Sposare, “finalmente”, il punto di vista anche del debitore, «finora completamente ignorato dal legislatore». È quanto chiede l’Ance in un’audizione presso la Commissione Finanze del Senato nell’ambito dell’esame dei disegni di legge 788, 79 e 1287, in materia di recupero dei crediti in sofferenza.
Secondo l’associazione dei costruttori, «le cessioni massive si stanno dimostrando una metodologia rischiosa, in primis per le finanze dello Stato che ha deciso di garantire le cartolarizzazioni, usate in un’ottica liquidatoria piuttosto che in quella di gestione delle crisi finanziarie di imprese economicamente sane».
Molte imprese “cedute”, ha spiegato il vicepresidente Rudy Girardi, «sono vive, e continuano a lavorare sul mercato, e i servicer, come in alcuni caso fanno, dovrebbero pensare alla sostenibilità nel tempo dei piani di valorizzazione. Applicare un piano di rientro insostenibile o impedire una rinegoziazione significa, spesso, decretare la morte dell’impresa. Le cartolarizzazioni avrebbero dovuto facilitare le rinegoziazioni del debito», ma questa tesi, ha proseguito, «sembra essere sconfessata da ciò che sta emergendo nella realtà» ed imprese economicamente sane, ma con tensioni di liquidità, «vengono condannate a morte».
Uno dei problemi è infatti che, «accanto a operatori strutturati, esistono soggetti non in possesso della licenza bancaria e che, quindi, sarebbero impossibilitati a rinegoziare-ristrutturare i crediti, facendo cadere l’unico beneficio che le imprese avrebbero avuto dalle cartolarizzazioni: proprio la ristrutturazione del debito».
Secondo l’Ance, la corretta gestione delle Npe deve quindi «passare per la creazione di fondi di turnaround, ovvero fondi specializzati nel mantenimento della continuità aziendale e nella tutela del tessuto imprenditoriale».








