Il mondo sta cambiando e sta evolvendo rapidamente, in particolare quello del lavoro. Come ricordato da Massimo Antonelli, ad di Ey per l’Italia, «solo il 36% delle professioni attuali è destinato ad aumentare il numero degli occupati nei prossimi dieci anni e il 44% perderà posti». Questo emerge da quanto sostenuto nel report “Professioni 2030: il futuro delle competenze in Italia”, curato insieme a Pearson e Manpower e la “Europe attractiveness survey”, che analizza gli investimenti esteri nel continente.
«La rivoluzione digitale ed ecosostenibile ridisegnerà il mondo del lavoro e allora. Per le aziende diventa decisivo tornare a investire nella formazione del personale: il capitale di competenze è da sempre un punto di forza delle imprese italiane e continua ad attrarre investimenti dall’estero, ma ha bisogno di essere ripensato e alimentato». In pratica, due dinamiche che si intrecciano: da una parte l’incognita del cambiamento che attraverserà il mondo del lavoro, dall’altra la certezza del ritrovato appeal del Paese.
«Nel 2020 nonostante la pandemia i grandi player esteri hanno aumentato del 5% i progetti di investimento in Italia e oggi il 60% dei manager pensa che nei prossimi anni aumenterà l’attrattività del nostro Paese. C’è un effetto Draghi, per la grande credibilità del premier, e c’è un effetto Recovery, per la massa di denaro che sta arrivando. Un governo politicamente forte e una grande mole di risorse nello stesso momento sono una leva potentissima» afferma in un’intervista a La Stampa.
«Le aspettative sono alte, ma vediamo due possibili rischi. Il primo è che le riforme possano rallentare, soprattutto quella della pubblica amministrazione, considerata decisiva dagli investitori. Il secondo è che le imprese non siano reattive nel comprendere che le trasformazioni che stiamo vivendo non sono passeggere, ma richiedono di ripensare i modelli di business». E la fase di passaggio rischia di lasciare indietro, secondo Fondazione Einaudi, fino a un milione e mezzo di lavoratori.
«Avremo nuova occupazione, ma non è detto che il saldo sia zero o positivo già prima del 2022, anzi» continua Antonelli «la transizione causerà dei feriti in termini di gap occupazionali. Ha ragione il ministro Cingolani a dire che la sostenibilità ha un costo, governi e Ue dovranno aiutare le aziende a supportarlo, specie nei settori a maggior rischio come manifattura e automotive e non si può prescindere dal coinvolgere i lavoratori nel processo di cambiamento, aiutarli ad adeguare le loro competenze».
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