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“Autonomia e crescita. Così il Made in Italy può vincere la sfida dei mercati mondiali” | L’intervista ad Annalisa Caruso, Ovyé

Annalisa Caruso, classe 1978, ancora prima di terminare gli studi economici inizia a collaborare nell’azienda di famiglia, Ovyé. Sue sono molte intuizioni e suo è il merito di una strategia di comunicazione più aggressiva, mirata a portare tutta l’azienda su un livello più alto. È sempre lei che sceglie di investire in un marchio forte: Ovyé by Cristina Lucchi (in omaggio a sua madre). È l’anima visionaria dell’azienda.

Quando nasce il suo marchio?

Il nostro marchio Ovyè By Cristina Lucchi nasce nel 2008, poco più di 15 anni fa, ma in realtà l’origine della nostra impresa è molto meno recente, perché la nostra azienda ha più di 100 anni di storia.

Il bisnonno ha fondato l’azienda nei primi del 900 e i suoi successori hanno nel corso degli anni trasformato e evoluto il prodotto (la calzatura) e la sua commercializzazione.

La nascita del marchio solo nel 2008 è la risposta moderna e attuale della quarta generazione ad un’esigenza di creare un’identità precisa ad un’azienda che si è trovata davanti ad un punto di svolta, con l’obiettivo ultimo di ottenere maggiore riconoscibilità sul mercato.

Da azienda commerciale che distribuiva all’ingrosso marchi dei più famosi calzaturifici dell’epoca, ci siamo trasformati in distributori di un unico prodotto a nostro marchio, molto più personalizzato e molto più caratterizzante e riconoscibile rispetto al passato.

Abbiamo comunque voluto mantenere il nome del fondatore, e di nostra madre, omaggiando quindi la tradizione, ma abbiamo voluto creare un brand dal carattere più internazionale, più fresco e anche più moderno, da qui la scelta del nome Ovyè.

Qual è la forza del suo prodotto?

La forza maggiore del nostro prodotto è la “facilità” di vendita presso i nostri rivenditori.

Questa facilità deriva da una approfondita conoscenza delle tendenze moda, ma anche dalla qualità di produzione e dal posizionamento nei negozi e soprattutto dalla velocità con cui offriamo non solo il prodotto nuovo ma anche il riassortimento delle scorte e dei best seller di collezione.

Abbiamo una rete di fornitori in Italia che producono nel giro di pochi giorni sia i modelli nuovi che i modelli che hanno performato meglio, garantendo i riassortimenti giornalieri ai negozianti.

Quali sono i mercati dove siete più performanti?

Il mercato che attualmente reagisce meglio è il mercato interno, quindi il mercato italiano.

Durante gli ultimi 15 anni abbiamo assistito a una rivoluzione nella nostra distribuzione, perché dal 70% di fatturato estero ormai siamo passati a un 80% di mercato Italia. Gli ultimi anni, soprattutto post pandemia, hanno visto stravolgere la nostra distribuzione perché ha reso più difficile e più costoso ai negozianti di tutto il mondo muoversi e recarsi presso la nostra sede di Bologna, dove abbiamo gli articoli in stock.

Negli ultimi anni abbiamo dovuto rivoluzionare anche la strategia di vendita, trasformandola da passiva ad attiva.

Vent’anni fa era il negoziante, il rivenditore che si recava presso la nostra sede. Oggi siamo noi che, grazie ad una rete di agenti e distributori, sia in Italia che in Europa, siamo distribuiti sul territorio con una sorta di filiali per essere più vicini ai rivenditori.

A parte qualche sporadico contatto in altri continenti, la maggior parte del mercato estero è concentrato in Europa, dove per aumentare o consolidare le vendite in quei paesi abbiamo creato una rete di agenti. Mi riferisco in particolare a Portogallo, Spagna, Francia, Grecia, Polonia e Russia.

Come si può preservare la moda italiana di qualità in un settore sempre più soffocato dalle logiche del mass market internazionale?

Preservare il made in Italy oggi è una enorme sfida, che non può prescindere dalla politica e dalla consapevolezza che la qualità e l’inventiva italiana sono elementi essenziali per un prodotto, ma vanno comunicati in tutto il mondo come fossero anch’essi un brand. In Italia si fa ancora qualità, si fa creazione, c’è ancora la passione, c’è la storia, c’è la cultura, c’è la tradizione, ci sono le maestranze.

Quello che manca è la competitività; preservare la competitività a livello globale è una manovra che non si può fare da soli, richiede enormi disponibilità economiche, investimenti a lungo raggio, sistemi di rete.

Purtroppo la mia azienda, come la maggior parte delle aziende italiane, è sottodimensionata, ha grandi limiti di leadership, difficoltà all’accesso al credito, è ancora in mano ad un imprenditore che accentra le decisioni e fa fatica a delegare e di conseguenza a crescere. E forse ne è consapevole, ma proprio in questo risiede anche la sua forza.

