Bastano un po’ di normative europee concomitanti come quelle sul default e sul calendar provisioning, inserite in un intricato dedalo di regole, circolari e leggi nazionali, per trasformare potenzialmente il ritardo nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione (una delle storiche disfunzioni italiane) in una tempesta in un bicchiere d’acqua per il Paese. Per le banche. Per le imprese. E, addirittura, per il debito pubblico italiano.
Lo scrive Il Sole 24 ore aggiungendo che, secondo le stime di Assifact, il rischio è che tra i 7 e i 12 miliardi di crediti alla Pubblica amministrazione acquistati dalle società di factoring e dalle banche possano improvvisamente finire in default nei loro bilanci. Portando in un terreno minato l’intera esposizione che le banche hanno verso l’amministrazione pubblica: inclusa quella in BoT e BTp. Non perché lo Stato sia davvero insolvente, sia ben chiaro. La Pa paga, in ritardo ma paga sempre. Ma per un cortocircuito normativo, che rischia di creare un paradosso proprio mentre – ironia della sorte – la macchina dei pagamenti pubblici stava iniziando a marciare meglio che in passato. E proprio mentre le banche si preparano ad affrontare una vera ondata di crediti deteriorati, causati dal Covid.
Il problema non va dunque sottovalutato. Perché ancora oggi si può stimare in 25-30 miliardi l’arretrato di fatture della Pa non saldate nei tempi. E nei cassetti delle amministrazioni più lente, gli ultimi monitoraggi calcolano 3,7 miliardi di fatture per così dire storiche, che hanno visto scadere di almeno 12 mesi i termini di legge per la liquidazione. I numeri sono insomma grossi. Ecco perché ministero dell’Economia e Bankitalia stanno lavorando a pieno ritmo per trovare con Bruxelles una soluzione normativa da infilare nella manovra, nel corso del suo esame parlamentare.
La soluzione va mandata in Gazzetta Ufficiale entro fine anno, prima che la nuova normativa europea sui default entri in vigore. Altrimenti un cortocircuito figlio di una Babele normativa rischia di creare un effetto a valanga paradossale, in grado di rendere più difficile l’accesso al credito per le imprese che lavorano con la Pa, di riempire di crediti deteriorati “fittizi” le banche e di colpire addirittura la gestione dei titoli di Stato.
Considerando quanto lenta sia la Pubblica amministrazione a pagare (180 giorni sono irraggiungibili per molte realtà), è evidente che questo sia un problema: il rischio è che da gennaio venga considerato insolvente nei bilanci bancari un pezzo dello Stato italiano. Cioè una parte dei crediti verso la Pa che le banche acquistano tramite operazioni di factoring. Questo rischio è sempre stato evitato grazie a un articolo della Circolare 272 della Banca d’Italia: questo prevede per le pubbliche amministrazioni che “il carattere continuativo dello scaduto si interrompa quando il debitore abbia effettuato un pagamento per almeno una delle posizioni che risultino essere scadute e/o sconfinanti”.
Tradotto, la Pa poteva avere arretrati per milioni di euro verso una banca, ma era sufficiente che pagasse una sola fattura, anche di importo esiguo, per poter riportare l’intera posizione in bonis. Peccato che – per una terza novità europea in arrivo dall’Eba – anche questo “giochino” dal 2021 non sarà più possibile.
Qui si inserisce l’ultimo problema, quello che rende questa storia ancora più paradossale: le normative europee prevedono che se una banca ha in stato di “scaduto” più dell’1% dell’esposizione verso un debitore, l’intera esposizione diventa insolvente. Anche se il debitore è lo Stato. Dato che le banche detengono tanti BoT e BTp, ma spesso anche crediti verso la pubblica amministrazione centrale comprati con operazioni di factoring da imprese, se i pagamenti scaduti della Pa vanno a superare l’1% dell’intera esposizione la banca è costretta a considerare tutto lo Stato insolvente. E dunque anche i titoli di Stato (i BoT e i BTp) arriverebbero a “consumare” capitale pari al 150%. Cosa non solo paradossale (lo Stato è considerato a rischio zero nelle normative europee), ma anche insostenibile per una banca.








