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Stefano Bonaccini (presidente Emilia-Romagna): «Dopo l’incubo della pandemia, l’Italia tornerà a crescere e recupererà anche i ritardi del passato»

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Stefano Bonaccini, il presidente della Regione Emilia-Romagna, ha partecipato alla prima giornata del Festival del Sarà – Dialoghi sul Futuro 2021, appuntamento annuale dove menti illuminate dialogano sul futuro della società occidentale. Ad accoglierlo e intervistarlo l’organizzatore dell’evento, Antonello Barone.

Dopo 18 mesi impegnativi, in prima linea contro il covid, finalmente troviamo – grazie al vaccino, grazie alla scienza – la possibilità di uscire fuori dal tunnel. Ovviamente ci sono Regioni che ne escono più indebolite e Regioni che sembrano pronte a sprintare verso il futuro. L’Emilia-Romagna, lo possiamo dire, appare un modello. Alla sua destra c’è il vicepresidente di Snam. Io vorrei iniziare proprio da Modena, perché a pagina 9 del suo libro, “Il Paese che vogliamo”, ci racconta della possibilità di innovare e transitare dalla vecchia generazione della produzione di energia a una nuova generazione. A Modena insieme a Snam cosa state realizzando?

«Credo che i tempi che tratterete in questi due giorni non siano banali né di moda, ma siano i due pilastri del futuro Pnrr. So che l’Europa consegnerà all’Italia – a proposito di chi voleva uscire addirittura dall’Europa – un’opportunità formidabile. A patto che le classi dirigenti di questo Paese, da quelle nazionali a noi, a partire da me, si sia capaci di coglierla. Chi fa l’amministratore locale sa che senza risorse è impossibile provare a fare bene».

«Qui abbiamo davanti una serie di risorse che erano inimmaginabili: 230 miliardi di euro. A fianco di questo – non ne parla nessuno –ci sono altri 47 miliardi che sono la programmazione settennale che viene data alle regioni, lì è tutta responsabilità nostra – 2/21-2/27, quindi coincidente con quest’anno. Presto si potrà persino partire con i primi bandi. Per la mia Regione sono circa 3 miliardi di euro, che si aggiungono a quelli che arriveranno dal Pnrr».

«La transizione ecologica e quella digitale, di cui parlo parecchio nel libro a partire da quello che succederà al Tecnopolo di Bologna, trova una sua ragione nel fatto che noi davvero abbiamo due doveri. Il primo è salvare il ben più prezioso, che è il pianeta Terra. Non abbiamo più molti anni davanti. Tutti abbiamo fatto troppo poco per curare l’ambiente, che però per la prima volta – attraverso l’economia verde e l’economia blu – potrà diventare non solo un modo per migliorare l’ambiente circostante – aria e acqua più pulite, suoli tenuti meglio – ma diventa anche un’occasione di grande motore di sviluppo».

«Con Snam abbiamo firmato un accordo poche settimane fa. Il tema di ciò che accadrà a Modena ha a che fare con l’innovazione e la ricerca. Ciò che accadrà in un accordo anche con Bologna e Ravenna riguarda le energie pulite, in particolare sull’idrogeno – stanno lavorando come nessun altro. Noi stiamo facendo un accordo di investimenti e di investimenti sulla ricerca».

«D’altra parte nei tre filoni di finanziamento dei fondi settennali ce n’è uno che si chiama POR FESR, dove soprattutto per imprese ed enti di ricerca, i temi dell’innovazione e dell’internazionalizzazione delle aziende, di investimenti per i piani energetici troveranno parecchie opportunità di finanziamento, attraverso bandi pubblici, per ciò che può essere fatto come intervento di innovazione. Quindi, ciò che faremo insieme a loro è un grande progetto che attraverso il tema dell’idrogeno».

«Ci sarebbe poi da parlare del dibattito tra ambientalisti tra chi è a favore di quello verde e chi di quello blu. Loro sono un player straordinario. Mi auguro che entreranno a far parte della Big Data Foundation, che sarà aperta a tutte le Università e tutte le imprese, non solo italiane, che ne vorranno far parte. Abbiamo bisogno della loro esperienza, della loro competenza, per cercare di più e meglio».

«Peraltro noi ci siamo assunti impegni importanti: abbiamo firmato con tutte le parti sociali della mia Regione. L’ottobre scorso, con 55 soggetti – dai sindacati alle imprese, dalle banche alle camere di commercio, dal forum del terzo settore a tutti gli amministratori locali, presidenti di provincia e sindaci di capoluogo, le università – abbiamo siglato un accordo che guarda al 2030 e all’agenda Onu, “Patto per il lavoro e per il clima”».

«Proprio perché il clima diventa un elemento, insieme al lavoro, decisivo e noi sappiamo che l’Onu, ma anche l’Europa, fissa dei parametri e dei riferimenti anche temporali per andare prima verso l’utilizzo al 100% di energia rinnovabile (2035) e per arrivare nel 2050 al cosiddetto “emissioni zero”, che poi è l’altra parte di investimenti su tutto ciò che ha a che fare con l’elettrico o con l’ibrido, o per quanto riguarda il tema dei veicoli a motore».