Conciliare autonomia e crescita mantenendo competitività è la sfida che ci attende nei prossimi anni.

Quanti sono i distretti delle calzature Made in italy presenti sul territorio italiano e com’è il loro stato di salute?

Il distretto calzaturiero più famoso in Italia è il distretto marchigiano, seguito dal distretto veneto.

Non da ultimo, il centro sud Italia è stato da sempre territorio di produzione. mi riferisco in particolare a tre zone, il campano, il toscano e il pugliese.

Nelle Marche e in alcune zone del Veneto si fa un prodotto da sempre molto raffinato e molto curato fin dalla sua ideazione. Esistono infatti ancora moltissimi uffici stile in queste zone.

In questi distretti il prodotto è stato spesso esportato proprio in virtù delle sue caratteristiche, perché aveva molto appeal nei mercati esteri.

Nelle altre tre zone, quindi Campania, Puglia e Toscana, il prodotto generalmente parlando è sempre stato più economico, più di massa, meno di nicchia, più commerciale; in queste zone si fanno (o meglio facevano) grandi produzioni.

Lo stato di salute del sistema produttivo è messo a dura prova in questi ultimi anni. Come accennavo in precedenza, hanno perso di competitività, in media tutti i produttori hanno costi troppo alti e pertanto prezzi fuori mercato. È noto ormai che i mercati stranieri di produzione (asiatici in particolare) sono arrivati anche in Italia con prezzi molto più competitivi, anche utilizzando materiali in origine molto più economici. Mi riferisco per esempio alla differenza notevole che esiste tra utilizzare la pelle (della cui lavorazione l’Italia ne ha sempre fatto un fiore all’occhiello) o altri materiali sintetici.

In questi ultimi anni si sta assistendo inermi alla chiusura di massa di molti stabilimenti di produzione (oppure ad una drastica riduzione della loro capacità produttiva) oppure ancora alla riconversione di fabbriche che esternalizzano molte fasi della produzione in Paesi dove il costo del lavoro è più basso, mi riferisco principalmente ai paesi balcanici o asiatici.

Alcuni di essi sono riusciti a mantenere ancora il dna dello stile italiano concentrandosi solo sulle fasi di ideazione e creazione del prodotto fin dalle sue componenti principali quali suole, pellami e tipologie di materiali nuovi ma ha esternalizzato molte se non tutte le fasi della produzione in altri paesi.

Moltissime fabbriche italiane stanno invece facendo una scelta obbligata davanti alla consapevolezza della difficoltà del passaggio generazionale e nella mancanza di maestranze sempre più specializzate: a fronte delle difficoltà nella gestione aziendale e sempre nell’ottica di mantenere la competitività, hanno ceduto alle pressioni dei grandi gruppi internazionali vendendo (o anche in partnership con) ai grossi brand del lusso entrando così nella loro catena produttiva esclusiva.

Quando manca competitività e si comprende che sotto a certi livelli di prezzo non si può più scendere, l’unica soluzione che hanno molte fabbriche è quella di entrare nei mercati come terzisti dove il prezzo è un fattore meno sensibile, come quello del lusso, dove anzi un certo tipo di livello di prezzo elevato è sinonimo ancora di più di qualità.

Quali interventi il decisore pubblico potrebbe attuare per aiutare il settore?

Come accennavo in precedenza, ci sarebbero molte cose che la politica potrebbe fare, partendo dalla comprensione delle difficoltà di fare impresa oggi, ma questo vale in diversi settori, non solo in quello calzaturiero, dove la politica deve essere percepita non come un ostacolo e non come un avversario, ma come un partner in grado di sostenere la crescita aziendale; in questo momento per noi imprenditori non lo è, perché il rischio (come la pressione fiscale) che affrontiamo ogni giorno non è più ricambiato da una politica che sentiamo invece lontana dai problemi reali.

La competitività va assolutamente preservata e sostenuta da manovre che consentano anche, ad esempio, di avere accesso alle assunzioni dei giovani con maggiori sgravi, di calare l’imposizione fiscale e aiutare gli imprenditori a creare rete tra di loro per raggiungere la dimensione idonea ad affrontare un mercato sempre più globalizzato.

Non da ultimo, come ho accennato prima, lavorare sul marketing e sulla comunicazione globale del brand Made in Italy nella moda, perché dove noi italiani da soli siamo riusciti a farlo in moltissimi altri settori, mi riferisco principalmente al turismo, al cibo o alle automobili per esempio, ancora nella moda facciamo un po’ più fatica a farlo, anche se nel mondo la moda italiana è molto conosciuta, quello ovviamente sì, ma spesso associata ai blasonati brand del lusso, che nella realtà poi si basano su consolidate imprese artigiane di lunga tradizione manifatturiera.

