La nomina del cardinale Matteo Maria Zuppi a presidente dell’episcopato italiano chiude un periodo e ne apre un altro. Riguarda anzitutto la Chiesa italiana, ma riguarda l’Italia in generale per lo spazio comune e l’intreccio storico secolare tra Chiesa e Stato. Lascia Gualtiero Bassetti che nell’ultimo discorso ai vescovi ha lasciato un saggio consiglio finora poco realizzato: “L’esercizio della politica in Italia resti laica”. Un principio che deve valere per i cattolici ma ugualmente per ogni altra ispirazione ideale. Ormai un uomo solo al comando non serve più, neppure tra i vescovi italiani, se non si accorciano le distanze per un progetto di lavoro condiviso da una larga maggioranza.
“Comunione e missione mi sembrano due parole chiave anche per la CEI, che andrà disegnandosi nel prossimo futuro” ricorda Bassetti, che consegna a Zuppi un ideale di Chiesa “che quando necessario, sa disturbare i governanti, chiedendo di tenere alto il livello della discussione, di uscire dalle logiche esclusivamente economiche e di mettere al primo posto la dignità della persona, di ogni persona”. Non è un ideale di poco conto che il cardinale Matteo Maria Zuppi eredita, sostenuto da tante speranze.
Per capire le cose di Chiesa giova leggerle mai solo nello spazio, senza indagare le dinamiche messe in moto nel tempo. Per capire cosa metta in moto la nomina di Zuppi occorre una doppia lettura: nella dinamica materiale dell’accaduto e nella dinamica della fede. Resta importante cogliere la nomina come segno dei tempi ormai maturi per una svolta profonda nella Chiesa italiana, sollecitata da tanti laici cattolici e, costantemente, da Francesco che sogna un popolo cristiano di buoni samaritani.
Si tratta di passare dalla percezione pubblica di Chiesa attuale, considerata una roba di preti a Chiesa percepita quel popolo di Dio lievito cosciente di una umanità “fratelli tutti” annunciata nel Vangelo. Da struttura di grande supplente delle insufficienze politiche e amministrative, a lievito di una coscienza personale della trascendenza di Dio che si è apparsa umanamente in Gesù di Nazaret, vissuto per gli altri. Poveri anzitutto. Una conversione non da poco. Ma proprio su questo fronte occorre accendere i riflettori per cogliere cosa stia accadendo di diverso nella Chiesa cattolica rispetto agli anni turbolenti seguiti al concilio Vaticano II, ostacolato in tanti modi al suo interno con alleanze tra vecchi e nuovi poteri temporali.
Zuppi arriva nel momento in cui la Chiesa italiana è messa alle strette. Non può più confidare e contentarsi di essere la Chiesa dell’8 per mille vissuto come un traguardo di garanzia di libertà nella società sviluppata entro un reticolo globalizzato dal primato dell’economia disuguale. La pista di Chiesa garantita finanziariamente non ha condotto a maggiore libertà dello spirito e a più credibilità della testimonianza cristiana. Se non ci pensa la Chiesa con la sua testimonianza evangelica a riportare Dio al centro del pensiero in un mondo biotecnologico avanzatissimo ma tuttora ingiusto e disuguale, chi mai lo farà? E per riuscirvi, la Chiesa deve decidersi se vivere per Dio e le sue promesse o per se stessa e le sue garanzie. Zuppi arriva a guidare una Conferenza episcopale giunta a questo bivio di consapevolezza: farsi garante del futuro della fede in Italia o trascinarsi in vecchi rituali.
Che si sarebbe giunti al tempo indifferibile della scelta lo aveva immaginato già la teologia del concilio Vaticano II. Voci inascoltate o confuse nella polemica tra resistenza e consenso al rinnovamento. A proposito di pensiero sulla Chiesa del futuro partendo dalla Chiesa di oggi affidata in Italia alla guida di Zuppi, se ne trova traccia già nella riflessione del teologo Joseph Ratzinger nel 1970, nel tentativo “di dischiudere e di mostrare l’elemento portante del futuro, che è situato proprio nella fede, se essa rimane fedele a se stessa”. Nel suo saggio conclusivo dell’ultima conferenza radiofonica dedicata alla questione della fede e del futuro si leggono spunti sorprendenti, validi oggi come allora dal momento che in Italia la crisi della Chiesa è sostanzialmente una crisi di fede, piuttosto che sociologica.
