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[L’intevento esclusivo] Edoardo Bianchi (vicepresidente ANCE): «L’Italia ha una pioggia di miliardi di euro da spendere in poco tempo ma non ha i progetti esecutivi. Serve trasparenza e vi spiego perché»

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Edoardo Bianchi, vicepresidente ANCE, ha rilasciato una serie di importanti considerazioni in esclusiva all’Osservatorio Economico e Sociale Riparte l’Italia in occasione del webinar online, dal titolo “La ripartenza delle opere infrastrutturali”, all’interno di un ciclo di incontro promossi dall’Osservatorio.

L’evento è stato moderato da Massimiliano Atelli, presidente Commissione valutazione impatto ambientale, e ha visto come ospite anche Gianfranco Pignatone, responsabile pianificazione strategica RFI (in sostituzione di Vera Fiorani, AD di Rete Ferroviaria Italiana).

Perché è opportuno concentrare l’attenzione e fare di questo aspetto un punto di partenza [la ripartenza delle opere infrastrutturali]?

«Partirei da una considerazione: ci troviamo in un momento di emergenza. È come se le garanzie costituzionali fossero sospese. Dobbiamo necessariamente fare atterrare queste risorse, questi denari che il Recovery ci mette a disposizione. Non mi sembra, frequentando le committenti, che ci sia grande disponibilità di cassa, sia nelle committenti principali, quelle centrali, sia nelle più periferiche e locali. Stiamo aspettando queste risorse come la “manna dal cielo”».

«Dobbiamo partire da una considerazione: c’è una carenza di progetti innegabile. Perché in tutti gli incontri che abbiamo avuto, a tutti i livelli, di progettazione esecutiva in giro non se ne parla. C’è molta difficoltà a parlare anche di progetti definitivi, ci troviamo davanti a progetti preliminari (il terzo grado, che sarebbe il primo livello)».

«Avere tante risorse in poco tempo, senza progetti, rende il tutto abbastanza condizionato. Capire le cause, i motivi per cui siamo arrivati a questa situazione, lascia il tempo che trova. Abbiamo sempre meno tempo a disposizione. Come associazione nazionale, noi sentiamo che quello che stiamo facendo è in sede di conversione del Semplificazione 2, ma anche e soprattutto in questo nuovo dl omnibus, che dovrebbe uscire a breve, sui lavori pubblici. Intanto, una prima considerazione: le previsioni del Semplificazione II – per il 99% –  erano in parte già contenute nello “Sblocca cantieri” del governo giallo-verde, del luglio di 2 anni fa, così come anche nel Semplificazioni I del governo giallo-rosso».

«Avevamo fatto un’osservazione, che anche Banca d’Italia aveva evidenziato, che il problema più grande, per quanto riguarda l’impiego nel tempo, non concerneva tanto il momento della pubblicazione bando quanto quello dell’esecuzione dei lavori: si interviene sulla fase a monte. Abbiamo RFI, che ha un’esperienza di committenza di primissimo livello. Ricordo, perché non è presente oggi l’Anas, stiamo parlando dei due più importanti committenti centrali italiane. L’amministratore delegato di Anas, l’ingegner Simonini, ha presentato dai noi un serpente, una sorta di gioco dell’oca dove ha evidenziato tutte le tappe a cui l’Anas era sottoposta per l’approvazione di un progetto, dove, in diverse occasioni, c’era la possibilità, il rischio o il timore di tornare alla casella di ingresso».

«Mi concentro sulla fase di ubicazione del bando in avanti. Su questa fase c’è stata molta confusione. Più che semplificazione noi l’abbiamo definita una deregulation quella che è avvenuta. Faccio due esempi. Il primo è che la procedura negoziata è stata esplosa a sistema di gara ordinario. Noi per i prossimi cinque anni, abbiamo la procedura negoziata, che anche in “Sblocca cantieri” era riferita e utilizzabile solo fino a 1 milione, in situazioni eccezionali. Adesso, in realtà viene esplosa da zero a infinito. Si è intervenuto sempre progressivamente limitando il numero degli invitati. Questo presenta un problema a nostro giudizio, perché viene meno anche quel minimo di riconoscibilità della procedura di gara. Perché la negoziata, bene o male, aveva sempre un albo di fiducia di qualsiasi stazione appaltante – settore escluso o ordinario – oppure un avviso di preinformazione rispetto il quale si poteva manifestare l’interesse a partecipare».