Per concludere, aggiungo un’osservazione importante soprattutto per quanto riguarda la nostra realtà, la nostra azienda, perché qualche anno fa quello che era la nostra forza era poter offrire un prodotto al cosiddetto ceto medio, quindi un prodotto di qualità a un giusto prezzo per una certa categoria di clientela ben definita.

Oggi ci troviamo nel mezzo di una crisi economica e di contrazione dei consumi che si colloca e mina proprio questa fascia di ceto medio, perché il mondo si sta sempre più dividendo tra prodotti del lusso e prodotti di basso prezzo che nella moda sono distribuite dalle grosse catene, semplificando sotto il cappello del “fast fashion”.

La mia azienda, come quella di altri miei competitor, si colloca proprio in questa fascia di mercato, e fa fatica a dover capire in quale direzione andare, perché producendo un prodotto curato, bello e di qualità fatica ad andare “verso il basso”, ma contemporaneamente anche ad andare verso “l’alto” non avendo gli elementi caratterizzanti del lusso come globalmente percepito.

Aggiungo anche, sempre calandomi nella mia realtà aziendale, che il modello di business a cui noi andiamo a proporre il nostro prodotto, parlo per esempio di un negozio multibrand sul territorio, sta lentamente sparendo nel mercato – sia italiano che già prima estero; fra qualche anno dovremo affrontare un’altra rivoluzione distributiva, perché oggi i costi di apertura e sostentamento di una attività commerciale sono troppo alti e ciò implica che ad aprire nei centri storici, nei centri commerciali e nelle vie delle nostre città sono ormai le grosse catene o i negozi monomarca.

Ritengo pertanto che eventuali interventi da parte del legislatore debbano assolutamente andare nella direzione di sostenere la produzione con le manovre a cui ho fatto riferimento, quindi dal punto di vista di imposizione fiscale, di riduzione dell’inflazione, di ricerca e formazione delle maestranze grazie alla loro formazione scolastica e pratica, ecc  ma anche proponendo interventi mirati al sostegno del commercio di piccole e medie realtà che oggi si trova in uno stato di enorme difficoltà.

Gli imprenditori sono sempre più costretti a fare i conti con costi molto alti e marginalità sempre più ridotte e questo mina l’esistenza stessa di tutta la catena e di tutta la filiera, sia produttiva che commerciale.

Qual è stato il momento più emozionante del suo lavoro in questi anni?

Non vuole essere un concetto banale, ma il mondo dell’imprenditore è sempre emozionante, ogni giorno che entra nella sua azienda, onorando il suo passato e possibilmente rendendo anche più splendido il suo futuro; l’imprenditore vive di emozioni e vive della passione del suo lavoro.

Io e il mio socio, mio fratello, condividiamo non solo l’azienda ma anche la stessa esperienza di vita, e l’emozione per me risiede in quello che abbiamo creato con la passione che mettiamo nel nostro prodotto.

Io lo dico spesso, sono la prima cliente della Ovyè, testo e utilizzo il prodotto per prima e lo lancio solo se può funzionare….e vederlo funzionare è l’emozione più grande ….vedere le tue creazioni ai piedi delle donne, avere successo sul mercato e far camminare le nostre scarpe per strada ….questa è l’emozione più grande.

Quale la difficoltà più grande?

Siccome la passione ha un prezzo, la difficoltà più grande è proprio quella di avere una impresa che ti assorbe tutti i giorni della tua vita e con cui fare i conti in ogni momento, perché sentiamo il peso della responsabilità anche nei confronti delle famiglie che lavorano per noi e per tutta la rete di fornitori e clienti con cui siamo in contatto.

Un periodo molto difficile è stato il periodo pandemico, ma questo non solo per noi, che ci ha insegnato che la difficoltà più grande è quella di vivere costantemente in un mondo dove tutto può succedere…. questo ormai l’abbiamo metabolizzato, e dove tutto può cambiare! La difficoltà più grande è essere costantemente attenti alle mutevoli condizioni del mercato, prendere le decisioni giuste al momento giusto e se possibile anticipare i tempi.

Ai giovani imprenditori che vogliono avviarsi nel settore del made in Italy quale consiglio sente di dare?

Questa è una domanda che mi tocca particolarmente, perché io ho una grande fiducia nei giovani e non la voglio perdere, mantengo la speranza che loro siano il futuro per il nostro settore.

A loro dico di studiare, perché la chiave per il successo è questa, che non vuol dire solo “studiare a scuola”, ma studiare il mondo, quello che c’è attorno a loro, informarsi, leggere, conoscere ed educarsi al bello, ritornare alle origini e alle tradizioni del paese riconosciuto come il più bello del Mondo, e capire che la manifattura è il futuro e la chiave per lo sviluppo di una nazione.

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