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[L’intervento] Carlo Di Cicco (vaticanista): «Papa Francesco invita a vincere la tentazione di mettersi da parte e allontana le voci sulle sue dimissioni»

“È bene che gli anziani coltivino ancora la responsabilità di servire, vincendo la tentazione di mettersi da parte. Il Signore non li scarta, al contrario ridona loro la forza per servire”.  Dopo le chiacchiere di questi giorni sul rinvio del previsto viaggio in Africa che ha dato la stura a presunte dimissioni che Francesco stava per dare, chissà se queste parole della catechesi odierna sull’anzianità e la vecchiaia il papa le abbia dette pensando anche proprio a se stesso e quindi ha dato un segnale indiscutibile che le sue dimissioni al momento non sono in agenda.  

“Nella vecchiaia – constata Francesco – anche una semplice febbre può essere pericolosa. Da vecchi non si comanda più il proprio corpo. Bisogna imparare a scegliere cosa fare e cosa non fare. Il vigore del fisico viene meno e ci abbandona, anche se il nostro cuore non smette di desiderare. Bisogna allora imparare a purificare il desiderio: avere pazienza, scegliere cosa domandare al corpo e alla vita. Da vecchi non possiamo fare lo stesso di ciò che facevamo da giovani: il corpo ha un altro ritmo, e dobbiamo ascoltare il corpo e accettare dei limiti. Tutti ne abbiamo. Anche io devo andare con il bastone, adesso”.

Il papa rassicura in certo qual senso che è pienamente in grado di leggere la sua condizione, libero da ideologie salutiste che vorrebbero le sue dimissioni. Ma l’udienza generale di oggi è stata importante per due altri segnali che il papa ha voluto sbattere nuovamente davanti alle responsabilità delle politiche sociali e della pace, tuttora lontana per la guerra in Ucraina. “Se gli anziani, invece di essere scartati e congedati dalla scena degli eventi che segnano la vita della comunità, fossero messi al centro dell’attenzione collettiva, – ha detto il papa nella corposa catechesi controcorrente rispetto al pietismo che accompagna i discorsi sulla vecchiaia – sarebbero incoraggiati ad esercitare il prezioso ministero della gratitudine nei confronti di Dio, che non dimentica nessuno”.

La malattia “pesa sull’anziano, in modo diverso e nuovo rispetto a quando si è giovani o adulti. È come un colpo duro che si abbatte su un tempo già difficile. La malattia del vecchio sembra affrettare la morte e comunque diminuire quel tempo da vivere che già consideriamo ormai breve. Si insinua il dubbio che non ci riprenderemo, che “questa volta sarà l’ultima che mi ammalo…”, e così via: vengono queste idee … Non si riesce a sognare la speranza in un futuro che appare ormai inesistente”.

La cultura dello scarto tipico del tempo presente “sembra cancellare gli anziani. Sì, non li uccide, ma socialmente li cancella, come se fossero un peso da portare avanti: è meglio nasconderli. Questo è un tradimento della propria umanità, questa è la cosa più brutta, questo è selezionare la vita secondo l’utilità, secondo la giovinezza e non con la vita come è, con la saggezza dei vecchi, con i limiti dei vecchi. I vecchi hanno tanto da darci: c’è la saggezza della vita. Tanto da insegnarci: per questo noi dobbiamo insegnare anche ai bambini che accudiscano i nonni e vadano dai nonni. Il dialogo giovani-nonni, bambini-nonni è fondamentale per la società, è fondamentale per la Chiesa, è fondamentale per la sanità della vita. Dove non c’è dialogo tra giovani e vecchi manca qualcosa e cresce una generazione senza passato, cioè senza radici”.

Una prova della vitalità mentale e pastorale che lo accompagna pure nel dolore per il ginocchio, il papa l’ha fornita con la vigile visione che prospetta dall’inizio della guerra in Ucraina. “Per favore – ha ribadito in un breve ma intenso appello nel saluto in lingua italiana – non dimentichiamo il popolo martoriato dell’Ucraina in guerra. Non abituiamoci a vivere come se la guerra fosse una cosa lontana. Il nostro ricordo, il nostro affetto, la nostra preghiera e il nostro aiuto siano sempre vicino a questo popolo che soffre tanto e che sta portando avanti un vero martirio”.

Si è molto discusso sul pensiero di Francesco a proposito del conflitto in corso da oltre 100 giorni. Le sue parole e i suoi gesti hanno consolato e scontentato tute le parti in causa, tanto che ci si chiede quale sia la sua personale posizione. E’ stato lui stesso a descriverla in una conversazione con i direttori delle riviste culturali europee dei gesuiti ricevuti in udienza particolare lo scorso 19 maggio. Ma solo ieri Antonio Spadaro ne ha dato resoconto sulla Civiltà Cattolica che tuttavia – stando ai commenti rimbalzati sui media – non ha fugato tutti i dubbi.