“Anche questa volta – pensava Ratzinger – dalla crisi di oggi verrà fuori domani una Chiesa, che avrà perduto molto. Essa diventerà più piccola, dovrà ricominciare tutto da capo. Essa non potrà più riempire molti degli edifici, che aveva eretto nel periodo della congiuntura alta. Essa oltre che perdere degli aderenti numericamente, perderà anche molti dei suoi privilegi nella società. Essa si presenterà in modo molto più accentuato di un tempo come la comunità della libera volontà, cui si può accedere solo per il tramite di una libera decisione. Essa come piccola comunità solleciterà molto più fortemente l’iniziativa dei suoi singoli membri. Certamente essa conoscerà anche nuove forme di ministero…
Ma nonostante tutti questi cambiamenti che si possono presumere, la Chiesa troverà di nuovo e con tutta l’energia ciò che le è essenziale, ciò che è sempre stato il suo centro: la fede nel Dio unitrino, in Gesù Cristo, il Figlio di Dio fattosi uomo, nell’assistenza dello Spirito, che durerà fino alla fine. Essa riconoscerà di nuovo nella fede e nella preghiera il suo proprio centro e sperimenterà i sacramenti come servizio divino e non come problema di struttura liturgica. Sarà una Chiesa interiorizzata, che non mena vanto del suo mandato politico e non flirta né con la sinistra né con la destra.
Essa farà questo con fatica. Il processo infatti della cristallizzazione e della chiarificazione le costerà anche talune buone forze. La renderà povera, la farà diventare una Chiesa dei piccoli. Il processo sarà tanto più difficile, in quanto dovrà essere segregata da una parte una mentalità da setta, dall’altra un tronfio arbitrio. Il processo sarà lungo e faticoso….
Ma dopo la prova di queste divisioni, uscirà da una Chiesa interiorizzata e semplifica una grande forza. Gli uomini infatti saranno indicibilmente solitari in un mondo totalmente pianificato. Essi sperimenteranno, quando Do sarà per loro interamente sparito, la loro totale e paurosa povertà. Ed essi scopriranno allora la piccola comunità dei credenti come qualcosa di totalmente nuova. Come una speranza, che li riguarda, come una risposta a domande, ch’essi da sempre di nascosto si sono poste. A me sembra certo che si stanno preparando per la Chiesa tempi molto difficili. La sua vera crisi è appena cominciata.
Si deve fare i conti con grandi sommovimenti. Ma io sono anche certissimo di ciò che rimarrà alla fine: non la chiesa del culto politico, che ha già fatto fallimento con Gobel, ma la Chiesa della fede. Certo essa non sarà mai più la forza dominante della società, nella misura in cui lo era fino a poco tempo fa. Ma la Chiesa conoscerà una nuova fioritura e apparirà agli uomini come la patria, che ad essi dà vita e speranza oltre la morte”.
Un linguaggio analogo di speranza ricorre anche nel cardinale Zuppi. “La crescita? Va liberata dal problema dei numeri, che sono importanti, ma anche una tentazione!” ha scritto di recente in un articolo in tema di vocazioni. “Se siamo quattro gatti facciamo poco, certamente, e molte volte questo ci condiziona, ma dobbiamo affrancarci dalle cifre e ricordarci che c’è un valore in sé nell’essere insieme. In fondo, nostro Signore ha indicato numeri bassi con quei “due o tre riuniti nel Suo nome” considerati come sufficienti alla sua presenza! Ed è presente quindi anche quando siamo pochi e nessuna realtà è considerata insignificante perché “piccola”…
Serve un modo per ricontestualizzare il “problema numero” coniugandolo con la crescita autentica e la missione. Il numero va sempre visto in considerazione di un valore che lo supera”, spiega il cardinale. “La crescita non è mai geometrica, eppure noi abbiamo continuamente la tentazione di definirci dai sondaggi, dalla verifica. Papa Francesco direbbe ‘dallo spazio’. Ecco, noi insistiamo a misurarci nello spazio, con tutte le conseguenze del calcolo, ovvero tanto abbattersi quanto esaltarsi. Invece è il tempo che è fondamentale. La crescita è qualcosa che riguarda il presente, ma soprattutto il dopo. Siamo sempre un seme che deve germogliare, ma occorre gettarlo nel terreno quando è solo un seme! Non si elude lo spazio, ma lo si attraversa…Il fatto è che la crescita è sempre qualcosa che riguarda il tempo” ribadisce l’arcivescovo di Bologna.
“Quando si pianta se cerchi subito il frutto puoi pensare che non sia servito a nulla, ma credi, pensi, speri che darà frutto. Questa consapevolezza libera dall’angustia dello spazio, dalla bulimia di prestazione, aiuta a guardare con serenità”. E’ un pensiero in armonia con Francesco che più volte non ha drammatizzato il numero minore di vocazioni allo stato ecclesiastico e religioso. Un modo ampio di vedere il problema nella società secolarizzata dove non si deve puntare a occupare spazi, ma ad avviare processi che nel tempo porteranno frutti. Lo ha scritto nell’esortazione Evangelii gaudium, tavola programmatica del suo pontificato.
