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Conflitto in Medio Oriente: perché la crisi apre nuovi spazi per le imprese | L’analisi di Max Calderan

Le tensioni geopolitiche che nelle ultime settimane hanno riacceso il conflitto in Medio Oriente stanno alimentando un clima di crescente incertezza tra imprese e investitori a livello globale.

Secondo Max Calderan — esploratore entrato nella storia per avere attraversato in solitaria il Rub’ al Khali, in Arabia Saudita, il deserto di sabbia più grande del mondo, da oltre vent’anni tra i consulenti più esperti a livello internazionale di Business culture del Medio Oriente — il primo errore che le aziende rischiano di commettere è reagire emotivamente alla crisi.

“Molti imprenditori — spiega — mi contattano chiedendo cosa fare. Ma quando nasce il dubbio di lasciare il mercato spesso significa che la decisione è già stata presa sull’onda dell’emotività e non su un’analisi strategica”.

In particolare, Calderan osserva come gli imprenditori con poca esperienza nella Regione tendano più facilmente ad abbandonare i progetti, mentre chi vive o lavora da anni nei Paesi del Golfo affronta le crisi con un approccio più strategico.

Parallelamente alla situazione geopolitica, i rapporti economici tra aziende occidentali e partner mediorientali stanno cambiando profondamente. Secondo Calderan, il modello tradizionale basato sulle transazioni legate al petrolio e al gas sta progressivamente lasciando spazio a partnership strategiche basate su competenze tecnologiche, innovazione e sostenibilità.

Oggi i partner mediorientali privilegiano sempre di più lo sviluppo economico interno di lungo periodo attraverso il modello Icv (In country value), che implica la creazione di catene di produzione locali, centri di ricerca e formazione.

Tra i settori che stanno attirando maggiori investimenti emergono: data center e infrastrutture per l’intelligenza artificiale AI; cybersecurity; raffinazione di minerali critici; energia e idrogeno; sistemi di difesa; real estate e grandi eventi come i campionati del mondo di calcio.

Nonostante le tensioni regionali legate all’escalation del conflitto tra Stati Uniti/Israele e Iran all’inizio del 2026, i Paesi più resilienti restano quelli del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg): Oman, Qatar ed Emirati Arabi Uniti.

Un ruolo centrale è destinato all’Arabia Saudita, la più grande economia del mondo arabo, impegnata nel programma Riyadh Expo Vision 2030. Secondo Calderan, le attività non petrolifere in Arabia Saudita (cresciute del 39%) aprono nuove opportunità, specialmente per le pmi italiane, grazie alla loro flessibilità decisionale.

La crisi sta però incidendo su alcuni grandi progetti infrastrutturali a causa dei rischi legati allo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% delle forniture mondiali di petrolio. Di conseguenza, progetti come The Mukaab a Riyadh e The Line (parte di NEOM) hanno subito revisioni: per quest’ultimo la lunghezza iniziale potrebbe essere ridotta da 170 a 2,4 chilometri, con una riconversione in hub per data center.

“Il Medio Oriente sarà sempre più centrale per l’economia globale. La sfida per le aziende occidentali sarà adattarsi a un contesto in cui le relazioni economiche e personali diventano sempre più strategiche”, conclude Calderan.

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