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Rocco Cangelosi (ex ambasciatore) «Profondi disaccordi dietro l’intesa del G20 ambiente»

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Al G20 di Napoli uno dei temi centrali è stato certamente il clima. I leader mondiali sono riusciti a raggiungere un accordo sull’ambiente con un testo di «7 pagine con 60 articoli» che il ministro Cingolani «ha celebrato con enfasi». L’ex ambasciatore Rocco Cangelosi lo definisce come un «successo per la Presidenza italiana, che ha svolto un notevole sforzo di mediazione per conciliare posizioni contrapposte che vedevano soprattutto Europa, Giappone Usa e Canada da una parte e Cina, India, Russia dall’altra». Tuttavia, evidenzia due punti cruciali sui quali l’accordo non è stato raggiunto.

«Si tratta dell’impegno a contenere l’aumento del riscaldamento globale sotto 1,5 gradi al 2030 e di eliminare il carbone dalla produzione energetica al 2025. Questi due punti, sui quali Cina e India hanno fatto registrare il loro disaccordo, saranno sottoposti ai Capi di Stato e di Governo al G20 di fine ottobre e alla Cop 26, che avrà luogo a Glasgow dal 1 al 12 novembre», spiega Cangelosi su InPiù.net.

«Ma al di là delle posizioni sancite nel documento finale, emerge chiaramente il duro confronto in corso tra le economie più avanzate e quelle dei Paesi emergenti e con alti tassi di sviluppo e industrializzazione come Cina e India, che appaiono poco propensi a scegliere modelli di sviluppo energetici alternativi a quelli esistenti. Una transizione energetica non può infatti non prendere in considerazione un punto incontrovertibile: se cambia il costo dell’energia, a cascata cambiano i costi di tutti i beni di produzione e di tutti i beni di consumo».

«Un lusso che solo pochi Paesi potrebbero permettersi senza incorrere in diffuse proteste sociali. E già le prime avvisaglie del duro scontro che si delinea all’orizzonte si avvertono man mano che le popolazioni cominciano a rendersi conto dei costi che la transizione ecologica può comportare nella vita di tutti i giorni», continua.

«Ne è un chiaro esempio il referendum con il quale la maggioranza dei cittadini svizzeri ha respinto la legge federale sulla riduzione delle emissioni approvata a maggioranza dal Parlamento elvetico che imponeva nuove imposte sui carburanti e nuove tasse sui biglietti aerei, così come l’obbligo di limitare ulteriormente le emissioni inquinanti da parte delle industrie. Basti poi ricordare la rivolta dei “gilets jaunes” che ha bloccato la Francia per un anno a causa di un modesto aumento della benzina e che le nuove proposte ventilate potrebbero rapidamente riaccendere».

«Sono tutti segnali che devono far attentamente riflettere i leader politici sulle scelte da compiere e le modalità di comunicarle per evitare che il perseguimento degli ambiziosi obbiettivi che alcuni Paesi si sono fissati come è il caso per l’Ue, non si trasformi in ondate di protesta a livello planetario».

«Il programma della Commissione europea “Fit for 55” ha in effetti sollevato non poche perplessità nelle associazioni dei consumatori che temono che le misure per limitare le emissioni della CO2 faranno aumentare i prezzi finali dei combustibili per riscaldare le abitazioni e fare il pieno alle auto, con impatti particolarmente pesanti sulle famiglie a basso reddito e sui paesi che maggiormente dipendono dalle fonti fossili».

«A ciò si aggiungono le proteste di Acea, la più importante associazione delle industrie automobilistiche, che giudica irrazionale la proposta della Commissione di mettere fine ai motori diesel nel 2035».

«Anche i sindacati ritengono che l’accelerazione imposta per raggiungere gli obiettivi fissati dall’Europa al 2030 e al 2050 metterà in crisi intere filiere produttive, soprattutto quelle energivore, attraverso i nuovi sistemi di tassazione Ets e Carbon tax. Ciò produrrà drammi sociali per molti Paesi, ma soprattutto l’Italia, non in grado di sopportare la transizione se non dentro un processo graduale che accompagni e governi il cambio di modello di sviluppo», conclude.

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