«Dico questo perché, oggi non avendo più una regola, nel semplificazione 2 è venuto meno qualsiasi forma di pubblicità. Speriamo che nella conversione ci sia la possibilità che un minimo venga recuperata. Dobbiamo essere sereni e sicuri che chi gestisce queste procedure lo faccia in maniera trasparente. Perché alla fine, se non c’è conoscibilità, come fa una stazione appaltante a scegliere? Viene meno un caposaldo della legislazione dei lavori pubblici, l’associazione temporanea di imprese, utile per molte imprese, soprattutto le medio piccole. Come siamo sopravvissuti? Come siamo cresciuti in questi ultimi trent’anni? Facendo associazione temporanea di impresa».

«Non necessariamente serve la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, ma almeno sul sito Amministrazione trasparente ci dovrebbe essere. Ogni impresa si attenziona quelle committenti che le interessano di più, quelle del proprio territorio. Ma vi rendete conto che se la stazione appaltante determina chi viene invitato, inviterà imprese singole. Se io ne ho contezza posso presentarmi in associazione temporanea, ma non il comune x».

«Se viene meno il concetto di associazione temporanea di impresa una larga parte di mercato viene meno. A questo si lega un altro aspetto: sta uscendo il nuovo decreto sui commissari, fondamentalmente ci troviamo circa 101 commissari per 100 miliardi. Se facessimo la media (denari-commissari), uscirebbe una media di circa un miliardo. Rispetto a questo, dobbiamo declinarlo anche con la missione 3 del Recovery, dove ci sono opere per circa 30 miliardi, prevalentemente ferroviarie, anche opere di intervento, di elettrificazioni, che riguardano gli impianti. Se a queste aggiungiamo anche altre opere a parte, come la diga foranea di Genova, ci troviamo di fronte a opere assolutamente rilevanti».

«L’osservazione che fa l’Ance, ci sono alcune opere (esempio che non c’è): il ponte sullo stretto. Se si decidesse di farlo, dovrebbe essere un lotto unico. Oppure, se ci fosse la metro C di Roma, non è che ogni impresa po’ fare un lotto. L’acquedotto del Peschiera dovrà essere necessariamente un lotto singolo. Però ci sono un sacco di opere, come la E65 da Orte a Falconara, è assurdo pensare di farla in un lotto unico da 700 milioni. Così come sarebbe assurdo che la Fano-Grosseto – sempre nell’Anas – andasse a un lotto di 500 milioni. C’è un problema di gigantismo».

«Alcune opere che funzionalmente devono andare a base di gara con unico lotto, ben venga, non c’è problema. Come la Napoli-Bari, sono tutti lotti molto importanti, non abbiamo mai osservato niente. Parlando con l’ingegner Gentile, che ci ha spiegato tutta una serie di esigenze. Però facciamo in modo che non tutto vada a un lotto medio di 500 o 800 milioni, anche perché per altro non ci sono le imprese. Se vuoi mandare un lotto unico da Orte a Ravenna l’E45, chiunque vince quell’appalto e in questo momento ci sono solo due imprese che potrebbero partecipare a questi appalti. Per altro ci si deve rivolgere a locali. Un’impresa non fa lo stesso lavoro per tutta la lunghezza del progetto. C’è chi gravita intorno a Orte, c’è chi gravita intorno a Ravenna».

«Per me questi due aspetti sono molto critici. È un problema di conoscibilità e di dimensione. Perché poi molte stazioni appaltanti ci dicono “non preoccupatevi, vi garantiremo i pagamenti da parte delle imprese principali”. Fermi tutti, non vogliamo fare i subappaltatori. Tendono conto che, negli ultimi trent’anni chiunque ha lavorato per i grandi gruppi ha fallito. Ci sono dei lavori che hanno delle peculiarità, ma altri – come quelli di manutenzione, ordinaria e straordinaria; oppure di messa in sicurezza del territorio – che si prestano maggiormente a essere mandanti in gara per lotti più umani. Non dico che debbano essere da 1 milione e 800 mila euro, ma già un lotto da 40, 50 o 70 milioni per interventi di manutenzione, forse risponde meglio a una logica di messa in sicurezza di quella singola opera».

La pandemia è certamente stata uno stress test di grandissimo impatto sul vostro settore. Puoi riassumerci con qualche numero, con qualche suggestione rapida qual è stato l’effetto di questo stress nell’ambito di questo indesiderato test?

