Sulla crisi dei carburanti pesa la scarsità del petrolio, ma anche la crisi della raffinazione, particolarmente accentuata in Europa.
Lo spiega all’Adnkronos Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia.
“Il petrolio non si consuma, va sempre raffinato.
Le due cose sono legatissime: noi abbiamo una scarsità di petrolio, e questo è il principale problema, aggravato dal fatto che mancano le raffinerie.
Se normalmente il rapporto fra prezzo del gasolio e prezzo del greggio è 1,3, cioè il diesel vale il 30% in più della materia prima, adesso vale l’80-90% in più.
E questo dà la dimensione della crisi per il sistema petrolifero mondiale.
Non solo per noi in Italia: siamo tutti nella stessa barca”.
Il problema però è “più accentuato in Europa e in Italia, dove abbiamo chiuso più raffinerie, perché abbiamo fatto politiche ambientali più spinte.
Non sono la causa principale – sottolinea Tabarelli – ma noi da sempre siamo strutturalmente più dipendenti dall’importazione dall’estero e, negli ultimi decenni, anche dai raffinati.
Prendendo a riferimento il prezzo del gasolio, in 7-8 mesi di chiusura di Hormuz è aumentato di 60 centesimi.
Di questi, 25 sono dovuti alla raffinazione, il resto al petrolio.
Per questo la crisi ha effetti amplificati rispetto agli Usa o all’Asia”.
Giovedì prossimo Mimit e Mase hanno convocato le società del settore della raffinazione per valutare come le raffinerie nazionali possano aumentare la produzione dei principali prodotti per mitigare gli effetti dell’attuale scenario internazionale sull’approvvigionamento del Paese.
Ma, secondo Tabarelli, nel breve periodo “non si può raffinare di più: i margini di raffinazione da otto mesi e anche negli ultimi quattro anni erano altissimi, non c’è spazio di aumento nella raffinazione.
Uno potrebbe pensare di incentivare, non so con quale strumento, ed evitare di esportare prodotto all’estero.
Ma non è risolutivo del problema.
Il sistema è internazionale, è un sistema a vasi comunicanti”.
Quello che si potrebbe fare, al massimo, è pensare a strumenti normativi per agevolare la produzione.
“Forse qualcosa si può fare: le limitazioni ambientali a livello locale degli stabilimenti impongono limiti molto stringenti anche alla lavorazione.
Un po’ di flessibilità, nell’ordine del 2-5%, massimo 10%, si può ottenere, ma andando incontro a problemi a livello autorizzativo.
La normativa ambientale ha rilievo penale quindi servono degli atti importanti per poter allentare questi vincoli.
Dovrebbero essere a livello europeo, e ancora non ci sono.
E tutto sommato i margini di aumento – osserva Tabarelli – sono limitati”.








