La pandemia da SARS-CoV-2 è stata la più plateale dimostrazione che la medicina non è una scienza esatta e che quanto è accaduto va qualificato come un avvenimento straordinario e imprevedibile idoneo ad evocare, in non pochi casi, la c.d. “forza maggiore”: già il primo DPCM del 31 gennaio 2020 definiva la tempesta sanitaria in cui ci siamo trovati una “emergenza nazionale”.
Tutti coloro i quali hanno operato e operano in questo delicatissimo momento lo hanno fatto con la chiara percezione, di cui hanno avuto piena consapevolezza anche i non addetti ai lavori, che le migliori cure disponibili non hanno potuto – e non possono – evitare “sconfitte”.
Gli operatori sanitari tutti, segnatamente i medici, unitamente alle Direzioni strategiche delle Aziende Sanitarie si sono trovati ad affrontare un nemico temibile e sconosciuto, con scarse e contrastanti informazioni e pochi strumenti a disposizione.
Una tensione inimmaginabile in una battaglia impari, che ha affiancato alle nuove paure (il contagio e le sue conseguenze, anche per i familiari), le paure di sempre sul fronte della responsabilità professionale medica con le sue implicazioni.
La vera difficoltà nel rendere l’idea di che cosa abbia provocato la pandemia da SARS-CoV-2 sulle persone e sul Servizio Sanitario Nazionale e Regionale risiede nella consapevolezza della impossibilità di farlo: per quanto i media, le tecnologie, il web abbiano reso accessibili a tutti immagini, informazioni, nozioni e studi scientifici, la dura realtà è che abbiamo tutti dovuto misurarci con la scarsa conoscenza di questo nuovo agente etiologico, dell’epidemiologia e dell’evoluzione clinica o subclinica, della dinamica del contagio anche da parte di persone completamente asintomatiche, ecc.
Nonostante quanto stavamo vivendo, un certo ottimismo mi aveva portato a sognare che, data l’eccezionalità e la severa gravità della pandemia che ha travolto il mondo intero, nel nostro Paese il problema della responsabilità professionale sanitaria non si sarebbe posto.
E invece una preoccupazione crescente ha cominciato a serpeggiare fra i professionisti, ingigantita dalle proposte di polizze per una specifica copertura, fino alla comparsa di infortunistiche che online offrivano consulenze legali e medico-legali in materia, sia sul versante del contenzioso del lavoro (carenza dei dispositivi per gli operatori sanitari e sociosanitari), sia della responsabilità penale e civile (cui consegue, per i pubblici dipendenti, quella per danno erariale).
Peraltro, l’impellente necessità di approntare nuovi posti letto nelle strutture sanitarie per il trattamento dei pazienti malati più o meno gravemente (quindi anche di terapia intensiva ad altissima complessità assistenziale), la compartimentazione dei pazienti con sospetta infezione ancora in fase di accertamento dai pazienti “no-COVID”, ha richiesto una profonda riorganizzazione delle strutture sanitarie non solo in tempi rapidissimi, ma anche come continuo work in progress, in relazione alla velocissima mutevolezza dello scenario e dei bisogni sempre crescenti della popolazione (così come ce lo chiede ancora, perché non si può e non si potrà a lungo operare in sanità come eravamo abituati, basti pensare alle esigenze di distanziamento fisico).
Siamo alle prese con una patologia che stiamo solo piano piano cominciando a conoscere e per il trattamento della quale non esistono né linee guida, né buone pratiche clinico-assistenziali universalmente riconosciute e/o accreditate; di modo che, alla luce dell’abnegazione con cui i professionisti e gli operatori tutti si sono sacrificati e continuano a farlo, anziché inneggiare all’eroismo sarebbe realistico pensare che essi abbiano applicato le migliori conoscenze possibili al cospetto di una crisi dalle indicibili difficoltà, cercando di perseguire il miglior interesse di ogni persona-paziente-utente in base alle concrete possibilità contingenti e attuabili, con i mezzi a disposizione.
Tanto osservato, ritengo che, in una prospettiva di ripartenza e di rilancio, tra i profili sui quali concentrarsi due meritino particolare attenzione.