“Il tempo è superiore allo spazio…Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che possedere spazi…Si tratta di privilegiare azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, affinché fruttifichino importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci”. Singolare personalità del cardinale arcivescovo di Bologna, che sulla scia di Bergoglio, dovrà modulare un cambiamento nella Chiesa italiana capace di risposta a una “società della stanchezza” denunciata dal papa. Niente di nuovo sul fronte occidentale. Lo si è ripetuto tante volte. Un modo di dire per indicare una scontata rassegnazione che cambiare non si può.
Ma ecco finalmente qualcosa di nuovo sul fronte della Chiesa italiana. Qualcosa di non passeggero perché riguarda la struttura portante della comunità dei cattolici. La nomina del cardinale Matteo Zuppi a presiedente dell’episcopato non è di ordinaria amministrazione. E’ come se un tappo fosse saltato e ora i fermenti della bottiglia possano esplodere liberamente. Francesco ha espresso il desiderio di un presidente dei vescovi che guidasse il cambiamento per rendere la Chiesa italiana pienamente cosciente e modulata sul Vangelo. Nella terna presentata dai vescovi italiani, Francesco ha scelto il primo designato.
L’arcivescovo di Bologna, 66 anni, quinto di 6 figli di Carla Fumagalli, nipote del cardinale Carlo Confalonieri, e di Enrico Zuppi, figura quasi mitica di giornalista cattolico che guidò dal 1947 al 1979 “L’Osservatore della Domenica”, sorta di settimanale dell’Osservatore Romano, rimasto un punto alto nella storia del giornalismo cattolico. Proprio quest’ascendenza paterna legata alle figure di Paolo VI, dell’antifascismo, del laicato cattolico nella resistenza e nella rinascita, attore della grande stagione conciliare inaugurata da Giovanni XXIII come primavera della Chiesa, scioglie il neopresidente dell’episcopato italiano da un’ipoteca meno universale, per la sua appartenenza alla Comunità di sant’Egidio considerata fortemente identitaria.
Matteo Zuppi ha vissuto anche questa esperienza di vicinanza ai poveri e agli esclusi con uno stile mite, semplice e discreto, una personalità mai invadente. La scelta dei vescovi di proporlo presidente è stata un po’ favorita da papa Francesco, ma va capita come uno dei segnali di accelerazione della storia che capitano senza preavviso. “Io cerco di trovarne uno che voglia fare un bel cambiamento. Preferisco che sia un cardinale, che sia autorevole”, aveva detto Papa Francesco.
E nella Cei di un’accelerazione se ne avvertiva il bisogno. Si veniva da una stagione di religiosità politicizzata, militante, tipica di stagioni lontane mandate in soffitta dal concilio Vaticano II ma resistenti nel tempo, sempre in agguato. Francesco aveva rotto gli indugi rispetto ai suoi predecessori e si è mostrato meno incline alla mediazione quanto piuttosto deciso – perché i tempi lo richiedono – a realizzare il concilio Vaticano II nelle sue dinamiche più profonde e innovative come una Chiesa sinodale, dove cresce la fraternità, la responsabilità e diminuisce la rendita di posizione gerarchica.
“Quello che stiamo vivendo – ha rilevato Zuppi nel suo primissimo incontro con alcuni giornalisti a proposito della Chiesa – ci aiuta a comprendere le tante domande e sofferenze, a capire come essere una madre vicina e come incontrare i tanti compagni di strada”. E inoltre un progetto attualissimo nella testa di Zuppi che suggerisce di chiamare gli stranieri i “nuovi italiani”. “Il cristiano deve diventare un artigiano di pace”, deciso, responsabile. Come nel mondo, anche nella sua nomina “c’è stata un’accelerazione improvvisa”, forse non del tutto prevista, ma ora tutto cambia e deve dare da subito risposte che tanti attendono.
Carità, collegialità, sinodalità saranno le “tre dinamiche che mi accompagneranno”. Un buon proposito. Ora si tratta solo di passare dai buoni propositi alle buone pratiche. Non è facile il compito che attende il nuovo presidente della Cei. Ma due segnali di inizio sono di buon auspicio: sulla spinosissima questione della pedofilia Zuppi ha annunciato la scelta di una “strada italiana”, vescovi dalla parte delle vittime, tempi ravvicinati (prossimo novembre) per il primo Report di autorità indipendente per l’indagine.
E poi il cambio di prospettiva su pace e guerra: “Il più grande diritto è quello della pace, non si ragioni soltanto sulla logica delle armi”. Prima conseguenza: i vescovi hanno caldeggiato l’adesione al Trattato Onu per la messa al bando delle armi nucleari, che l’Italia non ha ancora firmato. Infine: anziani, giovani, morti sul lavoro e violenza sulle donne quali “priorità” per la Chiesa italiana.