Per capirle, le parole di Francesco occorre mettersi nell’ottica evangelica che le ispirano: salvaguardare ad ogni costo l’umanità, l’umano che invece viene travolto da violenza, propaganda e furbizie in ogni conflitto. “Sono un uomo, non considero estraneo qualsiasi elemento umano”. Un detto saggio di un antico scrittore latino che aiuta a capire il punto di vista di Francesco.

Conversando con i gesuiti ha messo in rilievo tre  emergenze: un modo di comunicare “nel modo più incarnato possibile, personale, senza perdere il rapporto con la realtà e le persone, il Faccia a faccia”, una capacità e una preoccupazione interessata “comunicare le esperienze umane”, la riforma della Chiesa.  Anche in una guerra le persone vengono prima di una qualsiasi strategia militare o propagandistica. “Una rivista culturale deve lavorare sulla realtà, che è sempre superiore all’idea. E se la realtà è scandalosa – osserva il papa – ancora meglio”.

Nel merito specifico della guerra in corso “dobbiamo allontanarci dal normale schema di «Cappuccetto rosso»: Cappuccetto rosso era buona e il lupo era il cattivo. Qui non ci sono buoni e cattivi metafisici, in modo astratto. Sta emergendo qualcosa di globale, con elementi che sono molto intrecciati tra di loro. Un paio di mesi prima dell’inizio della guerra ho incontrato un capo di Stato, un uomo saggio, che parla poco, davvero molto saggio. E dopo aver parlato delle cose di cui voleva parlare, mi ha detto che era molto preoccupato per come si stava muovendo la Nato. Gli ho chiesto perché, e mi ha risposto: «Stanno abbaiando alle porte della Russia. E non capiscono che i russi sono imperiali e non permettono a nessuna potenza straniera di avvicinarsi a loro». Ha concluso: «La situazione potrebbe portare alla guerra».

Questa era la sua opinione. Il 24 febbraio è iniziata la guerra. Quel capo di Stato ha saputo leggere i segni di quel che stava avvenendo. Quello che stiamo vedendo è la brutalità e la ferocia con cui questa guerra viene portata avanti dalle truppe, generalmente mercenarie, utilizzate dai russi. E i russi, in realtà, preferiscono mandare avanti ceceni, siriani, mercenari. Ma il pericolo è che vediamo solo questo, che è mostruoso, e non vediamo l’intero dramma che si sta svolgendo dietro questa guerra, che è stata forse in qualche modo o provocata o non impedita. E registro l’interesse di testare e vendere armi. È molto triste, ma in fondo è proprio questo a essere in gioco.

Qualcuno può dirmi a questo punto: ma lei è a favore di Putin! No, non lo sono. Sarebbe semplicistico ed errato affermare una cosa del genere. Sono semplicemente contrario a ridurre la complessità alla distinzione tra i buoni e i cattivi, senza ragionare su radici e interessi, che sono molto complessi. Mentre vediamo la ferocia, la crudeltà delle truppe russe, non dobbiamo dimenticare i problemi per provare a risolverli. È pure vero che i russi pensavano che tutto sarebbe finito in una settimana. Ma hanno sbagliato i calcoli”.

Del lungo ragionamento sulla guerra si può ricordare un altro passo: “Perché vi dico queste cose? Perché vorrei che le vostre riviste affrontassero il lato umano della guerra. Vorrei che le vostre riviste facessero capire il dramma umano della guerra. Va benissimo fare un calcolo geopolitico, studiare a fondo le cose. Lo dovete fare, perché è vostro compito. Però cercate pure di trasmettere il dramma umano della guerra. Il dramma umano di quei cimiteri, il dramma umano delle spiagge della Normandia o di Anzio, il dramma umano di una donna alla cui porta bussa il postino e che riceve una lettera con la quale la si ringrazia per aver dato un figlio alla patria, che è un eroe della patria… E così rimane sola. Riflettere su questo aiuterebbe molto l’umanità e la Chiesa. Fate le vostre riflessioni socio-politiche, senza però trascurare la riflessione umana sulla guerra”.

Il terzo elemento trattato ampiamente dal papa con i gesuiti riguarda la più grande questione della Chiesa cattolica: aggiornarsi secondo le indicazioni del concilio Vaticano II, respingendo la tentazione piuttosto ancora diffusa di restaurare la Chiesa secondo i vecchi schemi prima del concilio. “Il problema – afferma Francesco – è proprio questo: che in alcuni contesti il Concilio non è stato ancora accettato”. E questo è diventato un motivo che polarizza anche le tante resistenze e contestazioni alla sua opera riformatrice.

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