L’Emilia-Romagna si è un po’ candidata a quelle che sono le direttrici più importanti: quella energetica e quella digitale. Il Tecnopolo sarà un po’ la casa dei Big Data italiano. Scaleremo le classifiche a livello di forza computazionale, l’Italia diventerà uno dei quattro player più forti proprio perché a Bologna ci saranno dei supercomputer. Ci racconti come è venuta al presidente nel primo mandato quest’idea.

«Se io adesso attaccassi frontalmente Meloni, Salvini, o come capita spesso dalle mie parti politiche, il segretario del mio partito, o Mario Draghi, prendo i titoli a nove colonne sui quotidiani. A parlare di Tecnopolo, di Centro meteo europeo, di supercomputer di calcolo, si fa più fatica. Anche se recentemente il Corriere della Sera, proprio la settimana scorsa, ha titolato “le previsioni metereologiche si faranno a Bologna” e il Sole 24 Ore ha titolato “Bologna come San Francisco, l’Emilia-Romagna la nuova Silicon Valley”».

Anche perché in questo momento il clima diventa il grande pericolo. Quindi avere un luogo dove c’è una cabina di regia a livello europeo per poter affrontare i drammi climatici.

«Partiamo dallo scorso mandato. In Gran Bretagna, a maggioranza seppur risicata, i cittadini scelgono la Brexit e l’Unione europea dice alla Gran Bretagna che ha deciso il popolo. Il popolo ha sempre ragione, quindi uscite. I centri, quei pochi centri che avete a nome di tutti i 28 prima, 27 Paesi oggi, vi verranno tolti come sede. A Reading, vicino Londra, c’era questo centro, che diventa decisivo e strategico per i prossimi anni dentro la transizione ecologica: il data center del centro meteo europeo, dove si fanno per tutta Europa le previsioni metereologiche al più alto livello».

«Noi ci candidammo insieme al governo di allora – c’era Gentiloni – abbiamo vinto la sfida, prima in Italia, poi siamo andati a giocarcela con il governo italiano contro 27 altri Paesi, e abbiamo sbaragliato tutti. Il vantaggio che ha sede a Bologna – con quattro sedi in giro per l’Italia, ma il cuore è da noi – il Cineca, che è il centro di calcolo che è il più importante in Italia e in Europa.

«Il punto dell’investimento che abbiamo fatto: l’altra sera, la ministra Messa, ha indicato come presidente del Cineca Francesco Bertini, che sta terminando i 6 anni come direttore dell’Alma mater di Bologna, perché abbiamo fatto con l’Alma mater questo progetto, questa sfida. Per farla breve, abbiamo ottenuto il data center del centro meteo europeo».

«Sono già arrivate le macchine, il Tecnopolo di Bologna è di fatto l’ex manifattura tabacchi, migliaia di metri quadri abbandonati da decenni recuperati con un progetto di rigenerazione urbana. Tra l’altro, l’architettura industriale è stata realizzata da Nervi, quindi è anche molto bello. Lì dentro troverà sede il data center del centro meteo, e sono già arrivate le macchine e presto arriveranno anche 1.500 ricercatori da tutta Europa».

«Quando c’era il governo giallo-verde firmai con loro – e li ringrazio – perché li convinsi che, una volta che arrivato a Bologna, il centro meteorologico di tutta Europa, non aveva gran senso tenere Italia Meteo, l’Agenzia nazionale, a Roma. E quindi si sposterà accanto a quella europea e caleranno altre centinaia di ricercatori italiani».

«Fin lì uno dice “orgoglio”, perché portare nel nostro Paese, nella mia Regione, questo centro che sarà determinante nei prossimi anni nello studio dei cambiamenti climatici da solo fa premio. Ecco, la vera sfida che abbiamo vinto è impensabile, perché tutti mi dicevano non ci provare neanche, è quella di aver ottenuto – sta arrivando adesso – due macchine, si chiamano insieme Leonardo: uno dei primi dieci supercomputer di calcolo più veloce al mondo per lettura e trasferimento dei Big Data al mondo delle imprese, della ricerca e dell’Università».

«Perché siam partiti da lì? Due motivi: uno tecnico, su cosa si basa la meteorologia – ma potrei dire la formula 1, la telemedicina, la sanità del futuro, l’automotive? Sui Big Data. La meteorologia utilizza i Big Data. Quindi abbiam detto proviamo a portar qui ciò che più di altri legge velocemente i Big Data. Il secondo motivo – che è il vero motivo politico – è che in questo Paese assistevo a una discussione di accuse reciproche tra le parti politiche su chi sarebbe ricaduta la colpa per i posti di lavoro perduti a fronte di più robot, più smartphone, più computer – la banalizzo. Presa così è già persa in partenza».

«Mettetevi il cuore in pace tutti: 70% dei nostri nipoti e già parte dei nostri figli faranno lavori o fanno lavori che non esistono o non esistevano fino a ieri. Questi lavori deriveranno dall’innovazione robotica, tecnologica e digitale. Quindi noi abbiamo pensato quali fossero gli strumenti da mettere a disposizione per sostituire ogni posto di lavoro che si perderà con uno, o forse più di uno».

E avete chiamato un vero campione nella riflessione del pensiero. Perché non c’è solo la tecnica, c’è anche un po’ di umanismo per affrontare i temi del futuro. Il professor Floridi, che era in Inghilterra, è tornato in “campionato italiano”.