Anche ante-pandemia non eravamo in un momento di particolare floridezza. Se parliamo in termini di risorse umane, è un dato incontrovertibile, negli ultimi dieci anni sono andate via oltre 300 mila lavoratori, oltre 150mila imprese hanno chiuso. Questi numeri sono congelati, perché con il blocco dei licenziamenti è stato tutto cristallizzato. Ha tenuto abbastanza bene il settore, perché quando si pensava di uscire dalla pandemia, quando non pensavamo ci sarebbe stato un secondo ciclo di pandemia, eravamo pronti per iniziare».

«Dopo un anno e mezzo siamo arrivati alle soglie del Recovery», prosegue. «Pensiamo che nei prossimi tre o quattro mesi partirà qualcosa. L’aspetto importante è che questo settore, che sembra rimesso al centro con il Recovery, si capisce l’importanza dell’infrastrutture in senso generale. Ci siamo battuti perché la manutenzione e la messa in sicurezza delle opere esistenti avesse la preponderanza. Ritengo che l’aspetto essenziale è che non si guardi a questo settore come a un settore di subappaltatori, altrimenti salta l’equilibrio».

«Abbiamo un problema anche con le fideiussioni. Ci troviamo difronte a un sistema talmente aggravato che non vorremmo che solo chi ha al proprio interno istituti di credito, cassa deposito e presiti, oppure società pubbliche – che essendoci lo Stato, danno tutte le garanzie che vogliono. Nel mercato oggi la differenza non la fa più il lavoro nato con il fatturato, la fa chi ha capacità di ottenere fideiussioni o meno. E se il lotto medio è 800 milioni, chi ottiene fideiussioni? Di fatto, già stiamo identificando chi dovrà essere l’aggiudicatario o il partecipante a quell’appalto», ha concluso.

C’è la soluzione delle tante questioni che hanno frenato e reso più difficoltoso il salto di qualità del sistema Italia negli ultimi anni, all’interno di questo decreto? Ci sono tutte le soluzioni o ci sono alcune che potevano essere diverse, o alcune che mancano ancora nel testo base del decreto legge?

«Non servirebbero grandi invenzioni, servirebbe l’applicazione di quello che già è previsto. A proposito del dibattito pubblico di cui si parlava in precedenza, mi ricordo quando è uscito il 50. In realtà uno dei punti qualificanti del 50, ci avevano detto, era il dibattito pubblico. “Perché noi adesso disciplineremo il dibattito pubblico, in maniera tale che non ci saranno più opere contro i cittadini”. Noi eravamo contentissimi. Oggi però ritorniamo e la stessa situazione. Avendo vissuto già quel momento, temo che alla prossima legge sui lavori pubblici qualcuno dirà che “ora il dibattito pubblico risolverà tutto”. Forse sarebbe stato sufficiente applicare quello che c’è già».

«Ogni volta una serie di istituti come un fatto nuovo, stavolta dirimenti. Ho cinquantotto anni, è diverso tempo che frequento il Parlamento, mi sto rattristando perché sento sempre lo stesso auspicio che non diventa mai realtà. Così come c’è un passaggio del Semplificazioni, dove viene premiato chi adotta sistemi di organizzazione, di modellazione automatico. Vorrei ricordare che c’è un decreto – dell’allora MIT – che dà una scansione temporale, per soglie di importo e tipologie di lavori, che dal 1 gennaio 2022 tutti i lavori sopra la soglia comunitaria – 5 milioni e 3 – devono andare direttamente in BIM. Ogni anno questa soglia viene abbassata, fino ad arrivare a 1 milione».

«Non mi sembra di aver riscontrato tutte queste stazioni appaltanti che mandano gare in BIM, tanto è vero che, nelle offerte economicamente più vantaggiose, c’è sempre la possibilità di prendere 5 punti, 10 punti, 15 punti se restituiamo alle stazioni appaltanti tutto quello che si è realizzato in BIM. Dico questo perché, il BIM, hai tempi del codice (2016) era vista come una rivoluzione. Come impresa abbiamo provato a organizzarci: abbiamo fatto corsi di formazione, abbiamo investito in tutta questa nuova tecnologia. Però poi in realtà ci viene presentato come se la modellazione fosse la soluzione di ogni problema. Ma molte stazioni appaltanti – non RFI o Anas, che sono punte di diamante del nostro Paese, in particolare le altre stazioni medie, non progettano in BMI».

«I privati, le grandi banche, le grandi assicurazioni, i grandi player privati si sono uniformati e hanno queste richieste, mandano richieste in BIM, piuttosto che le stazioni appaltanti. Il BIM cinque anni fa era stata vista come la panacea di tutti i mali».

