La tenuta dei ricavi nonostante il lockdown. L’impegno verso la sostenibilità. La prosecuzione degli investimenti nel retail. E un libro autentico e schietto come il suo titolo “Storia”.
Il 2020 di Stone Island è stato un anno di resilienza, che porta a guardare con un pizzico di ottimismo al 2021.
Perché: “Quando esci da queste crisi ne esci più forte se hai salvato la pelle”, ha sottolineato a MFF Carlo Rivetti, numero uno di Sportswear company, la società che controlla il brand partecipata per il 30% da Temasek, società di investimenti basata a Singapore. Che ha raccontato in questa intervista, dopo mesi di silenzio, gli ultimi, complessi, mesi e i progetti futuri dell’azienda.
Come avete chiuso l’ultimo bilancio? “Abbiamo archiviato il 2019 a 239 milioni, in crescita del 24%, con un ebitda a 73 milioni (+28%). L’incidenza dei mercati esteri resta stabile con una quota del 72% a fronte del 28% dell’Italia. In termini di canali, il wholesale ha avuto un’incidenza del 78%, il retail dei flagship store diretti del 15%, mentre l’online del 7%”.
Qual è la previsione per il 2020? “Chiuderemo il bilancio a fine ottobre e prevediamo ricavi per 237 milioni di euro, in sostanziale tenuta. Devo dire con una nota di soddisfazione che il wholesale sta reggendo e, anche nel periodo più buio, comunque l’online ha resistito. A metà marzo abbiamo deciso di tagliare del 20% la produzione dell’invernale per non riempire troppo il mercato nel timore di avere annullamenti che però non ci sono stati in nessun paese del mondo. L’azienda ha risposto in un modo fantastico e tempestivo e la campagna vendite, subito dopo il lockdown, dell’estivo 2021 ha messo a segno un +12%, con una tenuta di tutti i mercati, anche dell’Italia che ha fatto un +6%. In più posso dire che ora sell out dell’invernale è già al 47%, un’ottima performance.
Nulla si è fermato. Sono contento della resilienza dimostrata dall’azienda e dal nostro personale oltre che dell’andamento del wholesale. Nemmeno il retail poi ha subito battute d’arresto. Abbiamo aperto a metà ottobre a Pechino un flagship store a Sanlitun, quartiere dello shopping alto di gamma, che ha raggiunto nella prima settimana il budget mensile. Una superficie di 100 metri quadrati che ospita le collezioni Stone Island e Stone Island Shadow Project. Apriremo a dicembre a Nanjing nello shopping mall Deji Plaza e poi nel Miami design district, quasi 290 metri quadrati su due piani. Questo sarà il nostro 28esimo flagship nel mondo”.
Quanto è cresciuto l’online? “Del 37% e va bene così. Non prevediamo di implementarlo ulteriormente. Una prospettiva sui prossimi mesi che ci stanno preoccupando. I numeri crescono ma sappiamo cosa dobbiamo aspettarci. Di fronte alla prova più dura ci siamo difesi bene. Ma non è un buon motivo per doversi continuare a difendere. Però siamo pronti.
In più ci sono diversi segnali importanti e positivi dalla Cina che per noi è ancora molto piccola (incide meno del 3%, ndr) ma si sta muovendo. Il Nordamerica sta crescendo e hanno tenuto anche i negozi di proprietà a Toronto, New York e Los Angeles”.
Collaborazioni in vista? “Abbiamo appena lanciato quella con Persol per l’eyewear. Per il momento non ci sono nuovi drop o co-lab in arrivo”.
Il libro? “Bellissimo. Si chiama “Storia” ed è pieno della nostra storia e non nasconde nulla, raccontando la totale trasversalità del nostro marchio per fasce d’età e diverse subculture che pensiamo di aver influenzato in questi anni. Quello che mi rende pazzo di gioia è che noi siamo sempre andati dritti per la nostra strada e il mondo che ci è venuto incontro.
Quando mi chiedono come ho fatto a parlare ai Millennials rispondo che non ho fatto niente. Sono i Millennials che sono venuti ad ascoltare la nostra storia, che ho cercato di difendere in questi 38 anni. Dal libro traspare la passione che suscitiamo nei nostri fan”.
Avete puntato molto sull’innovazione? C’e’ qualcosa in campo? “Stiamo lavorando su tessuti riciclati e riciclabili. Sia fibre naturali sia artificiali. Abbiamo un piano che si chiama le tre P: prodotto, processi e packaging. Abbiamo messo in atto diverse strategie dall’eliminazione della plastica in azienda, su tutti i palazzi della sede ci sono dei pannelli solari, abbiamo cambiato tutti i packaging. Stiamo mappando la catena di fornitura e siamo tra i brand firmatari di Zdhc dall’aprile 2019: un impegno pubblico per la progressiva eliminazione delle sostanze chimiche pericolose dai cicli produttivi”.
Ci sarà un bilancio di sostenibilità? “Lo produrremo. Non stiamo facendo ancora abbastanza e faremo di più”.
Cosa ha imparato da questa crisi? “Quando esci da queste crisi ne esci più forte se hai salvato la pelle. Abbiamo imparato tante cose, ad esempio a fare uno showroom virtuale. Il mondo in generale e il mondo della moda in particolare hanno imparato da questa crisi che molti dei meccanismi utilizzati prima sono venuti meno”.
Che cosa servirebbe al sistema moda italiano? “Un buon governo”.








