L’ultimo allarme, in ordine di tempo, sulle conseguenze economiche della pandemia da Sars-Cov 2 porta l’autorevolezza dell’ex Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi. La crisi rischia di lasciare a terra numerose aziende, affossando il tessuto industriale del Continente e spingendolo nel gorgo di una crisi di insolvenza. E i contraccolpi, come ha paventato anche il premier Giuseppe Conte, potrebbero avere strascichi fino al 2022.
I numeri non danno consolazione. Secondo le stime della Banca d’Italia, scrive Milano Finanza, alla fine dell’anno circa il 12,4% delle imprese italiane si potrebbe trovare in condizione di “insufficienza patrimoniale”. In questo quadro, cresce l’attesa per i progetti dei piani nazionali di ripresa e resilienza finanziati attraverso i 209 miliardi di Next Generation Eu.
Venerdì 18, l’Italia ha ottenuto 6 miliardi in più per il 2021. Dai 15 miliardi previsti si passa infatti a 21 miliardi, per merito dell’accordo tra Consiglio, Parlamento Europeo e Commissione Ue sul Resilience and recovery facility, che porta al 13% il prefinanziamento.
Ora non resta che presentare i piani di ripresa definitivi. La bozza discussa dal governo nelle scorse settimane convince Assonime, almeno sui grandi obiettivi. L’associazione delle Spa presieduta da Innocenzo Cipolletta continua però a sostenere l’idea dell’istituzione di un ministero per il Recovery, sostenuto da un “forte segretariato tecnico”. Soprattutto esorta il governo a mettere mano a una serie di interventi per affrontare le prevedibili crisi di un numero sempre più elevato di imprese.
Tale desolante quadro è destinato a durare ben oltre il prossimo anno. Anche per questo in Parlamento, nella discussione sulla manovra, ci si muove con interventi per salvare i bilanci di realtà destinate a chiudere in perdita, per esempio permettendo di capitalizzare o ammortare i costi fissi di gestione.