Il primo consiste nell’integrazione dei modelli. Le esperienze che la pandemia da SARS-CoV-2 ha evidenziato dicono che il Servizio Sanitario Nazionale è divenuto negli anni sempre più operativamente ed economicamente regionale: pur mostrando buone capacità di reazione, ha messo in risalto le diversità dei diversi modelli. Infatti, alcuni sono decisamente più orientati a rendere eccellenti ed efficienti gli ospedali, altri si sono dedicati allo sviluppo delle cure territoriali, altri ancora hanno raggiunto un certo equilibrio con uno sviluppo abbastanza adeguato, anche se non ancora del tutto soddisfacente e ubiquitario di integrazione efficace fra ospedale e territorio.
Ben può immaginarsi che – potendolo fare – un paziente non opterebbe per un modello o per un altro, ma preferirebbe vederli in atto tutti e contemporaneamente, in maniera possibilmente omogenea sul territorio nazionale. Si tratterebbe di mettere a sistema le migliori strategie, il che è possibile – evidentemente – solo con strumenti omogenei, condivisi e, soprattutto, coordinati.
Tali opportunità consentirebbero di mitigare il rischio di “errore” e/o meglio di “inefficacia” del sistema, così la questione delle responsabilità professionali che tanto preoccupa operatori e gestori delle strutture sanitarie, passerebbe in secondo piano.
Il secondo profilo consiste nel restituire serenità al personale sanitario tutto anche, ma non solo, in una prospettiva di esaltazione dell’efficienza del sistema sanitario.
Sarebbe di grande aiuto, posta l’esigenza imprescindibile di una profonda riorganizzazione del Servizio Sanitario Nazionale in futuro, concedere per una buona ripresa del nostro sistema universalistico, la serenità di programmare, progettare e curare senza ulteriori preoccupazioni.
L’angoscia che ha attanagliato gli operatori dei servizi sanitari e sociosanitari, oltre che i pazienti, la solitudine e la paura, il morire e il veder morire coloro che si erano ammalati soli, l’autosegregazione a cui sono stati costretti i sanitari anche rispetto ai colleghi, oltre che ai loro familiari, la frustrazione di vedere i pazienti stare male e di non poter fare di più, di non conoscere, di non capire, di non potere, è stata ed è ancora profondamente devastante. E la consolazione di sapere – o almeno di sperare – che, ex post, entreranno in gioco delle esimenti, vale sono in minima parte ad attenuare dette angosce, paure, frustrazioni.
Ma quali potrebbero essere i passi per garantire serenità a medici ed operatori sanitari tutti e, di conseguenza, all’intero settore?
La parola chiave della svolta è, come dicevo, “serenità”: una legge ad hoc che prevedesse forme eccezionali di deresponsabilizzazione di una categoria professionale avrebbe potuto sollevare non solo problemi di diritto, senza peraltro appalesarsi propriamente idonea a ristabilire la serenità per la popolazione dei pazienti.
La responsabilità delle professioni sanitarie spesso diverge da quanto gli operatori percepiscono: in ambito penalistico, ad esempio, un accertamento della responsabilità che porti alla condanna è un evento davvero raro e uno “scudo penale” avrebbe magari reso ancora più rara l’evenienza, ma non avrebbe impedito in alcun modo ciò che davvero toglie serenità ai professionisti, vale a dire il procedimento giudiziario.
Per quanto attiene alla più diffusa responsabilità civile e quindi risarcitoria, la parte preponderante delle cure comprendeva (in era pre-COVID) un complesso di prestazioni tese spesso a garantire non la sopravvivenza, ma una qualità complessiva migliore della vita dei pazienti.
In questo momento e nello specifico contesto della pandemia, invece, ci muoviamo nell’ambito della medicina salvavita, un settore dunque in cui occorrerebbe, in ragione delle peculiarità sue proprie, rimeditare la funzione della responsabilità (civile ma anche penale), anche in modo da poter dare certezze e, dunque, serenità agli operatori sanitari.








