[L’Intervento Esclusivo] Claudio De Vincenti (ex ministro per il Sud) Giuseppe Coco (economista): «Ecco come deve cambiare il Recovery Plan per rilanciare (davvero) il Mezzogiorno»

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Il Recovery Plan costituisce una occasione storica per le politiche di sviluppo nel Mezzogiorno.

La versione del Piano approvata a gennaio dal Governo Conte ha fatto qualche passo avanti rispetto alla versione di dicembre, anche per la parziale integrazione della strategia con quella dei fondi della coesione, ma necessita ancora di profonde modifiche.

Abbiamo provato a enucleare qui alcuni principi per migliorare la bozza di Recovery per il Sud (un documento più ampio, di cui qui presentiamo la sintesi, è stato pubblicato dalla Fondazione Astrid come Policy Brief n. 5, gennaio 2021).

Sulla distribuzione territoriale delle risorse del Recovery Fund si sono scatenate rivendicazioni di vario tipo, in particolare ispirate da una propaganda neoborbonica che indica nel meccanismo di attribuzione delle risorse a livello comunitario la regola per la loro spartizione a livello regionale. Retorica sfortunatamente ripresa da una lettera dei Presidenti delle Regioni meridionali per rivendicare una quota di risorse pari ai due terzi del fondo.

Se si vuole che il Recovery Plan sia l’occasione per avviare finalmente un percorso di stabile riduzione del divario tra il Mezzogiorno e il Centro-Nord del nostro Paese, la sua elaborazione e poi la sua attuazione devono rispondere invece a una visione unitaria e nazionale.

L’approccio scelto dalla Commissione Europea esclude infatti la regionalizzazione delle risorse di Next Generation EU.

Nel Piano attuale la coesione territoriale compare in duplice veste, sia come missione di intervento, assieme all’inclusione sociale, sia come dimensione orizzontale che dovrebbe informare tutte le diverse missioni.

Questa doppia veste genera confusione confermando anche in questo caso l’impostazione sbagliata del precedente Governo di coprire tutte le aree in maniera da presentare una cifra per tutti.

La coesione territoriale, come la coesione sociale, deve essere piuttosto – secondo l’impostazione della Commissione – un filo rosso che traversa tutte le missioni e i programmi di cui si comporrà il PNRR.

Anche perché la missione dedicata alla coesione (condivisa con l’inclusione) sembra davvero una categoria residuale in cui far convergere una miscellanea incoerente di interventi (il servizio civile o lo sport ad esempio). Sarebbe bene al contrario riuscire ad esprimere un Piano in cui il rilancio non fosse pensato a compartimenti, per accontentare i diversi interessi con misure da far risalire a un ministero o a una Regione.

Peraltro tra gli interventi della missione sulla coesione, un finanziamento cospicuo è dedicato alla Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI), cui vengono assegnati 1,5 miliardi di euro (collocandovi poi incomprensibimente anche la nascita di 3 scuole nazionali per Vigili del fuoco). Va ricordato che la SNAI è certamente il caso più rilevante di assenza di operatività di un intervento previsto nella scorsa programmazione, non avendo completato dal 2014 ad oggi nemmeno la fase di programmazione delle risorse e la stipula degli Accordi Quadro tra i comuni. Gli altri interventi di coesione, in particolare gli interessanti ecosistemi dell’innovazione al Sud e quelli sul patrimonio abitativo e la formazione nelle aree del terremoto, possono benissimo rientrare nelle missioni tematiche apposite (innovazione e ambiente ad esempio).

L’obiettivo della coesione territoriale invece deve emergere in tutte le missioni con linee di intervento specifiche per il Mezzogiorno.

Per quanto riguarda per esempio la missione Digitalizzazione, Innovazione, Competitività e Cultura, si dovrebbe riconoscere il diverso grado di digitalizzazione delle amministrazioni nelle diverse aree del Paese e quindi la necessità di un investimento differenziale nel Sud.

Anche per quanto riguarda la missione ‘Rivoluzione verde e transizione ecologica’ il Piano dovrebbe sottolineare le necessità di investimenti al Sud soprattutto con riferimento alla Strategia nazionale per l’Idrogeno.

Nel Meridione infatti si rende necessaria un’azione proattiva da parte del Governo e delle grandi aziende nazionali, anche considerando il vantaggio competitivo del Mezzogiorno nelle rinnovabili.

Analogamente le necessità differenziali di investimenti sulle risorse idriche e sul ciclo dei rifiuti vanno riconosciute e soluzioni vanno approntate per i casi di incapacità istituzionali più gravi. Difficoltà analoghe si devono prevedere nell’attuazione degli interventi per la povertà educativa (una emergenza) e per l’edilizia pubblica, due comparti nei quali l’investimento nel Mezzogiorno deve essere comparativamente molto più consistente.

Sul versante incentivi, poi, vanno valorizzati ancor più quelli di natura automatica. In particolare, per compensare la scarsità di investimenti innovativi nel Mezzogiorno, sarebbe stato utile includere nel Recovery Plan un adeguato rifinanziamento del credito d’imposta per gli investimenti al Sud, come misura aggiuntiva a Transizione 4.0 per il Mezzogiorno.

Restano infine sottodimensionati investimenti infrastrutturali fondamentali:

  • messa in sicurezza di strade, viadotti e ponti, interventi di cui vi sarebbe assoluto bisogno mentre vengono finanziati per soli 1,6 miliardi;
  • logistica e portualità, cui vengono assegnati nel complesso meno di 4 miliardi;
  • impianti di chiusura del ciclo rifiuti, finanziati con solo 1 miliardo e mezzo, nonché risanamento delle reti idriche e di trattamento dei reflui, cui sono assegnati 4,4 miliardi;
  • rigenerazione urbana e housing sociale, che vede stanziati solo 6,3 miliardi quando è questione dirimente per il futuro delle nostre città;
  • l’assenza sostanziale di interventi per la bonifica e il rilancio produttivo dei siti industriali dismessi o in crisi, per i quali è previsto solo lo stanziamento di 500 milioni per quelli di Taranto e del Sulcis.

Se si pensa che gli stanziamenti su interventi minuti, incentivi sovradimensionati (energie rinnovabili, pagamenti elettronici) e incentivi discrezionali, raggiungono nel PNRR una somma che va da un minimo di 20 a quasi 40 miliardi, è chiaro che le risorse per correggere queste lacune non mancherebbero.

E’ infine necessario costruire una governance del Piano adeguata alla straordinarietà dell’impegno cui il Paese è chiamato: una governance in grado di conferire unitarietà al Piano ed evitare, soprattutto per il Sud, che l’incapacità di progettazione e spesa dimostrata in passato dalle amministrazioni trasformi anche questa occasione in una debacle. Al riguardo, si rinvia al recente documento di Assonime che ha indicato una soluzione semplice e chiara, che non pretende di esautorare le amministrazioni ordinarie ma che le integra e le sostiene con una catena di comando e con procedure e corsie preferenziali essenziali per elaborare e attuare gli interventi[1]. In tutti i casi la governance deve prevedere la possibilità di sostituzione delle amministrazioni locali inadempienti in maniera molto tempestiva. 


[1] Assonime, Quale assetto istituzionale per l’impiego dei fondi Next Generation EU, Interventi 22/2020.

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