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Carlo Bonomi (presidente Confindustria): «Le soluzioni si trovano a un tavolo, non in piazza»

«Le soluzioni si trovano a un tavolo, non andando in piazza». Questo è quanto ha affermato il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, commentando lo sciopero indetto dai sindacati, sul quale ha aggiunto «mi rattrista». Mentre in merito alla manovra fiscale sostiene l’abbia deluso, ma sottolinea che «il Patto per l’Italia di cui si è parlato in ottobre per me è ancora valido».

«L’attuale rimbalzo è importante» sostiene, «ma con la crescita stimata a medio termine il nostro debito non è sostenibile. Per questo mi auguro che la battaglia sul Quirinale non apra una nuova fase di incertezza politica. E che le ricadute occupazionali delle fasi di transizione siano considerate con attenzione. Sull’automotive, per esempio, l’annuncio di phase-out al 2035 potrebbe mettere a rischio fino a 70 mila posti di lavoro. Vorrei vedere gli studi sui cui il Cite ha basato l’annuncio. E se hanno considerato questi impatti».   

Nel corso di “Lettera al ’22”, giornata evento organizzata da Class Cnbc per anticipare i trend del prossimo anno, ha affrontato i temi più spinosi per economia e imprese. Partendo dalla pandemia. «Sul Green Pass abbiamo avuto ragione noi. Eravamo per l’obbligo vaccinale, ma è un tema di applicazione complicata. Ora bisogna proseguire sulla strada del rigore. Il paese arriva stanco all’appuntamento con il prossimo anno. E serve eliminare i fattori di incertezza».   

La prima incertezza oggi è politica. Sulla partita del Quirinale si rischia lo stallo?   

«Mi auguro di no. Va evitato a tutti i costi. Anche perché nel 2022 dobbiamo continuare nell’impostazione del Pnrr. Sono 30 anni che si rinviano le riforme perché non ci sono le risorse. Ora ci sono e vanno fatte».

Preferireste Draghi al Colle o ancora a Palazzo Chigi?

«Non facciamo nomi, per rispetto istituzionale. Deciderà il Parlamento. E noi ci confronteremo con tutti. Ma è importante che non si apra una fase di nuova instabilità. Il prossimo anno alcuni fattori potrebbero segnare un rallentamento. E se si guardano le stime del Governo, vediamo che dal 2023 cresceremo dell’1,5%. Questo non ci permette di ripagare tutto il debito che abbiamo accumulato. Siamo condannati a crescere».

Avete chiesto una manovra con l’ossessione per la crescita, ma in Parlamento domina quella della spesa. Draghi ha perso il controllo sulla manovra? 

«Non ho la presunzione di insegnare niente al Presidente del Consiglio. Ma c’è anche il Parlamento che agisce. Basta guardare il percorso di questa manovra: con oltre 6 mila emendamenti. Alla politica chiediamo più responsabilità».   

A cosa si riferisce?   

«Su tasse e cuneo fiscale avevamo fatto una proposta concreta, che metteva in tasca ai lavoratori, per la soglia dei 35 mila euro di reddito, almeno 751 euro. Con la manovra attuale ne arrivano 385. Qualcuno vuole fare quella che io chiamo la battaglia delle bandierine. Se invece ci fossero proposte migliori, anche da parte dei sindacati, saremmo pronti a sederci a un tavolo e discutere di numeri».

Intanto l’inflazione morde. Inizierà una nuova stagione di tensioni salariali?

«In realtà abbiamo messo i salari al riparo dall’inflazione. Durante la mia presidenza rinnovando i contratti collettivi per 4 milioni e 600 mila lavoratori e prevedendo clausole di adeguamento e rivalutazione degli stipendi con il riferimento dell’Ipca (Indicatore Prezzi al Consumo Armonizzati ndr). Spingere a una rottura delle relazioni industriali sul tema della pressione salariale ha sempre fatto male al Paese, e sarebbe molto strumentale».

Però gli aumenti colpiscono anche voi, dall’energia alle materie prime. La ripresa è a rischio?

«Dicono che passato l’inverno i prezzi si raffredderanno. Sulle bollette il Governo sta intervenendo in modo incisivo. Per quanto riguarda materie prime e forniture serve una riflessione globale sulle filiere, sulle catene del valore, e sul ruolo dell’Italia nella nuova mappa dell’economia globale».

Per questo si prepara un intervento sulle delocalizzazioni.

«Guardando il dito e non la luna. Bisogna agire sull’attrattività del paese e soprattutto sulla politica industriale. Non serve fare battaglie identitarie, ma interpretare i nuovi fenomeni».   

Quali?   

«Le filiere sono sottoposte a un forte stress, sia dal punto di vista delle transizioni, che da quello competitivo. Prendiamo l’automotive: sono due anni che cerchiamo di attirare l’attenzione sul settore. E siamo rimasti inascoltati. Ora, se si guarda alle ragioni con le quali si giustifica il decreto anti-delocalizzazioni, si vede che riguardano in gran parte l’automotive. Ma allora il problema non è la delocalizzazione, ma la filiera».   

Per il Ministro Giovannini le imprese devono capire che il vero rischio è perdere il mercato della mobilità ecologica. E il Governo ha fissato il phase-out delle auto con motore endotermico al 2035.

«Vorrei sapere sulla base di quali studi. Chiedo ufficialmente che ci vengano mostrati. Si fissano date senza confrontarsi con il mondo produttivo. Ci si fa belli senza considerare le ricadute. Che saranno importanti. I fondi e le imprese non aspetteranno il 2035 per prendere le loro decisioni. Potremmo vedere presto i primi annunci».   

È l’Europa ad andare in questa direzione.

«Certo. E finiremo penalizzati. Prenda l’acciaio: siamo più avanti dei tedeschi, che lavorano ancora con i forni a carbone, mentre noi ormai abbiamo quasi tutti forni elettrici. Siamo più avanti, ma anche grazie a questo i fondi della Comunità europea destinati alla transizione finiranno per andare in Germania invece che da noi. Ecco perché serve una politica industriale concordata. Il Ministro dice che c’è un treno che passa una volta sola. Il problema è non prenderlo in faccia».  

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