«Io non sono uno scienziato, perciò abbiamo chiamato quelli più capaci e più bravi. Tra questi Luciano Floridi, il docente universitario in Europa più quotato dal punto di vista dell’etica digitale, quella che avrà a che fare anche con il mondo in cui – spero presto – le democrazie dovranno mettere regole e leggi per evitare che l’utilizzo dei Big Data venga utilizzato anche per condizionare le campagne elettorali».

«Luciano Floridi insegnava da moltissimi anni a Oxford, gli abbiamo chiesto di entrare nel CdA della Big Data Foundation e adesso torna a insegnare nell’Alma mater di Bologna. Non solo, nel libro parlo di Alec Ross: 49 anni oggi, è stato consigliere della comunicazione nel governo Obama».

«Lui mi venne a trovare e mi disse “guarda, non ti rendi conto neanche tu di quello che state facendo, che è molto superiore a come la raccontate”. Lui adesso insegna, inizia tra poche settimane, il secondo anno di docenza alla Bologna Business School, venendo direttamente dagli Stati Uniti. Convinto che l’Europa debba fare queste cose per posizionarsi tra il colosso statunitense e quello cinese.

Alec è ottimista.

Alec è molto ottimista. Da ultimo, arriva il supercomputer, non so se avete fatto caso, Mario Monti – dopo Bergamo, per andare a celebrare quella tragedia iniziata un anno e mezzo fa, in uno dei posti più colpiti – è venuto a Bologna, al Tecnopolo, due mesi fa. È venuto perché noi abbiamo ottenuto 120 milioni di euro dall’Unione europea, ma poi 120 milioni di euro dal governo. Quindi è potuto venire a dire che, grazie a quell’investimento tra governo italiano e Regione Emilia-Romagna, l’Italia consente all’Europa per la prima volta di competere tra i due colossi alle due sponde del mondo».

«Segnalo che in Emilia-Romagna avremo da soli l’83% della capacità di calcolo italiana e il 21% di quella europea. Ma io mi sento italiano, non emiliano-romagnolo. O meglio, mi sento emiliano-romagnolo visceralmente, ma prima mi sento italiano. E mi sento anche europeista convinto. Sono quindi sono orgoglioso che contribuiamo a vincere questa sfida. Pensi, è venuto il ministro alla Transizione digitale, Colao, in visita e l’abbiamo portato prima al Tecnopolo e poi al Cineca».

«Il direttore del Cineca gli dice “ministro, la prego come ministro della materia competente e insieme al governo di dare soddisfazione al presidente Bonaccini quando vi chiederà più di 100 milioni di euro nel Pnrr per il supercomputer che dovremmo acquistare. Lui [Bonaccini] non capisce niente, glielo abbiamo chiesto noi e lui da bravo scolaro ve lo chiederà. Se ci darete quelle risorse sappiate che noi sappiamo già adesso quale sarà il supercomputer di calcolo da assemblare, costruire e progettare che tra 4 anni dovrà arrivare qui a sostituire quello che deve ancora arrivare”».

«Perché la velocità dei cambiamenti è questa e dobbiamo starci dentro. Credo che ci siamo messi 100 metri avanti per una sfida che ha portato – faccio un esempio – la più grande azienda di Stato cinese di automobili, insieme a uno dei più grandi gruppi di engineering statunitensi, e hanno dato vita a una joint venture. Guardando il mappamondo hanno detto “dov’è la Motor Valley mondiale, dove c’è più competenza, storia, professionalità?”: L’Emilia-Romagna.

«Qui [in Molise] potete fare qualcosa di straordinario, per quella che è stata la Storia di questa Regione, oggi con Stellantis qui presente. A Reggio Emilia hanno fatto un accordo con il comune: 320 mila metri quadri già destinati industriale. Nel 2023, sere fa hanno presentato il prototipo al Salone di Milano, uscirà tra due anni la prima supercar di superlusso totalmente elettrica».

«Questo costringerà anche le altre Ferrari, Maserati, Ducati, Lamborghini, Dallara, a correre ancora più speditamente. Pensate che quello sarà per la mia Regione l’investimento più grande dal dopo guerra. 1 miliardo di euro -almeno – con tra i 1.000 e i 2.000 posti di lavoro, tutti di grande qualità. Loro sono venuti lì, sia per le conseguenze dal punto di vista meccanico, ingegneristico, motoristico; ma l’altro motivo è che hanno saputo che facevamo l’investimento sul tema dei Big Data. E loro se ne servono ogni giorno, altrimenti non potrebbero fare bene il loro mestiere».

Presidente, ovviamente temi poco politici ma che guardano al futuro. Il ministro Cingolani ha fatto un paio di uscite nelle ultime settimane, una sul tema nucleare. Ma quella che mi ha colpito di più è quella sul Motor Valley. C’è l’idea che la transizione troppo veloce possa bloccare un pezzo di economia italiana?

«Che si debba arrivare a emissioni zero è sacrosanto. Da quando venni eletto presidente la mia prima missione internazionale fu dal governatore di allora, Brown. Poi sono stato a Google, ad Apple, alla Nasa, Intel, Hewlett Packard. Noi da sette anni mandiamo le migliori start up della mia Regione là».

Ce lo raccontò Giovanni Anceschi, il presidente di Aster, a Bologna.