«Ultima osservazione: dobbiamo essere coerenti. Abbiamo fatto un incontro con RFI, con l’Ad Fiorani, parlavamo dell’anticipazione dove RFI che Anas hanno fatto la stessa osservazione: è inutile che diciamo fino al 30%. Dateci sempre il 10% o 15%, ma che sia un numero certo. Piuttosto che dire fino al 30% se c’è disponibilità nel quadro economico. RFI e Anas ci hanno detto: con quei soldi noi o paghiamo i SAL o paghiamo l’anticipazione, sempre quei soldi sono. Con 100 lire a disposizione non ne possiamo pagare 200».

«Dovremmo un po’ – visto che siamo in un’emergenza assoluta – sfrondare il campo da tutti i tatticismi, per poche cose attuiamole progressivamente. Non facciamo grandi annunci, anche noi come imprese. Oggi c’è un problema di revisione prezzi. Nel dl omnibus che circola da oggi pomeriggio siamo tornati a “sì alla revisione prezzi, va bene 8% rilevazione trimestale…se c’è disponibilità nel quadro economico”. Ma non c’è una stazione appaltante che abbia disponibilità nel quadro economico, perché appena finisce la gara e si chiude l’aggiudicatario il ribasso viene riutilizzato per altre opere. Allora si dica “no, non lo vogliamo percorre”. Sarebbe più serio, penso».

Ci troppi giuristi nel sistema decisionale pubblico? C’è o non c’è un tema di paura nell’assumere una decisione?

«Forse la risposta è che ce ne sono troppi, ma ragioniamoci bene. Oggi noi per la materia dei lavori pubblici abbiamo vigente un pezzetto di regolamento del Belise, alcuni articoli del Belise, alcuni del 50. Abbiamo alcuni articoli e alcune previsioni delle soft law delle linee guida dell’Anac, che dovevano essere sostituite dal regolamento di cui si è persa la traccia. Abbiamo delle previsione dello Sblocca cantieri, del Semplificazioni I, del Semplificazioni II e della normativa europea. Sta iniziando, da qui a fine anno, la determinazione della legge delega dove per altro siamo arrivati già alla lettera Q come principi informatori. Rischiamo di rifare la vecchia legge 11 che sovrintendeva al codice 50, che erano più lettere della legge delega che articoli del codice 50».

«Quando parliamo di burocrazia parliamo di Parlamento, è inutile che ci giriamo intorno. Abbiamo dovuto contare tutti i provvedimenti che sono intervenuti sui lavori pubblici dalla 109. Questo è un Paese dove due volte al mese, una settimana sì e una settimana no, si modifica la disciplina dei lavori pubblici. Servono i giuristi. Tenendo conto che da quando pubblichi un bando a quando collaudi i lavori l’arco temporale è molto ampio, i giuristi servono perché si esagera in Parlamento».

«Noi abbiamo contato, dal 2016 (quando è entrato in vigore il codice) a ieri sera, quante sentenze sul subappalto ci sono stati: siamo arrivati a 7 volumi. Ci sono state più di 180 sentenze che sono intervenute rispetto a stazioni applatanti o imprese che hanno chiesto qual era la normativa giusta da applicare sul caso del subappalto. Se ci sono oltre 180 sentenze in oltre 5 anni ci sarà un problema. Ci sono troppi giuristi o se scrivessero le norme – in ottemperanza alle direttive europee – in modo più semplice sarebbe tutto più umano?».

«Non penso che i giuristi nella pubblica amministrazione siano la causa, per me è l’effetto di come vengono scritte le norme. Perché io penso che noi, come imprese, andiamo all’ANCE e ci facciamo dare un’interpretazione. Ma come fa il comune di “x”? Se su ogni cosa noi tocchiamo, se viaggiamo a livello di due modifiche di normative al mese neanche Pico della Mirandola può stare alla pubblica amministrazione».

«Sul discorso della responsabilità, devo fare un apprezzamento ad RFI e al moderatore, Massimiliano Atelli. In teoria abbiamo grandissimi problemi, grandissime divergenze, ma siamo riusciti a creare un tavolo, a cadenza più o meno mensile, sui pagamenti e tutte quelle cose che possono essere snellite. Questo penso, dove è possibile, debba essere la collaborazione – rimanendo nelle nostre prerogative – per rendere più facile la vita alle imprese e alla direzione lavori».

«Sulla Corte dei Conti, penso a tutte le battaglie fatte. Dobbiamo riuscire a mettere in condizione una persona di non perdere tutto. Certamente sì, una è un effetto e l’altra è un problema, insieme all’abuso di ufficio che deve essere necessariamente disciplinato».

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