Bisogna investire su una medicina sobria, rispettosa e giusta. Lontana dalle speculazioni

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Una medicina sobria, rispettosa e giusta: questa è la proposta lanciata da Slow Medicine (www.slowmedicine.it) nel 2011 quando l’associazione, aperta a professionisti della salute, pazienti e cittadini, è stata fondata.

Nel dettaglio, una medicinaSobria riconosce che in medicina non sempre fare di più significa fare meglio, e che troppo spesso si è influenzati dagli interessi economici e finanziari che gravitano nel settore e che inducono ad un consumo eccessivo di prestazioni sanitarie.

Non si pone invece sufficiente attenzione all’equilibrio dell’ambiente e all’ecosistema dai quali la nostra salute dipende.

Una medicinaRispettosa ascolta e rispetta le persone nei loro valori, preferenze, orientamenti. Il tempo della relazione con le persone va considerato a tutti gli effetti tempo di cura.

Una medicinaGiusta propone cure appropriatee promuove le corrette abitudini di vita che favoriscono la salute.Contrasta le disuguaglianze sociali e di salute e supera la frammentazione delle cure.

In tutti gli ambiti, Slow Medicine promuove una visione sistemica, che da un lato considera la persona nella sua interezza e non come un insieme di organi da curare, dall’altro promuove il superamento degli steccati tra diverse specialità e professionalità per lavorare con un approccio interdisciplinare.

Va poi precisato che il termine “Slow” non è sinonimo di medicina lenta, ma richiama il concetto di medicina riflessiva, ponderata, che lascia il tempo al pensiero, al ragionamento e al giudizio.

Quali riflessioni e quali insegnamenti possono derivare, sotto questa lente, dall’esperienza finora vissuta con la pandemia di COVID 19?

Dal punto di vista della medicina “giusta”, la pandemia ci ha colti purtroppo impreparati di fronte ad un evento imprevedibile, perlomeno nei modi, nei tempi e nelle dimensioni in cui si è manifestato.

La gestione dell’assistenza nelle prime fasi è stata centrata quasi esclusivamente sugli ospedali, mentre sarebbe stata necessaria una maggiore attenzione alla sanità pubblica, al territorio e al personale sanitario che, soprattutto nei primi momenti, ha affrontato la pandemia “a mani nude” e con la non facile responsabilità di decidere.

Se nelle fasi successive si è assistito a un notevole sforzo di riorganizzazione a tutti i livelli, appaiono ora necessari sia un potenziamento dei servizi a livello ospedaliero e territoriale con l’incremento e la valorizzazione dei professionisti sanitari, sia un rinnovamento dell’organizzazione delle cure secondo una prospettiva sistemica, tenendo conto che specializzazione delle competenze e integrazione delle professionalità e delle attività tra ospedale e territorio devono procedere in sintonia. E la medicina collettiva deve recuperare l’importante ruolo che ha ricoperto in passato.

La maggiore attenzione dovrà inoltre essere rivolta alle persone più fragili dal punto di vista sanitario, economico e sociale, considerato che la crisi ha accentuato le disuguaglianze già esistenti.

Dal punto di vista della medicina “rispettosa”, si deve rilevare che il massimo impegno nei momenti critici è stato rivolto agli aspetti tecnologici: ventilatori, posti letto in rianimazione, mascherine, tamponi, mentre non è stata posta sufficiente attenzione alle persone, sottoposte ad un carico enorme di ansia e sofferenza.

Solitudine e paura hanno contrassegnato le esperienze dei pazienti in tutte le fasi della malattia e dei loro familiari ma anche dei professionisti sanitari, e le conseguenze psicologiche rischiano di persistere a lungo.

Va sottolineata la grande difficoltà nella comunicazione dei medici e degli altri professionisti con i pazienti e i loro familiari per l’estrema urgenza delle scelte da compiere, per i dispositivi di protezione che rappresentano una barriera tra le persone e per la impossibilità di accesso ai familiari nelle strutture sanitarie. Sono stati encomiabili gli sforzi da parte del personale di mettere in contatto i pazienti con i loro familiari rimasti a casa tramite videochiamate, ed è utilissimo un documento di alcune società scientifiche che descrive i principi e gli aspetti pratici della comunicazione con i familiari in condizioni di isolamento.