«Abbiamo messo un trentenne che Forbes mise tra i primi nuovi 100 talenti nel mondo. Gli abbiamo dato la guida di questo di ricerca e professionalità della mia Regione. Noi siamo l’unica Regione che ha una ragazza giovane, Daniela Dubla, a San Francisco da 7 anni. Non abbiamo fatto una sede, abbiamo messo una persona a vivere lì, come riferimento per le imprese e le startup dell’Emilia-Romagna. Questo ci ha aperto un sacco di relazioni e da questo punto di vista è evidente che questo porta a investimenti laddove c’è il cuore dell’innovazione mondiale».  

«Ora penso che sulla transizione ecologica e sul tema delle emissioni zero, l’automotive, sia sacrosanto investire. E dobbiamo investire per far in modo che si inquini sempre meno. Peraltro io vivo in quel bacino padano, con Piemonte, Lombardia e Veneto, che è il luogo più inquinato d’Europa per ragioni geomorfologiche e anche perché ci abitano 24 milioni di abitanti, quasi la metà degli italiani, e si produce più della metà del Pil. Quindi la concentrazione di infrastrutture, d’imprese e di abitazioni è enorme».

«Sulle automotive, Cingolani ha detto una cosa giusta stiamo parlando di una nicchia. Ferrari, Maserati, Lamborghini, Dallara e altri marchi. Adesso arriveranno cinesi e americani. Lì è chiaro che se serve qualche anno in più va fatta una deroga per evitare che si colpisca il settore. Quando ho girato il mondo in Cina, in California, in Argentina, in Canada, in Sudafrica, in Europa, non dico che vengo da Campogalliano da Modena. Mi basta dire Ferrari, Maserati, Ducati, Lamborghini e la gente capisce da dove vengo. Però, fossero solo quelle, sarebbe tanto, ma non sarebbe abbastanza».

«Motor Valley in Emilia-Romagna vuol dire un settore di 16.500 imprese, la cui quasi totalità sono piccole e medie imprese artigiane. E vuol dire quasi 100 mila posti di lavoro. Dopo l’Expo di Milano ne abbiamo fatto un brand turistico, quindi vendiamo in tutto il mondo pacchetti in cui puoi venire addirittura a vedere lavorare dentro alle fabbriche – che per un appassionato non c’è altro da chiedere –abbiamo 4 circuiti, siamo l’unica Regione che ospita un Gran Premio di Formula1, a Imola, il mondiale di SuperBike e adesso due mondiali di MotoGp, a Misano. Abbiamo 15 musei e 14 collezioni private. Perché la passione lì è un tutt’uno con le persone che ci vivono e ci nascono.

«È evidente che quello che ha detto Cingolani sia una cosa di buon senso, sapendo però che dobbiamo spingere proprio sulla transizione ecologica e arrivare il prima possibile a emissioni zero».

Un sì o no velocissimo: nucleare.

«Io mi sono sempre battuto contro, devo dire la verità. Anche qualche anno fa. Se è un tema di ricerca, per certe funzioni, ci mancherebbe che noi siamo contro la ricerca. Però va spiegato e specificato bene per evitare di indurre in questioni che non credo facciano il bene del Paese».

Presidente, sa che proprio questa settimana è iniziato il seminario nazionale per individuare il deposito unico delle scorie radioattiva. Non c’è della schizofrenia in un governo che da un lato parla di nuovo nucleare, dall’altro deve individuare il luogo dove porlo.

«Quello è da tempo che va individuato. Il problema è che viviamo tutti con la sindrome nimby, e quindi tutti vogliono un sito, perché serve per evitare di far preoccupare le persone e di creare problemi, il problema è che nessuno lo vuole a casa sua».

In Emilia-Romagna?

«Noi abbiamo già dato, perché noi a Caorso siamo in decommissioning con una vecchia esperienza nucleare, ed era stata esclusa proprio per quelle ragioni. Comunque vedremo, ne discuterei».

Presidente, lei durante quest’intervista sta usando il noi implicito spesso. “Il Paese che vogliamo”: chi c’è dietro questo noi?

«C’è il Paese. L’Italia ha molte più potenzialità di quello che crede di avere e soprattutto, l’Italia, se saprà cogliere questa grande opportunità che l’Europa ci dà – anche a fronte della drammatica tragedia che noi più di altri abbiamo vissuto – potrebbe da un lato crescere a ritmi come visti negli ultimi decenni anni. Quest’anno la mia Regione crescerà attorno al 6%, forse qualcosa di più».

«Oggi sono usciti i dati dell’export italiano. In Emilia-Romagna, dove siamo la prima Regione per quota procapite, un emiliano-romagnolo esporta quasi 1.000 euro più di un lombardo nel mondo, e tra 1.000 e i 2.000 euro più di un veneto. Questo grazie a quei distretti manifatturieri di cui la meccanica, la meccatronica e i motori – con oltre 40 miliardi di euro è nettamente la prima. Ora siamo tornati, non ai livelli del 2020, siamo sopra un 6% ai livelli del 2019, che per l’Emilia-Romagna fu l’anno record. Ma sarà così per tutta Italia più o meno».

«L’Italia crescerà a ritmi, tra quest’anno e il prossimo, che le potrebbero far recuperare, non solo i 9 punti di Pil perduti come media nell’anno pandemico, ma andare addirittura sopra al 2019. Dovremo essere capaci di spendere bene quelle risorse. Noi siamo noi. È un’occasione formidabile. Per questo io spero che vi sia stabilità di governo ancora un po’, perché dobbiamo ancora combattere la pandemia sanitaria e – come ha detto lei prima – meno male che ci sono i vaccini».

