazione arretra rispetto all’ultimo anno pre-covid e mostra il nodo strutturale della filiera: molta partecipazione culturale, ancora poca trasformazione industriale”.

Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria ha detto: “L’Umbria dimostra ogni giorno di possedere una ricchezza culturale straordinaria, riconosciuta in tutta Italia.

Ma la sfida decisiva è un’altra: trasformare sempre più questa energia in una leva stabile di sviluppo economico.

La vivacità dei nostri festival, la forza delle nostre sale, la densità della nostra produzione culturale devono diventare ancora di più infrastruttura, impresa, innovazione.

Non basta fare cultura: occorre farla dialogare con il digitale, con i servizi avanzati, con le nuove professioni creative.

È qui che si gioca il futuro della nostra competitività.

L’Umbria ha un patrimonio che molti ci invidiano; ora dobbiamo avere il coraggio di renderlo in modo forte e convinto un motore strutturale di crescita, capace di generare qualità del lavoro, valore aggiunto e nuove opportunità per i giovani”.

L’Umbria della cultura – dice la Ccia – non è ferma.

Riempie teatri, piazze, festival, sale cinematografiche e stagioni musicali.

Ha una densità di spettacoli da primato nazionale, come ha certificato anche l’ultimo rapporto della Siae (Società italiana degli autori ed editori) e un’identità riconosciuta ben oltre i confini regionali.

Ma il confronto con il 2019, ultimo anno prima del Covid, mostra il punto debole: quella vitalità non si trasforma ancora abbastanza in industry, cioè in filiera produttiva, valore aggiunto, occupazione qualificata e servizi avanzati.

Mettendo a confronto le edizioni dal 2019 ad oggi del Rapporto “Io sono Cultura”, realizzato da Fondazione Symbola, Unioncamere, Centro Studi Tagliacarne e Deloitte, emerge che tra il 2019 e il 2024 il valore aggiunto reale del Sistema produttivo culturale e creativo dell’Umbria (Spcc) è diminuito del 10,4%.

Nello stesso periodo l’Italia è cresciuta del 6,3% e il Centro ha sostanzialmente tenuto.

Anche l’occupazione arretra: gli addetti umbri dell’Spcc sono passati da circa 21.200 a 18.882, con 2.318 occupati in meno, pari al -10,9%.

Il 2024, preso da solo, restituisce una fotografia meno severa: il sistema culturale e creativo regionale vale 1,049 miliardi di euro e occupa 18.882 persone.

Ma il valore nominale non basta.

Tra 2019 e 2024 i prezzi sono cresciuti molto più della ricchezza prodotta dalla filiera.

Così l’aumento apparente diventa, al netto dell’inflazione, una perdita reale.

E il peso dell’Spcc sull’economia regionale scende dal 4,9% al 4,4%, mentre in Italia sale dal 5,7% al 5,8%.

Nel Centro, in Toscana è cresciuto dal 5,4% del 2019 al 6,1% del 2024, nelle Marche è salito dal 5,2% al 5,3% e nel Lazio è sceso dal 7,8% al 7,5%

Il dato per la Camera di Commercio dell’Umbria va letto senza equivoci.

Non racconta un’Umbria meno culturale.

Racconta un’Umbria che continua a produrre cultura, pubblico e reputazione, ma fatica a portare questa forza nei segmenti dove oggi la cultura diventa impresa.

Il cuore core del Sistema produttivo culturale e creativo — spettacolo, patrimonio, arti, produzioni culturali e creatività — tiene.

A pesare sull’arretramento è soprattutto la componente data-driven: digitale, contenuti, software, comunicazione, tecnologie, servizi avanzati e professioni creative inserite nei processi produttivi.

È qui che la cultura esce dal solo perimetro dell’evento e diventa filiera industriale, capace di scalare, innovare, vendere servizi, generare produttività.

Il paradosso emerge proprio dal confronto con la partecipazione.

L’Umbria è prima in Italia per densità di spettacoli rispetto agli abitanti: 79 eventi ogni mille residenti, contro una media nazionale di 57.

Il dato racconta sale vive, festival radicati, musica, teatro, cinema, rassegne nei centri storici, un pubblico presente e un territorio capace di fare cultura con continuità.

Ma la forza degli eventi, da sola, non basta.

Un festival può generare immagine, turismo, presenze e reputazione.

Una filiera genera anche imprese, competenze, contenuti, servizi, occupazione stabile e valore esportabile.

La distanza – spiega la Camera di Commercio dell’Umbria – si vede nella produttività.

In Umbria ogni addetto dell’Spcc produce in media 55.555 euro annui di valore aggiunto.

La media italiana è 73.622 euro, quella del Centro 72.280.

Non è un giudizio sulla qualità della cultura umbra.

È un indicatore di struttura: imprese più piccole, minore presenza nei segmenti ad alto valore aggiunto, integrazione ancora debole tra cultura, digitale, comunicazione, manifattura, turismo e servizi professionali.

L’ultima edizione del rapporto “Io sono Cultura” mostra che in Italia il Sistema produttivo culturale e creativo è una parte rilevante dell’economia: 112,6 miliardi di euro di valore aggiunto nel 2024, +2,1% sull’anno precedente, e oltre 1,5 milioni di occupati.

Considerando anche gli effetti indiretti, cultura e creatività attivano circa 302,9 miliardi.

A spingere il sistema nazionale sono sempre più i settori ibridi e tecnologici: software, videogiochi, comunicazione, produzione audiovisiva, contenuti digitali, servizi creativi, competenze legate ai dati.

Contano anche gli embedded creatives, professionisti culturali e creativi che lavorano fuori dal perimetro tradicional della cultura e portano design, linguaggi e innovazione dentro imprese, prodotti e servizi.

Per l’Umbria il punto è trasformare una forza evidente in una struttura più solida.

Servono più connessioni tra operatori culturali e imprese, più servizi digitali legati ai contenuti, più produzione audiovisiva, più comunicazione strategica, più tecnologie per valorizzare eventi, archivi e patrimoni.

Servono imprese creative più dimensionate, capaci di lavorare non solo sulla singola manifestazione, ma su format, piattaforme, distribuzione, dati e mercati.

Il confronto 2019-2024 rende concreta la questione che l’Umbria non ha un deficit di cultura, ma un deficit di trasformazione industriale della cultura.

La partecipazione c’è.

Il pubblico c’è.

Il patrimonio c’è.

I festival ci sono.

La reputazione anche.

Quello che deve crescere è l’ecosistema produttivo che permette a questa energia di diventare più valore aggiunto, più lavoro qualificato e più futuro.

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