Proprio le grandi difficoltà affrontate hanno indotto molti medici e infermieri a riconoscere l’importanza della relazione con i pazienti e i loro familiari ed è auspicabile che i mezzi tecnologici per la comunicazione possano continuare ad essere utilizzati anche dopo la fase acuta.

Si è però protratto per lunghi mesi, fino ad ora, il completo isolamento delle persone anziane all’interno delle RSA, trascurandone gli aspetti negativi a livello psicologico.

Va poi fatta una riflessione sulla latitanza delle cure palliative, sulle quali ha pesato la concezione troppo diffusa che siano riservate ai pazienti oncologici e rappresentino un’alternativa agli interventi curativi, quando “non c’è più niente da fare”.

Ma è anche da una medicina più “sobria”, più attenta ad un utilizzo appropriato delle risorse, che il sistema sanitario può trovare supporto in questo difficile momento.

Uno dei progetti di Slow Medicine è “Fare di più non significa fare meglio – Choosing Wisely Italy” che, in linea con Choosing Wisely USA e internazionale, ha coordinato dal 2012 il lavoro di 46 società scientifiche italiane di medici, infermieri, farmacisti e fisioterapisti. Sono state finora messe a punto 250 raccomandazioni su esami, trattamenti e procedure che spesso non sono necessari e possono provocare danni, che devono essere al centro del dialogo tra professionisti e pazienti.

Oltre che nel sito (https://choosingwiselyitaly.org/) e nella App, le raccomandazioni Choosing Wisely Italy sono pubblicate tra le Buone Praticheclinico-assistenziali nel Sistema Nazionale Linee Guida dell’Istituto Superiore di Sanità e, nella versione inglese, nel supporto decisionale internazionale per medici DynaMed. La collaborazione con Altroconsumo ha permesso di mettere a punto 22 schede informative per i cittadini redatte a partire dalle raccomandazioni in collaborazione con i professionisti. Tra queste la RM per la lombalgia o al ginocchio, l’RX torace preoperatorio di routine, l’ecografia della tiroide, molti esami di laboratorio, test genetici e allergologici, farmaci come gli antibiotici, gli inibitori di pompa protonica, le benzodiazepine, gli antiinfiammatori, pratiche infermieristiche come il cateterismo vescicale.

In questo momento in cui il servizio sanitario è sottoposto ad una enorme pressione e molte prestazioni non urgenti sono state rimandate da mesi con conseguenti lunghe liste d’attesa, appare opportuno ed etico un impegno congiunto da parte dei professionisti e delle direzioni aziendali per limitare il più possibile le prestazioni a rischio di inappropriatezza e concentrare gli sforzi su quelle basate su prove di efficacia, con benefici organizzativi, economici e per lo stesso paziente.

Infine, la pandemia di COVID 19 ha evidenziato la nostra interconnessione con l’ambiente e con gli ecosistemi naturali: la sua esperienza può rappresentare un’opportunità per rivedere il nostro modello di sviluppo, utilizzare energie rinnovabili, riprogettare la vita e la mobilità urbana incrementando l’attività fisica, ridurre gli sprechi anche alimentari, promuovere un’alimentazione rispettosa dell’ambiente. A tutto vantaggio della nostra salute.

In conclusione, dopo che l’esperienza di COVID 19 ha mutato il mondo, tutti noi e anche la sanità, il cambio di paradigma rappresentato da Slow Medicine verso una medicina sobria, rispettosa e giusta appare ancora più opportuno.

Sarebbe anche auspicabile, alla luce delle recenti esperienze italiane e delle nefaste conseguenze della propagazione di notizie contraddittorie e non basate su evidenze scientifiche,  che si iniziasse un cammino verso una comunicazione rivolta al pubblico più sobria, rispettosa e giusta.

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