«Alla data di oggi, con i contagi che corrono ancora molto – perché la variante Delta è tripla come contagio rispetto al primo ceppo da Wuhan – se fossimo all’anno scorso, senza vaccini, noi non saremmo qui. In questo momento avremmo di nuovo i ricoveri ospedalieri, soprattutto nei reparti gravi e gravissimi, e avremmo decessi a centinaia».

Domani con il presidente dell’Opi, l’organismo delle professioni infermieristiche, lanceremmo un messaggio in piazza, un messaggio per vaccinarsi.

«Sì, noi dobbiamo vaccinarci. E il fatto che possiamo essere qui, con un turismo che anche ha visto in questa Regione numeri che mai avreste immaginato. Ristorazione, bar, sono tutti aperti. I luoghi della cultura, dello spettacolo, dello sport – di cui non parla mai nessuno – se ce lo possiamo permettere è perché abbiamo tanti vaccinati. E ne dobbiamo metterne ancora in campo per evitare ad esempio di chiudere le scuole, perché la scuola non è solo apprendimento ma anche socialità. Dobbiamo fare questo».

«Dico la mia: io mi augurerei che il Green pass venisse esteso a tutti i luoghi di lavoro, perché a quel punto tu garantisci che tu se vuoi non ti vaccini – libero di farlo – però non puoi mettermi in discussione, non tanto il fatto di non contagiarti, ma non contagi gli altri. Tant’è che nel mondo sanitario, medici e infermieri, hanno sanzioni per legge e viene revocato lo stipendio. Io sarei ancora più duro. Io un medico o un infermiere che non si vaccina lo aiuterei a cambiare mestiere. Perché se tu scegli per vocazione e per professionalità di tutelare la vita degli altri non puoi scherzare con il fuoco. Dopodiché, ripeto, siamo fiduciosi e io ho davvero fiducia che l’Italia ce la possa fare».

C’è qualcuno nel suo partito che non vede l’orizzonte del 2023, non crede che questo sia il migliore dei governi possibili.

«In una grande forza, in una grande famiglia ci sono anche opinioni diverse. Io contrasto quell’opinione. O io vivo su Marte, ma se vivo nel mondo reale, visto che incontro tutti i giorni tanta gente, io non trovo uno che mi stia chiedendo quand’è che cade il governo Draghi».

«Oggi Draghi è l’italiano più autorevole in Europa e nel mondo. Farà bene? Tutto da dimostrare. Certamente però, se guardiamo i numeri, stiamo uscendo dalla pandemia sanitaria e stiamo crescendo più di Germania e Francia. Con prospettive di una dotazione così straordinaria di risorse che potrebbero farci ripartire e, addirittura, recuperare nel Paese ritardi del passato».

Ma visto che abbiamo il migliore al governo, nel 2023 bisogna costruire un’offerta politica per la quale Draghi possa continuare.

«Allora diciamola così: se lei mi chiede, questa maggioranza che mi auguro duri ancora due anni, perché ci siamo trovati in una situazione in cui la scelta era o voto o nuovo governo, e come potevamo andare al voto mentre avevamo anche nella mia Regione i reparti di terapia intensiva che erano stracolmi e da lì a poche settimane avremmo rischiato di dover chiedere ad altri di prendere coloro che venivano ricoverati».

«E come potevamo andare al voto, in campagna elettorale infinita, nel momento in cui avevamo centinaia di decessi al giorno, chiudevano le imprese, si perdevano posti di lavoro, e ancora non avevamo mandato in Europa il Pnrr – quindi potevamo perdere più di 200 miliardi di euro. Per fortuna siamo andati a scegliere un governo di cui la forza politica a cui sono iscritto fa parte».

«Certo, è un governo anomalo. Sì, con la Lega torneremo a dividerci. Ma quando mi chiedono “sei imbarazzato?” io dico “neanche un po’”. Sarà imbarazzato chi girava con le magliette “no euro” e si trova a dover sostenere un governo guidato da uno dei più convinti europeisti che ci sono stati negli ultimi 20 anni nella scena europea e internazionale.

«Quando sarà il momento ci divideremo. Consiglio non richiesto che rivolgo al Pd: proverei a concentrarmi a dare una mano al governo Draghi. Anzi, mi piacerebbe che fossimo, quando si voterà, spero tra due anni, individuati come quelli che più di tutti hanno dato una mano a Draghi a farcela. Perché non è farla per noi, ma farcela per il Paese».

La sua dichiarazione è una piattaforma politica per dare una prospettiva al Paese?

«No, io penso che agli italiani interessi poco di formule politologiche, di alleanze, gli interessa che gli risolviamo i problemi. La gente ha ancora paura di essere ricoverata, vuole trovare lavoro chi l’ha perduto – e non sono pochi. Gli imprenditori vedono la luce ma hanno bisogno di sostegno. Il Paese deve stare insieme e ha bisogno di stabilità – che è il vero dramma italiano».

«Guardi, io ero a presentare il mio libro, come sto facendo qui sta sera, con Giovanni Toti a Rapallo un mese fa. Io per cinque anni e mezzo ho guidato la conferenza delle Regioni e il mio vicepresidente è stato Giovanni Toti. A un certo punto Toti dice “fermatevi un attimo, chiediamo alla platea se sanno con quanti governi tu da presidente, io da vice, abbiamo irnterloquito in cinque anni e mezzo”. Cinque. Renzi, Gentiloni, Conte1, Conte2 e Draghi. Con maggioranze politiche cambiate ogni volta».

«Ma può un Paese permettersi, nel momento in cui deve ripartire, fare investimenti, dare fiducia anche agli investitori che vengono dall’estero, se cambia governo ogni anno e non sai chi arriva? Ma neanche il migliore del mondo ce la fa in pochi mesi – lo sanno bene gli amministratori locali – a cambiare le cose.

«Per questo oggi l’Italia di tutto ha bisogno meno che di instabilità. E poi quando si tornerà a votare ci si tornerà a dividere e vedremo chi ha più da tessere – come si dice dalle mie parti. Ma adesso io non mi preoccuperei dei destini nostri personali o quelli delle forze politiche. Mi preoccuperei dei destini del Paese».

In libreria c’è un altro libro di un altro politico, che mette invece del noi l’io. “Io sono Giorgia”.

«Guardi, per me non esistono nemici, magari avversari. Nel libro non parlo male di nessuno, perché mi son stancato di una classe dirigente che quando si candida alle elezioni parte raccontando quanto fanno schifo gli altri. Invece noi dovremmo chiedere il voto per quello che pensiamo di poter fare. Anche perché, un teatrino della politica in cui da troppi anni ci si insulta a vicenda, non è che da un messaggio ai cittadini rassicurante verso la qualità delle istituzioni della politica. Perché un cittadino normale vede due politici insultarsi e dice “ma se lo fanno loro che hanno quella responsabilità, perché non potrei farlo io?”».

«Quindi io mi auguro che anche nella competizione ci sia dialogo, riconoscimento, rispetto. Ad esempio, nel libro dico che vorrei che i partiti, prima di andare al voto, sottoscrivano tutti insieme che chiunque vincerà ciò che abbiamo scritto nel Pnrr, l’impegno preso con le istituzioni europee non verrà cambiato da nessuno. Perché vorrebbe dire ripartire da capo e rischiare di perdere una grande occasione. Mettere il bene e l’interesse generale davanti a quello particolare».

«Credo che la Lega subirà un colpa alle amministrative e invece crescerà Fratelli d’Italia. Vedo che la Lega, sta facendo l’errore che fece il Pd un po’ di anni fa con i Cinque Stelle: rincorrere. Quando tu rincorri, se la gente deve scegliere sceglie l’originale, non la fotocopia. Questo balletto sui vaccini di Salvini, basterebbe chiedere ai miei colleghi presidenti di Regione del centrodestra, come mai nessuno di loro è contro il Green pass e alla fine tutti insieme abbiamo trovato col governo un accordo».

«Allora, una destra che va verso Giorgia Meloni è una destra ancora più sovranista. E secondo me si aprono praterie per coloro che voglio un’offerta politica in cui quelli come me, che vengono da sinistra, possono cercare un accordo che non si definirà mai nella vita di sinistra, ma che con una destra di quel tipo antieuropeista non ci vuole andare. Tenga conto, e lo dico con grande rispetto, se era per quelli come Giorgia Meloni o Matteo Salvini, i 230 miliardi di euro dall’Europa non sarebbero mai arrivati, perché erano conto Next Generation EU. Andavano a firmare con Orbán o il suo collega, il primo ministro polacco, gli accordi per fermare quella discussione».

«Quindi ripeto, non ci conosciamo bene io e Meloni, ma ci rispettiamo molto e ci ringraziamo ogni volta. Perché ogni volta che c’è un banchetto di Fratelli d’Italia, io esco sempre difendendo e dicendo che è un’aberrazione. Così come ha fatto lei nelle occasioni in cui sono stato minacciato, anche recentemente, e di questo la ringrazio sinceramente».

Presidente, però lei inizia il libro con le prime pagine, con l’identità di un uomo dell’Emilia-Romagna che comunque riconosce la tragedia del nazifascismo e che mette come primo valore la resistenza e il ricordo dei partigiani.

«Lì parlo di una donna, Aude Pacchioni, nome di battaglia Mimma, morta più che 90enne l’anno scorso, che è stata da ultimo presidente dell’associazione nazionale partigiani di Modena. Ma lei è stata anche la prima donna amministratrice nella mia Regione ad aprire un asilo nido nella sua provincia. Erano gli anni ’70».

«Nel libro racconto l’episodio in cui il ministro Guerini, con un funzionario dell’ambasciata tedesca molto giovane, vengono alla buca di Susano – che a voi dice niente, ma è una frazione di un piccolo comune di 2mila abitanti, che si chiama Palagano, nell’appennino modenese. Tutti conoscete Marzabotto, purtroppo, quella di Palagano, o meglio di Monchio, Susano e Costrignano, è la seconda strage più efferata dopo quella di Marzabotto. In quella buca abbiamo apposto una targa, anche con l’ambasciata del governo tedesco, e intitolato la piazza ad Aude Pacchioni».

«In quella buca i nazisti tirarono in aria i bambini, il più piccolo aveva tre anni, e gli spararono come i piattelli uccidendoli. Ci furono oltre 130 civili uccisi, compreso il parroco del Paese, tanti bambini e bambine. Penso che siccome il libro parla di futuro, credo però che noi le radici le dobbiamo avere ben piantate in valori molto rilevanti. E credo che tutti coloro che hanno permesso a me, a voi, a noi, di vivere in libertà, vadano ringraziati. Perché hanno messo a rischio – anzi tanti ce l’hanno rimesse – le loro vite, per dare a noi libertà, giustizia, pace».

«Segnalo che è venuta Von Der Leyen al campo di Fossoli, vicino a Carpi, uno dei due campi da cui partivano i treni che poi arrivavano anche nei campi di concentramento nazisti. È venuta Ursula Von Der Leyen a incontrare i famigliari delle vittime dell’eccidio di Cibeno ed è venuta lì e ha detto – ci siamo commossi tutti – “grazie al sacrificio dei vostri genitori o parenti, io posso venire qui da donna libera. Il mio Paese vi deve dire grazie, perché se oggi siamo in libertà e per il sacrificio di chi ha combattuto”».

Ha senso in Italia nel 2021 dirsi antifascisti?

«Per me sicuramente. Credo dovrebbe essere un sentimento che accomuna tutti, visto che è scritto nella Costituzione.

Presidente, come detto, domani parleremo di sanità. Voglio ringraziarla come figlio, perché durante il Covid, a marzo la sanità dell’Emilia-Romagna ha salvato la vita di mia madre. Che grande differenza c’è tra la sanità del Meridione e la sanità del Centro-Nord?

«Anche in Meridione ci sono eccellenze. Da presidente della conferenza non mi sono mai permesso di parlare male di altri. Anzi, ho difeso io la Lombardia nel momento peggiore. Venivo da una campagna elettorale in cui i miei avversari proposero il modello lombardo, per sostituire quello che abbiamo in Emilia-Romagna. Che è un modello che funziona che però è fatto per metà di sanità privata, mentre da noi il pilastro è la sanità pubblica. Credo anche che lì che dopo la pandemia dobbiamo intervenire».

«La pandemia cosa ha dimostrato? Che puoi essere nato dove vuoi, da chi vuoi, avere il portafogli in tasca che vuoi, ma la pandemia colpisce tutti e tutti abbiamo bisogno di poter essere curati. Credo che abbiamo il dovere come Paese di investire sulla sanità pubblica come valore universalistico, in cui un povero abbiamo gli stessi diritti di un ricco. Oggi c’è una grande occasione anche per il Meridione che, ripeto, ha comunque strutture e professionisti di eccellenza».

«Il Pnrr dei 230 miliardi ne mette 20 miliardi di euro a disposizione per investimenti sulla sanità pubblica. Non li abbiamo mai visti tutti insieme 20 miliardi. E servono per ospedali, sì, ma perché viene scritto nel Pnrr che il pilastro della sanità del futuro è quella territoriale e sono rimasto colpito e orgoglioso che scrivono le case di comunità come vera scommessa, tenga conto, le traduco nella lingua emiliano-romagnola, sono le case della salute. Noi ne abbiamo 120, altre 40 già finanziate. Me le chiedono tutti i sindaci di qualunque colore politico, quindi spogliamo dall’ideologia: servono. Sono la prima presa in carico, cura e diagnosi di un paziente a metà strada tra l’ospedale e casa mia, sanità di territorio».

«Poi però, la vera scommessa – vale per il Molise, per il Sud e anche per l’Emilia-Romagna perché siamo indietro come Paese – si chiama assistenza domiciliare. Quando io mi sono ammalato di polmonite bilaterale il primo novembre dell’anno scorso sono rimasto un mese e mezzo isolato a casa».

«A un certo punto, siccome non stavo molto bene, mi hanno dotato dall’ospedale dell’Asl modenese di riferimento di un macchinino simile a un saturimetro, ma era qualcosa di tecnologicamente molto più robusto. Io infilavo lì due volte al giorno, mattina e pomeriggio, come tante altre centinaia o migliaia di ammalati come me in Emilia-Romagna, e da dietro uno schermo c’era qualcuno che mi rilevava il battito cardiaco, la pressione, la saturazione, l’ossigenazione, e se si fosse accorto che si peggiorava venivano a darti una cura più robusto, oppure ti portavano – come è accaduto – direttamente in ospedale.

«Pensate, visto che noi non potevamo uscire dalla camera non solo uscire di casa, ma neanche i nostri familiari e uscire dalla camera, se avessero dovuto mandare ogni giorno per vedere come stavamo un medico o un infermiere da un ospedale di riferimento. Che dispiego di forze, soprattutto, che caos che avremmo creato, perché avresti tolto dall’emergenza tantissimi professionisti».

«La sanità del futuro è quella lì. Diamo i numeri: noi curiamo il 4% di pazienti a domicilio. La Germania e la Svezia sono i primi Paesi nel mondo occidentale, il 9%, più del doppio. Con i soldi che mettiamo a disposizione l’obiettivo è superare il 10% nei prossimi anni. Pensate a un territorio come il Molise, fatto di tantissimi piccoli comuni, non di metropoli, non disseminate. Pensate la mia Regione, con l’Appennino.

«Noi abbiamo 328 comuni, con 4 milioni e mezzo di abitanti, un terzo dei comuni sono in montagna. Fanno solo il 15% di abitanti, ma hanno diritto anche loro ad avere i servizi. Pensate con la telemedicina e il digitale che qualità del servizio con l’assistenza domiciliare si può dare a coloro che abitano nelle aree periferiche. Potrà essere una rivoluzione».

«Ecco, queste sono le sfide, piuttosto che mettermi a litigare con questo e con quell’altro politico. Secondo me, se noi la raccontiamo così dopo i cittadini sceglieranno qual è l’offerta politica quando si voterà per le elezioni politiche».

La sua campagna elettorale per il suo secondo mandato è stata molto bella, look cambiato. Ma poi c’è stato un momento, quello delle Sardine in piazza. Prima del pandemia si poteva stare stretti stretti, quanto è stata importante quella piazza Maggiore.

«Il look avevo già questo. Avevo barba e occhiali già da tempo. Ero dimagrito perché essendo stato operato al cuore da bimbo, ho avuto un problema di salute non banale».

«Le sardine sono state molto importanti perché hanno cambiato il clima della campagna elettorale. Cioè hanno dimostrato che c’era tanta più gente di quello che si pensasse che voleva ritrovarsi nei luoghi pubblici, nelle piazze, delle proprie città e non lasciare quelli solo alla Lega e Salvini, che meritoriamente li aveva da tempo occupati».

«Ci siamo stupidi, ma siccome nessuno li chiamava più, lo stupore doveva venire verso la classe dirigente politica, cioè noi, che non li chiamavamo più. Perché da tempo andavamo solo dove prendevamo gli applausi e dove si rischiavano i fischi eravamo spariti. Parlo di noi, della sinistra e del centro-sinistra. Le sardine hanno dato una gran mano, perché Salvini che veniva da un anno e mezzo non di vittorie, ma di stravittorie, in 9 Regioni su 9. In un anno e mezzo Salvini e la Lega avevano stravinto 9 Regioni, anzi 10, perché la notte in cui da noi si vinse, si festeggiò, in Calabria la destra vinse con la povera Jole Santelli, con 25 punti di distacco. L’Umbria pochi mesi prima si era perso con 25 punti di stacco e la destra per la prima volta aveva vinto».

«Credo di aver vinto un po’ per il buon governo e mi è stato riconosciuto. Un po’ perché sapevano che nei luoghi dove andavo c’ero già stato e se avessi vinto sarei tornato. Un po’ perché – l’unico merito che mi do – è che non sono sceso in una campagna elettorale dove al fango gettato, io provavo a schivarlo, ma se anche mi colpiva non reagivo e parlavo d’altro. Anche perché siamo tornati tra le persone».

«Il 7 di dicembre aprii la campagna in piazza Maggiore, alla sera tardo pomeriggio, non era estate. Ma avevo scoperto che erano 15 anni che non andavamo lì ad aprire una campagna elettorale, tutti quelli che lavoravano con me mi dicevano “sei matto”, rischiamo. Perché se vengono meno persone che con le sardine, ed è difficile replicare la piazza, diranno flop. Se vengono 5mila persone sono tantissime, ma la piazza ne tiene 10mila, sarà per metà vuota».

«Dissi “guardate, non mi convincete. Perché se deve andare male è meglio che lo sappiamo due mesi prima. Ma soprattutto, se abbiamo paura, è bene che cambiamo mestiere. Perché se in politica hai paura, meglio lasciarla fare ad altri. Troppo comodo andar solo dove ti danno qualche soddisfazione. E tornare là ha fatto sì che quella sera ho fatto una cosa che è durata due ore, tra musica e interventi, il mio comizio – con le Sardine si trattava di un flash mob, potevi starci anche dieci minuti e andar via».

«La gente è stata tutta lì. 10 mila persone. Anzi, dovevi vedere la fila a venirmi a ringraziare – che poi per cosa – a me, perché ci si dava reciprocamente fiducia – “ce la facciamo”, “ce la faremo”, “hai visto quanta gente?”. Perché poi alla fine, certo, abbiamo parlato di Big Data, di digitale, noi stiamo facendo un investimento che è unico in Europa, ma non è che noi, se vogliamo essere una società civile, possiamo vivere di mail, foto su Instagram, messaggi WhatsApp, di post su Facebook».

«Quanto ci manca non poterci dare la mano, guardarci negli occhi da vicino, stringerci e abbracciarci quando va bene e quando va male? Anche questo sentimento fa la differenza. Io spero sempre che il Pd sia un partito, mai populista, ma un po’ più popolare. Che stia un po’ di più in mezzo alle persone, nei luoghi dove si vive bene, si soffre, ci si lamenta».

L’ultima domanda è mettere dentro la salva pecunia un’idea per il futuro. Il presidente della Regione Emilia-Romagna, uno dei leader del centrosinistra identitario, cosa immagina per l’Italia del 2023?

«Immagino una crescita robusta sul piano economico e la fine di questo incubo che viviamo da un anno e mezzo. Vi dico la mia: l’Italia ha reagito in maniera molto migliore di come la descriviamo e anche come si poteva pensare. La stragrande maggioranza di persone di fronte a una tragedia – che verrà studiata nei libri di Storia dei secoli a venire, anche quando non ci saremmo più noi – ha rispettato le regole e si è data una mano per reggere l’impatto».

«Se mi guardo indietro mi chiedo come abbiamo fatto a reggere certi momenti e quindi vedo un Paese meraviglioso che ha messo alle spalle questo incubo pandemico, e sarà proiettato verso un futuro in cui spero si vada orgogliosi di nascerci e crescerci».

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